Senso della Vita

Quegli che abbia penetrato il senso della vita, non si affanna più per ciò che alla vita non dà nessun contributo. Quegli che abbia penetrato la natura del destino, non cerca più di indagare quest’entità insondabile.

Per mantenere il corpo in buone condizioni occorre servirsi dei mezzi adatti; senza eccedere, tuttavia, perché qualsiasi eccesso è inutile. Bisogna, per di più, far di tutto per sostenere lo spirito vitale, senza il quale anche il corpo è finito.

L’essere vivente non ha potuto opporsi alla sua vivificazione (al momento della nascita); neppure potrà opporsi a che un giorno (al momento della morte) la vita si ritiri da lui.

La gente comune pensa che, per conservare la vita, sia sufficiente coltivare il proprio corpo. Si sbaglia. Occorre di piu, e, sopratutto, evitare l’usura dello spirito vitale, ciò che è quasi impossibile in mezzo alla confusione del mondo.

Bisogna perciò, per conservare e far durare la vita, abbandonare il mondo e le sue preoccupazioni. E’ nella tranquillità di un’esistenza ben regolata, nella tranquilla comunione con la natura, che si ottiene un rinnovo della vitalità, una recrudescenza di vita. E questo è il frutto dell’intelligenza del senso della vita.

Influenza: la sagra annuale della psicosi collettiva

SETTEMBRE

Si inizia a parlare regolarmente di influenza e vaccini anti-influenzali circa a settembre.

25 settembre
Influenza 2017: Previsti dai 4-5 milioni di casi. Ma se l’inverno sarà mite saranno i «parainfluenzali» a circolare di più. Ecco come difendersi
Fonte: Corriere

22 settembre
L’influenza in arrivo ‘mediamente cattiva’
Simile a quella degli anni scorsi, vaccini in ottobre Fonte: ANSA
Qualche punta di eccesso che tiene sull’attenti:

26 settembre
Influenza già violenta, 262 virus e 80mila italiani a letto con la febbre Fonte: IntelligoNews

OTTOBRE

Fin da settembre si vive in un clima di tormentata attesa per l’arrivo della sciagura.  A Ottobre la sciagura è “alle porte”:

11 ottobre Vaccinazioni, l’influenza stagionale è alle porte: parte la campagna
Fonte: Corriere

2 ottobre
Boom di influenza, pronte 120 mila dosi [nella sola Venezia] Centinaia di persone già a letto a causa di forme virali minori. E dal 16 ottobre scatta il piano con i medici sentinella Fonte: Nuova Venezia e Mestre

NOVEMBRE

A novembre si inizia a calcare la mano:

6 novembre Influenza, in Puglia vaccinazioni al via: “Previsioni preoccupanti, disponibile un milione di dosi” Fonte: Repubblica

6 novembre In arrivo in Italia la peggiore influenza degli ultimi 10 anni Fonte: Il Tempo
Corsa alle vaccinazioni con allarme scarsità:

28 novembre Padova, vaccino contro l’influenza domande boom e dosi finite
Fonte: Il Mattino
Oltre a qualche notizia di allevamenti contagiati dalla “aviaria”, si inizia a parlare di picco:

22 novembre Influenza, il picco sarà tra un mese
Fonte: La Stampa

DICEMBRE

A dicembre la questione diventa incombente: chi si è vaccinato è pronto alla guerra, a chi non si è vaccinato si insinua quel sospetto latente di avere perso il treno:

1 dicembre Influenza: quasi 500mila italiani a letto, ma il picco arriverà a Capodanno Il picco è previsto durante le feste natalizie. Dal Congresso Nazionale della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie l’invito a vaccinarsi
Fonte: Repubblica

28 dicembre Boom di influenza nelle feste: 1,4 milioni di italiani colpiti
Fonte: La Stampa

In tutta Italia si verificano “assalti” agli ospedali, in una psicosi ipocondriaca collettiva. Inoltre, nonostante tutto, il picco viene spostato un po’ più in là:

28 dicembre Roma, allarme influenza: pronto soccorso presi d’assalto. Ma il picco deve ancora arrivare
Fonte: Il Messaggero
28 dicembre Influenza: raddoppio dei casi. Per la Befana in arrivo il picco
Fonte: La Nazione
In mezzo alla conta degli allettati, si mescolano singoli decessi di ogni età, accompagnati da tutto il clamore che si trascina da mesi (anzi anni) per la squallida propaganda vaccinale. Squallida quanto pervasiva, così tanto che, mediamente, la prima (e forse l’unica) considerazione che sorge da una notizia del genere è: ma la vittima era vaccinata o no?
18 dicembre Porto San Giorgio, muore un bimbo di 2 anni per influenza
Fonte: Il Resto Del Carlino

GENNAIO

La psicosi cresce:

4 gennaio Influenza, Simeu: +20% di bimbi in pronto soccorso dalla fine del 2017
“Negli ultimi 10 giorni del 2017 gli accessi ai pronto soccorso per casi di influenza sono stati stabili rispetto allo stesso periodo del precedente anno, ma ciò che emerge dalle grandi città come Roma, Napoli e Milano è un incremento del numero degli accessi in età pediatrica, intorno al 20%, per sindromi influenzali o simil-influenzali“ Fonte: MeteoWeb
8 gennaio Influenza, il virus riempie i Pronto soccorso: al Policlinico di Milano +50% di ricoverati Assalto ai pediatrici: accessi raddoppiati alla De Marchi, +30 al Buzzi
Fonte: Il Giorno
Il picco si sposta un po’ più in là:

6 gennaio
Influenza, il picco a metà gennaio: “Ancora in tempo per fare il vaccino”
Fonte: Today

Aggiornamento del 18 gennaio
Sarà un caso: quest’anno, caratterizzato da una smisurata minaccia percepita verso patogeni di ogni genere (provocata dalla dissennata propaganda del “se non ti vaccini contro qualsiasi cosa rischi la pelle”), ci è capitata la “peggiore” influenza: Influenza, tre milioni di italiani a letto: è la peggiore degli ultimi 15 anni, colpa del virus Yamagata
Fonte: Libero

Influenza, il virus dribbla i vaccini: mai tanti contagi da un decennio
Fonte: Today



Lapalissiano: fomentare il panico non è gratis, provoca conseguenze e “ci dispiace, il vaccino non funziona”.

FEBBRAIO

Possiamo fare delle congetture sul mese prossimo, recuperando le notizie dello scorso anno:

febbraio 2017 Influenza 2017: picco passato ma ancora allerta per i virus parenti, come prevenirla
In sintesi, il pericolo influenza non è assolutamente finito. Anzi ne avremo fino a marzo, considerando tutte le forme simili che colpiscono proprio quando ci sono sbalzi di temperatura.
Fonte: InvestireOggi



Insomma, l’inverno è freddo ma il clima mediatico intorno all’influenza è molto caldo.  Se ne sente parlare moltissimo e sempre di più, in una chiara, netta e persino prevedibile escalation da settembre a marzo. Un copione che alimenta una crescente tensione sociale per più di 6 mesi all’anno, tutti gli anni. – Dal “come sarà questo inverno” di agosto/settembre, le raccomandazioni per evitare il contagio e i pericoli;
– al lancio della campagna vaccinale in ottobre con i rischi del rimanere “scoperti”, le forti epidemie in anticipo;
– dal boom “inatteso” di novembre e la paura di restare senza la propria dose di vaccino (il che significa anche che forse sarei tra i pochi “emarginati” a non averlo fatto), il “picco” incombente e minaccioso;
– all’epidemia conclamata di dicembre, le segnalazioni dei singoli decessi, l’invasione dei pronto soccorso, un picco che scivola via e resta a minacciare gennaio;
– da un altro mese (gennaio) di allerta massima e il vaccino “tardivo”;
– ai virus “parenti” che persistono fino almeno a marzo. Con l’aggiunta, quest’anno in particolare, di una odiosa polemica vaccinale che inquina ancora di più le percezioni generando, come una slavina che corre verso valle, crisi ipocondriache in tutta la popolazione che ingolfa gli ospedali e mette in crisi il sistema sanitario.

Per la metà di ogni anno della nostra vita noi alleniamo e rinforziamo le percezioni che si generano dal timore di doversi proteggere da qualcosa di cui non sappiamo praticamente nulla. Più vediamo che chi ci è vicino fa lo stesso, più noi lo imitiamo e lo ripetiamo, come gli stormi di uccelli che si muovono sincronizzati. È questo l’autentico “effetto gregge”.  

LA VITA COME UN CAMPO MINATO

La vita diventa un campo minato e sempre più piccolo: “Per prevenire l’influenza e i virus parenti si possono seguire alcuni accorgimenti utili come evitare bruschi cambiamenti di temperatura, coprirsi bene quando si esce di casa, facendo attenzione agli ambienti molto affollati (mezzi pubblici, scuole, locali etc).
E’ buona norma lavarsi sempre le mani, almeno 3 o 4 volte al giorno, seguire un’alimentazione a base di vitamina B e C e rinforzare le difese immunitarie il più possibile.” 
Fonte: InvestireOggi
Tradotto: sei in pericolo ogni volta che – esci di casa;  – ogni volta che incontri qualcuno, e se è una folla allarme rosso;  – ogni volta che non puoi pulirti le mani dopo che hai toccato qualcosa;  – ogni volta che non ti sei portato dietro l’arancio.  “Non avvicinarti che te la attacca!”, “è brutta l’influenza stai attento!”, “hai toccato la maniglia lavati le mani!” (e se ti sei già toccato le labbra è finita…), “oggi non hai mangiato abbastanza frutta!”, intere famiglie “appestate” in isolamento, individui per la città che vestono mascherine sul volto che ci pare di essere in un ambiente radioattivo… Per 4-6 mesi ogni anno, ovunque ti muovi sei in pericolo e ti viene ricordato tutti i giorni, senza tregua.  Vivere diventa paura e diffidenza, a maggior ragione quando sei “categoria a rischio” di esiti fatali.

fonte https://magazine.5lb.eu/2018/01/influenza-causa-nocebo-notizie-5252.html

Venezuela – scenario di una guerra sudamericana

Un’invasione del Venezuela sarebbe possibile solo partendo da Brasile, Colombia e Guyana, i tre Stati limitrofi del Venezuela. Ci sono, in teoria, almeno tre direttrici d’invasione.

–  Un’invasione da parte degli Stati sudamericani deve innanzitutto conquistare la supremazia aerea sul Venezuela.

La maggior parte degli obiettivi politico-militari del Venezuela non sono però alla portata dell’aviazione brasiliana, che possiede F-5, A-4, AMX-1A e A-29 Tucano.

Per contro, la Colombia dispone di aerei Kfir, A-37 e A-29 Tucano, che non hanno alcuna possibilità di sottrarsi ai sistemi antiaerei Buk-M2, S-125, S-300 e agli apparecchi venezuelani F-16 e Su-30. Lo stesso discorso vale per gli aerei brasiliani rispetto alla difesa antiaerea a media e lunga gittata e all’aviazione venezuelana.

Per il loro basso plafond, gli aerei turbopropulsori A-29 Tucano si troverebbero costantemente alla portata dei 5 mila missili antiaerei portatili venezuelani SA-24 (Igla-S). Gli F-5, A-4, AMX-1A, Kfir e A-37 non dispongono di armi con guida di precisione e attaccano a un’altezza di 2-3 mila metri: sarebbero perciò anch’essi vulnerabili ai missili SA-24 portatili (Igla-S).

–  Un’invasione terrestre dalla Guyana è improbabile. È un Paese piccolo che non possiede né i mezzi né la capacità fisica per farlo: non può farsi strada dall’Orinoco e dal suo delta, né ha possibilità di far attraversare la giungla ai carrarmati.

Il Brasile ha ancor meno possibilità di riuscirci: prima di entrare in contatto con il grosso delle forze venezuelane, l’esercito brasiliano dovrebbe percorrere 500 chilometri di giungla.

Inoltre, il fiume Orinoco rappresenta un ostacolo per i brasiliani, che non hanno ponti mobili né altri equipaggiamenti di ingegneria militare. Ancora, per la difesa antiaerea delle truppe terrestri, Brasile e Colombia dispongono solo di missili portatili, con un plafond di 5 mila metri; i Su-30 venezuelani lanciano invece bombe a guida laser KAB-500 e KAB-1500 o missili Kh-29 a un’altezza di 10 mila metri.

L’asse più probabile di attacco è la Colombia. Tuttavia, l’offensiva colombiana non è favorita dall’orografia: la direttrice dell’offensiva si arresterebbe al lago Maracaibo, che dovrebbe essere aggirato a est lungo un corridoio di 15-20 chilometri; un varco che l’esercito venezuelano riuscirebbe facilmente a difendere.

L’alternativa migliore sarebbe aprire una via di aggiramento per la base aerea colombiana, che equivale a una brigata, e di paracadutarla a sud-est dalla Cordigliera delle Ande. Quest’opzione è però anch’essa impraticabile perché la Colombia possiede cinque C-130 e otto C-295, che potrebbero paracadutare solo due o tre compagnie di fanteria.

Anche la Colombia possiede una forza di combattimento di molto inferiore a quella del Venezuela. Poggia infatti su una fanteria con blindati leggeri; inoltre non possiede carri, perciò l’artiglieria è sparpagliata e rimorchiata da camion. Per fare un paragone, il Venezuela possiede carri di artiglieria automotrice 2S19 Msta, carri BM-30 Smerch, BM-21 Grad, LAR e T-72.

–  Una spedizione marittima brasiliana della 1^ Brigata di fanteria di marina, a bordo di portaelicotteri e di navi da sbarco, potrebbe rendere complicata la difesa del Venezuela. Il Venezuela potrebbe attaccare il gruppo di navi da sbarco lungo 100-200 chilometri di costa con missili antinavi Kh-31A e Kh-59ME, lanciati da Su-30.

Lo scenario di un’invasione statunitense

Soltanto un’invasione militare USA potrebbe rovesciare Nicolas Maduro, come accadde in Iraq e in Libia. Da allora però la Russia ha cambiato politica estera e in Siria ha dimostrato di essere in grado di difendere i propri alleati.

A difesa dei loro rilevanti interessi economici, Russia e Cina, anche se non inviassero truppe per impedire un’invasione USA, fornirebbero al Venezuela armi di alto livello e ad ampio raggio d’azione.

Gli Stati uniti sono la più grande potenza navale al mondo e hanno due corpi di fanteria marina. Per questa ragione il principale asse offensivo potrebbe essere aperto da un loro sbarco.

Il naufragio di una o due portaerei e di parecchie navi anfibie da sbarco USA renderebbe impossibile ottenere la supremazia aerea, nonché ridurrebbe le possibilità di creare una testa di ponte di fanteria marina sulla costa venezuelana.

Tale obiettivo è facilmente raggiungibile con il missile ipersonico russo Zircon, che ha una portata di mille chilometri, e con il missile da crociera Kalibr 3M-54, che ha una portata di 1.400 chilometri. Se il Venezuela avesse questi missili potrebbe colpire la spedizione navale statunitense a sud delle Bahamas, a 500 chilometri da Miami. Tuttavia, non credo che la Russia doterebbe il Venezuela di missili Zircon e Kalibr. Potrebbe in compenso proporle sistemi Bastion e missili aria-aria Kh-59MK2, con raggio d’azione di 550 chilometri, utilizzabili sugli aerei Su-30.

Una batteria del missile litoraneo-navale Bastion, equipaggiato dalla Russia, utilizza quattro vettori di missili mobili P-800 Oniks. Il missile ha una massa di tre tonnellate, un’apertura alare di 1,7 metri e un’ogiva performante di 250 chilogrammi. Alla propulsione provvede un motore da crociera ramjet (statoreattore supersonico), simile a quello del missile Zircon. La portata del missile P-800 è di 350-600 chilometri, la velocità è di Mach 2,4 (700 metri al secondo). Sulla traiettoria, al plafond di crociera di 14 mila metri, il missile è guidato dal satellite. In prossimità del bersaglio, il P-800 punta l’obiettivo, scende fino a 10 metri ed esegue manovre di cambio di direzione.

Così equipaggiato, il Venezuela sarebbe in grado di fronteggiare il gruppo di corpi di spedizione USA a sud di Haiti e di Portorico. Il missile P-800 ha uno scarto di precisione di 1,5 metri, il che significa che il bersaglio sarebbe colpito al 100% nel caso di portaerei, portaelicotteri, incrociatori o destroyer, tutti di lunghezza superiore ai 100 metri.

L’unica possibilità sarebbe un bombardamento coordinato NATO (USA, Francia, Olanda, Regno Unito) e Stati latinoamericani (Brasile, Colombia, Guyana) su obiettivi mirati. In tal caso però non sarebbe invasione, bensì distruzione di alcune strutture venezuelane.

Valentin Vasilescu

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

fonte https://www.voltairenet.org/article205455.html

Kashmir

Analysis Militarés 28 febbraio 2019

L’IAF (India) lanciava un attacco sul territorio pakistano conclusosi con un aereo abbattuto e una serie di ipotesi su ciò che realmente sarebbe accaduto. La prima cosa da dire è che India e Pakistan sfruttano ogni possibilità in ogni secondo. Oggi è accaduto qualcosa di più serio.
E’ una risposta dell’India al Pakistan per l’attacco suicida di pochi giorni prima.

Attacco in Kashmir: bomba uccide 40 poliziotti indiani
Il 14 febbraio un kamikaze causava una carneficina attaccando un convoglio indiano nel Kashmir. Circa 40 soldati morivano. Per la precisione si avevano 41 morti e 35 feriti. L’India proclamò di sospettarne il JeM, cioè Jaish-e-Mohammed, gruppo islamista nella regione. Inoltre, aggiunsero gli indiani, il Pakistan era responsabile perché ospitava tale organizzazione in alcuni campi di addestramento nella zona montuosa al confine col territorio indiano. L’inchiesta chiariva che l’attentatore suicida, Adil Ahmad Dar, era un membro del JeM. India e Pakistan sono stati per alcuni giorni in allerta fin quando il 26 febbraio l’India abbatteva un drone pakistano nella zona di confine del Gujarat. L’India decise di avviare un’operazione di punizione contro i campi di addestramento del JeM nell’area montuosa del villaggio di Jaba, al confine col territorio indiano. Per ciò che si sa in questo momento, alle 3:45 del mattino, l’IAF lanciava un’operazione a cui partecipavano i seguenti velivoli:
12 caccia-bombardieri Dassault Mirage 2000H in modalità di attacco che decollavano dalla base aerea di Gwalior.
4 cacciabombardieri Sukhoj Su-30MKI da superiorità aerea della base di Bareilly
2 cacciabombardieri Dassault Mirage 2000H da guerra elettronica (EW)
1 drone IAI Heron da ricognizione ad Agra
2 velivoli AWACS (1 Beriev A-50EI e 1 Embraer E145) di Agra e Bhatimda
2 aerei cisterna Iljushin Il-78MKI di Agra.
L’attacco durò 21 minuti, lanciando bombe guidate Spice-2000 e missili Popeye 2..
Non ci furono perdite od incidenti tra le squadre dell’operazione dell’IAF.

Oltre a questo attacco successivamente vi furono varie azioni in cui l’India perdeva un caccia MiG-21Bis, probabilmente abbattuto. Si trattava del MiG-21Bis ‘CU-2328’. Il pilota, il comandante Abhinandan Varthaman, finiva in territorio nemico e riceveva le “cure” dai pakistani.
L’India perdeva anche un elicottero, anche se tratterebbe di un incidente. Era un Mil Mi-17V5, caduto a Budgama. Da parte sua, l’India sostiene di aver abbattuto un F-16 pakistano.

Riassumendo:
– Nella tensione tra India e Pakistan, la prima cosa che va considerata è l’attacco che il JeM effettuò il 14 febbraio 2019, causando 41 morti e 35 feriti.
– L’India accusava il Pakistan di collaborare con JeM dandogli rifugio
– Il 26 febbraio 2019 l’India abbatteva un drone pakistano in Gujarat
– Alle 3:45 del mattino del 27 febbraio, l’IAF avviava un’operazione a cui partecipavano:
12 cacciabombardieri Dassault Mirage 2000H in modalità d’attacco
4 cacciabombardieri Sukhoj Su-30MKI da superiorità aerea
2 cacciabombardieri Dassault Mirage 2000H da guerra elettronica (EW)
1 drone IAI Heron da ricognizione
2 velivoli AWACS (1 Beriev A-50EI e 1 Embraer E145)
2 aereicisterna Iljushin Il-78MKI
L’attacco durava 21 minuti. Le vittime variano a seconda le fonti. Non ci furono perdite umane o materiali per l’IAF.
– Alle 10:20 del 27 febbraio, la PAF pakistana rispose inviando un gruppo aereo composto da caccia F-16, JF-17 e Mirage V che penetrava per pochi chilometri nello spazio aereo indiano sul Kalal venendo rilevato dalla difesa aerea indiana che inviava caccia MiG-21 per intercettarli (e tutto ciò che l’IAF aveva da inviare, era un MiG-21Bis UPG ). Nello scontro il caccia MiG-21Bis UPG veniva abbattuto, forse da un cacciabombardiere JF-17 della PAF. Dall’India si affermava che un F-16 della PAF veniva abbattuto da un MiG-21Bis UPG dell’IAF usando un missile R-73.
– Inoltre, un elicottero Mil Mi-17V5 indiano si schiantava con la morte di 5-6 persone. Si parla d’incidente.
Parlando a una conferenza stampa, le Forze Armate indiane confermavano che un F-16 dell’Aeronautica Militare pakistana era stato abbattuto da un MiG-21Bis indiano, il 27 febbraio, in un scontro aereo.

fonte http://aurorasito.altervista.org/?p=5712

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Lo scontro indo-pakistano sullo sfondo del fallito vertice Kim-Trump

di Fabrizio Poggi
 

Si parla di nucleare, in questo periodo; soprattutto di armi nucleari. Se ne parla un po’ meno nello scacchiere occidentale – chissà perché, come se qui non esistesse un pericolo nucleare, con le centinaia di ordigni stipati e schierati in Europa – e si concentra l’attenzione sui sistemi missilistici che, di per sé sono vettori soprattutto di testate atomiche. Se ne parla principalmente, in questi giorni, nell’emisfero orientale. Mentre Kim Jong Un e Donald Trump sono tornati a riunirsi oggi a Hanoi, concludendo con un nulla di fatto il summit iniziato ieri e otto mesi dopo il primo incontro a Singapore, rimane incerta la situazione sul fronte indo-pakistano: due paesi che l’arma nucleare ce l’hanno e che, tra l’altro, non aderiscono (ma conta poi veramente qualcosa? come insegnano la storia e gli USA, i trattati si possono ignorare, o anche rescindere) all’accordo sulla non proliferazione nucleare.
 

Nella prima mattinata di oggi, la coreana KCNA riportava che Kim e Trump si sono ieri scambiati “opinioni sincere e profonde”, che possono rendere “completi ed epocali i risultati” del vertice di Hanoi. Strette di mano ieri, riporta la cinese Xinhua, anche tra il Segretario di Stato Mike Pompeo e Kim Yong Chol, vicepresidente del CC del Partito dei lavoratori RPDC.
 

Intanto, sei o settemila chilometri più a ovest, nonostante, dopo la vampata di questi ultimi due giorni, ancora una volta sullo scenario del Kashmir, si bisbiglino dichiarazioni “accomodanti” tra India e Pakistan – il primo ministro pakistano Imran Khan ha invitato ieri l’India al dialogo: “i nostri paesi non possono permettersi errori di calcolo a causa delle armi che possediamo: il Pakistan è pronto per il dialogo contro il terrorismo” – Delhi muove verso la frontiera i T-72M1 e il Pakistan risponde con “Al-Khalid” (il carro di fabbricazione sino-pakistana) e T-80UD (di produzione ucraina, forniti a Islamabad ancora a inizi 2000), mentre topwar.ru sottolineava nelle prime ore di stamani come il conflitto tra i due stati nucleari sia lontano dalla soluzione. Dopo la battaglia aerea di ieri tra MiG-21 indiani e F-16 pakistani, lungo la cosiddetta Linea di Controllo, oggi si passerebbe già allo scontro terrestre, nel conflitto ormai settantennale che, sulla questione del Kashmir (base di raggruppamenti islamisti, che periodicamente compiono puntate terroristiche in India), vede fronteggiarsi i due stati sorti dalle spoglie dell’India britannica e che contano la seconda (India) e la sesta (Pakistan) popolazione mondiale. Un conflitto che si inasprisce sullo sfondo della contrapposizione USA-Russia-Cina, soprattutto per Siria, Venezuela, Ucraina. Così che, da una parte, Pechino – anche per lo scontro iniziato sessant’anni fa con l’URSS, tradizionale alleata dell’India – è da lungo tempo schierata con il Pakistan; Mosca, negli ultimi tempi, cerca di sviluppare buone relazioni con entrambi; Washington, storico alleato di Islamabad, tenta oggi un approccio migliore anche con Delhi.
 

E’ in questa situazione che stamani Kim Jong Un e Donald Trump sono tornati a incontrarsi, dapprima faccia a faccia, a porte chiuse, e poi con le delegazioni coreano-americane al completo: sul tappeto, come nel giugno scorso a Singapore, la questione della denuclearizzazione della penisola coreana. Di fronte alle telecamere, riporta la Xinhua, Kim si è detto convinto di poter ottenere un “risultato che potrà essere salutato da tutti”. Ci sono state una certa sfiducia e incomprensione tra noi, ha detto Kim, ma abbiamo superato gli ostacoli. Trump ha ricordato “il successo” del primo incontro, i “molti progressi” nei rapporti con Kim, ma, soprattutto, non ha mancato di sottolineare che Pyongyang ha un grandissimo potenziale economico, incredibile e illimitato.

Al momento, difficile trovare un giudizio univoco sugli esiti del vertice. I primissimi commenti della Tass erano orientati stamani a un cauto ottimismo: “Vi assicuro” ha detto Kim prima della seconda giornata del summit, “che farò tutto quanto dipende da me per ottenere buoni risultati, quantomeno, oggi”. Ci sono “persone che salutano questo incontro” ha continuato Kim, “e altri che sono scettici. Tutti hanno dei dubbi, ma, per quanto riguarda me personalmente, sento che otterremo buoni risultati”. Secondo le fonti (non citate) riprese dalla Tass, il summit avrebbe dovuto concludersi con una “Dichiarazione di Hanoi”, di cui sarebbero stati concordati almeno tre punti: definizione del concetto di “denuclearizzazione”; passi successivi di entrambe le parti; obiettivi e questioni da discutere nel prossimo futuro.
 

Già più tardi la stessa Tass riferiva del mancato accordo, data l’indisponibilità USA a eliminare le sanzioni contro la RPDC, in cambio del congelamento del sito atomico di Nyongbyon, un centinaio di km a nord di Pyongyang. Netto e quasi senza appello il primo commento di colonelcassad, secondo cui gli USA “riferiscono che non è stato raggiunto alcun accordo”. Era ingenuo, commenta colonelcassad, aspettarsi dal summit progressi sostanziali sulla questione delle armi nucleari della Corea del Nord, senza significative concessioni americane a Pyongyang: soprattutto, quelle che vorrebbe la Cina. Washington era disposta solo a un accordo per ridurre le richieste di monitoraggio sul programma nucleare nordcoreano; per la RDPC, tali “concessioni” sono di natura insignificante, dato che Kim chiede un effettivo impegno yankee a ridurre la presenza militare e eliminare i sistemi antimissilistici in Corea del Sud.  Così che, a quanto pare, il summit si è concluso prima della fine del programma ufficiale, senza la firma di una dichiarazione. Non si è giunti ad accordi significativi sulle armi nucleari e Washington non era disposta a firmare una dichiarazione che non contenesse almeno l’apparenza di una vittoria diplomatica internazionale. Tra i punti appena “auspicati”: l’apertura di ambasciate a Washington e Pyongyang e il proseguimento di ulteriori contatti. In conclusione: scarsissimi risultati. In fondo, nota colonelcassad, la RPDC non è poi così dipendente dagli esiti del vertice: finché continuano i negoziati, “il mondo impara ad accettare la realtà di una Corea del Nord dotata di testate nucleari e missili strategici. E, dopotutto, se anche il processo negoziale fallisse (cosa molto probabile), a Pyongyang possono sempre dire: abbiamo provato, ma a causa degli USA non si è trovato l’accordo e non ci sono dunque motivi perché noi ci sbarazziamo delle armi nucleari. Mosca e Pechino incolperanno gli USA per l’insuccesso e il giovane Kim rimarrà membro del club nucleare”

L’escalation indo-pakistana assume aspetti più preoccupanti, sullo sfondo del fallimento di Hanoi.

fonte https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-lo_scontro_indopakistano_sullo_sfondo_del_fallito_vertice_kimtrump/82_27367/


Venezuela- Aiuti umanitari e concerto Live Aid

#in aggiornamento

“Il deputato avvelenato da Maduro”

Neanche un trafiletto con una rettifica. O due parole per scusarsi con i telespettatori di aver diffuso, per giorni e giorni, la bufala di Freddy Superlano, deputato dell’opposizione venezuelano “avvelenato, in Colombia, dai sicari di Maduro, con il Burundanga”. Nulla. Assoluto silenzio. Tanto la “notizia”, già metabolizzata, può sempre tornare utile per una prossima guerra umanitaria contro Venezuela. Quindi, perché smentirla?

Luis Sepúlveda

Mi piace leggere la stampa pubblicata in Colombia, perché è sempre impregnata di realismo magico.
L’omaccione con la camicia a quadri che passeggia accanto a Guaidó per le strade umide di Cúcuta si chiama Freddy Francesco Superlano Salinas ed è un deputato dell’Assemblea nazionale venezuelana, accanto a lui, suo cugino Carlos Salinas. Entrambi arrivati a Cúcuta, pieni di ardore patriottico, per organizzare l’aiuto umanitario al Venezuela e assistere al mega-concerto umanitario del pomeriggio di sabato.
A quanto pare, venerdì Freddy e suo cugino Carlos hanno lavorato fino allo sfinimento, e per dare riposo al corpo hanno deciso di invitare due volontarie dell’aiuto umanitario in un motel della strada che collega Cúcuta, in Colombia, con San Antonio, in Venezuela.
L’ idea era di scambiare idee umanitarie con le ragazze e lenire il calore appiccicoso di Cúcuta togliendosi qualche indumento. Il giorno dopo, il team umanitario venezuelano e gli umanitari colombiani, già turbati di non vederli all’ora di colazione, a mezzogiorno hanno ricevuto la notizia del deputato venezuelano e di suo cugino ricoverati in un ospedale lì vicino. Dove Carlos era entrato morto. Cos’altro riferire alla stampa se non di un inequivocabile crimine commesso da agenti del servizio segreto di Maduro?
Ma c’è sempre un poliziotto che rovina le argomentazioni dei patrioti. E, così, si è saputo che Freddy e Carlos avevano ricevuto dalle due volontarie dell’aiuto umanitario, una dose troppo grande di Scopolamina, più conosciuta come Burundanga. E che, una volta tramortiti Freddy e Carlos, le due volontarie dell’aiuto umanitario si sono presi per ricordo le loro fedi nuziali, gli orologi, i portafogli e, persino, le scarpe.
Freddy Superlano Salinas e suo cugino Carlos, si sono persi, così, il concerto umanitario. La due signorine, crediamo, invece, vi abbiano partecipato.


23 febbraio 2019

False Flag ecc.

Il confine del Venezuela con Colombia e Brasile è stato teatro di un’operazione di falsa bandiera per giustificare un “intervento militare straniero” nel paese.

  1. Al Ponte Internazionale Simón Bolívar, diversi soldati hanno preso due veicoli corazzati dalle forze armate nazionali bolivariane (FANB) e hanno speronato la barriera di sicurezza del confine. Dopo l’attacco percorso il lato colombiano del confine, dove sono stati accolti dai politici dell’opposizione venezuelana. L’attacco ha provocato due feriti.
  2. Gli oppositori venezuelani hanno appiccato il fuoco a camion carichi di “aiuti umanitari” al ponte Francisco de Paula Santander. Di nuovo, la GNB venezuelana è stata accusata, ma le immagini prese dai testimoni hanno smantellato il falso positivo.
  3. A Paracaima, nel nord del Brasile, hanno cercato di accedere ai camion a Santa Elena de Uairén, nello stato venezuelano di Bolivar. I leader dell’opposizione venezuelana e i presidenti di Colombia e Cile hanno diffuso la notizia della presunta entrata di successo di “aiuti umanitari”. Questo è stato negato dai giornalisti della zona.
  4. Il deputato venezuelano dell’opposizione Freddy Guevara ha annunciato che una nave di “aiuti umanitari” è partita da Porto Rico e avrebbe dovuto arrivare a Puerto Cabello, nello stato di Carabobo, nel nord del Venezuela. Più tardi, il governatore di Porto Rico ha riferito che ha incaricato la nave presunta di lasciare l’area. Di nuovo, l’entrata illegale è fallita.

IL Venezuela rompe le relazioni diplomatiche con la Colombia

Durante una mobilitazione per la pace e la sovranità che si è tenuta nella città di Caracas, il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, ha reso nota la decisione di porre fine alle relazioni politiche e diplomatiche con la Colombia.

“Ho deciso di rompere tutte le relazioni politiche e diplomatiche con il governo colombiano, concedo ai vostri rappresentanti diplomatici 24 ore per lasciare il paese!”, ha informato il capo dello Stato.

Il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha spiegato che questa decisione è una risposta forte da parte del governo nazionale, alla palese interferenza del presidente colombiano, Ivan Duque, negli affari interni del Venezuela e il suo sostegno ai settori golpisti nella zona di confine tra Colombia e Venezuela.

«La Colombia ha prestato il suo territorio per aggredire e intervenire in Venezuela. Iván Duque ha una faccia da angelo, ma in realtà è un provocatore, il diavolo in persona. Questo è il motivo per cui ho deciso di interrompere le relazioni politiche e diplomatiche con la Colombia e il suo personale diplomatico deve lasciare il paese, adesso basta. Non è il popolo della Colombia, è colpa dell’oligarchia che lo governa».

Inoltre, Nicolas Maduro ha deplorato che Ivan Duque presti attenzione alla politica interna del Venezuela, invece di aiutare oltre il 70% dei cittadini che vivono in condizioni di estrema povertà a Cucuta. “Mai prima d’ora un presidente era caduto in basso come Ivan Duque». 

fonte https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_venezuela_rompe_le_relazioni_politiche_e_diplomatiche_con_la_colombia/82_27298/

Live Aid

Il circo mediatico che si sta allestendo alla frontiera con la Colombia sembrerebbe piuttosto destinato a fornire un viatico a un disastroso intervento militare, secondo il modello già sperimentato in Iraq e Libia.

Organizzato dal magnate britannico Richard Branson, il mega-concerto sul confine colombiano-venezuelano coincide con l’ultimatum fissato dall’opposizione per l’ingresso in Venezuela di una spedizione di “aiuti umanitari” dagli Stati Uniti.

Con la presunta premessa di raccogliere fondi per la consegna di “aiuti umanitari” al Venezuela e accompagnato da una grande promozione commerciale e mediatica, venerdì 22 febbraio si terrà nella città al confine di Cúcuta, in Colombia, il concerto Live Aid Venezuela organizzato dal magnate britannico Richard Branson.

La realizzazione dell’evento, che vedrà la presenza di oltre 15 cantanti internazionali, coincide con l’ultimatum del deputato venezuelano di opposizione Juan Guaidó, che ha fissato per sabato 23 febbraio l’ingresso nel paese di una spedizione di “aiuti umanitari” dagli Stati Uniti (USA).

Le scatole di forniture inviate attraverso l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti (USAID secondo il suo acronimo in inglese) e il Dipartimento di Stato, rimangono immagazzinate in un magazzino nelle vicinanze del Puente Internacional de Tienditas, scenario del megaconcerto.

Il miliardario britannicoRichard Branson, padrone della Virgin Group, ha organizzato l’ennesimo concerto Live – Aid questa volta al confine tra Venezuela e Colombia per aiutare le popolazioni. E a questo proposito è interessante vedere che cosa ne pensa Roger Waters, la mente dei Pink Floid che in un video demolisce le buone intenzioni di questo padroncino delle ferriere ( qui). Del resto si sa bene bene come queste iniziative così caritatevoli servano ad incanalare soldi nei conti bancari degli organizzatori mentre solo gli spiccioli servono per fronteggiare i disastri umanitari per i quali si chiede l’obolo come è accaduto per i progetti di distribuzione dell’acqua in Africa. Tutto questo fa parte di un vasto sistema che attraverso il pretesto umanitario è funzionale  soprattutto a incamerare soldi e/o a creare cavalli di Troia per la geopolitica, Basta vedere cosa è successo ad Haiti, dove dopo il terremoto la Croce rossa Usa raccolse offerte per 500 milioni di dollari che sono serviti alla ricostruzione di ben 6 case per i senzatetto, anche se una parte consistente di questi denari sono stati dirottati per attenuare l’impatto mediatico sia dell’epidemia di colera scoppiata proprio per la noncuranza e la disorganizzazione negli aiuti, sia degli stupri di bambini ad opera dei soccorritori. Del resto tutte le donazioni provenienti dagli altri Paesi e raccolte da tutte le ong umanitarie sono state abbondantemente saccheggiate, comprese quelle italiane, come le cronache raccontarono a suo tempo.

Il governo spagnolo, grande sostenitore di Guaidò, ha sequestrato sul suo territorio 590 chili di medicinali per malattie croniche in provenienza dall’Iran destinati al Venezuela. Le umanitarie potenze occidentali con una mano soffocano e affamano il popolo venezolano, con l’altra elargiscono generosamente qualche briciola di aiuti umanitari per ottenere la copertura a un intervento militare condotto con grande dispiego di mezzi bellici e con il prevedibile risultato di un numero indeterminato di vittime.

Ieri nel porto di La Guaira, in pratica un ‘estensione di Caracas, è arrivata una nave che ha scaricato quasi 1000 tonnellate di medicinali e materiale sanitario offerto dalla Cina, da Cuba, dall’organizzazione panamericana per la salute (Paho), suscitando grottesche critiche riguardo all’ “interferenza” costituita da questa azione. Apparentemente può sembrare che vi sia una totale incongruenza tra queste azioni umanitarie e la tesi dell’ingerenza, visto che la mancanza di medicine è uno dei pretesti usati per demonizzare il regime di Maduro e impadronirsi del Venezuela: ci si dovrebbe teoricamente rallegrare per questo sostegno che allevia le sofferenze del popolo che stanno così a cuore a Washington. Ma visto che questa carenza, assieme a quella del cibo è precisamente dovuto agli embarghi e ai sabotaggi coordinati essa è perfettamente coerente con la occidentalis vergogna.

Concerto per la pace?

Sul sito ufficiale di Live Aid Venezuela, gli organizzatori dicono di aspettarsi più di 150.000 partecipanti. Tra gli obiettivi principali del mega-evento c’è la necessità di “riaprire i confini venezuelani per consegnare aiuti umanitari”.

Amauri Chamorro, esperto di comunicazione e consulenza politica, avverte che il concerto potrebbe essere utilizzato come “facciata per nascondere un intervento straniero”.

“L’evento vuole utilizzare la cultura come meccanismo per umanizzare lo sviluppo di un’operazione militare contro un paese sovrano”, ha avvertito attraverso dichiarazioni rilasciate all’agenzia AVN.

Molti degli artisti invitati, tra cui Juanes, Juan Luis Guerra, Alejandro Sanz, Miguel Bosé, Carlos Vives e Ricardo Montaner hanno partecipato nel 2008 al concerto Paz Sin Fronteras, dopo che la Fuerza Aérea de Colombia aveva intrapreso l’Operazione Phoenix con un’incursione militare nel territorio ecuadoriano e scatenato un conflitto diplomatico.

“Quando le forze armate colombiane hanno bombardato l’Ecuador nel 2008, hanno organizzato un falso concerto per la pace a Cúcuta. Ora, dopo 11 anni, gli stessi artisti si esibiranno nello stesso luogo in un evento che cerca di usare la cultura per “umanizzare” un’altra operazione militare colombiana contro un paese fratello”, ha ricordato Chamorro tramite il suo account Twitter.

Collegamenti tra Venezuela Live Aid e la Fuerza Aérea de Colombia

Secondo le informazioni comparse nel portale di inchiesta La Tabla, le piattaforme di donazione di venezuelaaidlive.com e ayudaylibertad.com sono una creazione della società colombiana LinkTic, che a sua volta è un appaltatore della Fuerza Aérea de Colombia.

“La relazione di LinkTic con l’aviazione può essere verificata con l’esistenza di dozzine di link al dominio LinkTic con contenuti della Escuela de Inteligente Aérea, così come una sezione sul sito web esina.mil.com chiamata test di collegamento LinkTic”, ha rivelato l’articolo di La Tabla.

Roger Waters: “Non ha niente a che fare con gli aiuti umanitari”

Il leggendario musicista britannico fondatore dei Pink Floyd, ha respinto la realizzazione del concerto al confine colombiano-venezuelano. “Questo ha a che fare con Richard Branson e non ne sono sorpreso, visto che si è unito agli Stati Uniti” nel suo desiderio “di appropriarsi del Venezuela, per qualsiasi motivo”, che “non ha nulla a che vedere con la democrazia, con la libertà e nulla a che fare con l’aiuto umanitario”, ha denunciato Waters in un video diffuso attraverso i social network.

“Ho amici a Caracas in questo momento e non c’è nessuna guerra civile, non c’è violenza, non c’è apparente dittatura, non ci sono arresti di massa di oppositori, non c’è eliminazione della stampa, niente di tutto questo accade anche se questa è la narrativa che ci viene venduta”, ha dichiarato.

La chiusura della frontiera col Brasile e Colombia

Con l’obiettivo di proteggere la popolazione Nicolás Maduro ordinava la chiusura del confine tra Venezuela e Brasile, oltre ad informare di valutare lo stesso per il confine con la Colombia. “A partire dalle 20:00 di oggi, 21 febbraio, il confine terrestre col Brasile è totalmente e assolutamente chiuso, fino a nuovo avviso”, annunciava Maduro. Perché il Venezuela agisce così? Perché conosce la storia. Più di 150 anni fa, l’imperialismo attivò i suoi sepoy nella regione per distruggere lo sviluppo autonomo di una nazione-popolo che non voleva sottomettersi alla sua volontà, il Paraguay. La cosiddetta Guerra della Triplice Alleanza, che fu quadruplice, perché finanziata e organizzata dall’Inghilterra, fu per l’imposizione della volontà imperialista in America Latina e provocò il genocidio della nazione paraguaiana, la cui popolazione maschile fu decimata fino al 90%. A quei tempi, il Maresciallo Solano López voleva trasformare il Paraguay in una potenza industriale senza la protezione dei Paesi che erano già potenze industriali. Il Paraguay ebbe con Solano López tutto ciò che una società industrializzata poteva essere considerata tale nel 19° secolo: industria tessile, cantieri navali, fabbrica di armamenti, ferrovie, telegrafi e siderurgia.
Come diciamo sempre, il Paraguay fu uno degli unici due casi di Paese che passò da sottosviluppato a sviluppato dopo la rivoluzione industriale in occidente. Insieme alla Corea del Sud, che raggiunse il suo sviluppo grazie al fatto che gli Stati Uniti l’inondò del denaro necessario, il Paraguay riuscì a diventare quello che ora chiamiamo “primo mondo”, finché Londra decise che questo doveva finire. La diplomazia inglese intessé un paziente complotto per istigare la guerra fratricida con Bartolomé Mitre, i liberali golpisti di Venancio Flores e il monarca del Brasile Pedro II. Così, l’Inghilterra riuscì a eliminare il “cattivo esempio” paraguaiano senza sporcarsi le mani, esternalizzando l’omicidio ai suoi sepoy che, con armi fornite sempre dagli inglesi, furono incaricati di uccidere e distruggere la fraterna nazione del Paraguay.
Ciò che accade in Venezuela oggi è esattamente lo stesso che accadde al Paraguay nel 19° secolo e l’unica cosa che cambia sono alcuni attori. L’imperialismo inglese è decaduto ed è stato sostituito da quello degli Stati Uniti, che in realtà appartiene alle corporazioni; i liberali golpisti non dominano più in Uruguay e con quel Paese non potranno contare sulla realizzazione di tale nuovo fratricidio. Ora hanno il controllo di Argentina e Brasile, a cui si uniscono Cile, Colombia, Perù e forse l’Ecuador per creare tale alleanza di sud-americani coll’obiettivo di uccidere altri sud-americani in modo che una terza parte straniera possa trarne profitto. Questa è, senza dubbio, la riedizione della quadruplice alleanza di ladri, genocidi, vigliacchi e pirati che nel XIX secolo scrissero la pagina più vergognosa della storia della nostra America. Maduro chiude i confini per prepararsi. I venezuelani conoscono la storia e sanno che gli Yankees, se possono, non vorranno sporcarsi le mani di sangue. Se riescono a tessere la trama diplomatica del caso, gli Stati Uniti esternalizzeranno l’orrore e ci saranno brasiliani, argentini, colombiani, cileni e altri a uccidere e morire in senso lato: quando un sud-americano ne uccide un altro per far trarre vantaggio una terza parte, poi l’americano che uccide muore, muore in modo spirituale, sebbene rimanga vivo nella carne. Quello che vogliono è un nuovo fratricidio in America Latina e non c’è altro modo che fare appello alla coscienza dei popoli, allertare sulla situazione e denunciarla. Nessun brasiliano, argentino, colombiano o cileno ha nulla a che fare in Venezuela se non abbracciare i suoi fratelli.

La sovranità nazionale della nazione-popolo venezuelana è oggi più che mai la nostra sovranità nazionale. Affinché il Venezuela cada, ci useranno come carne da cannone; e una volta che cadrà, ci lasceranno cadere come nel diciannovesimo secolo. Quando il Paraguay fu distrutto, Brasile, Argentina e Uruguay furono rapidamente sottomessi e ridotti allo status di semi-colonie dell’Inghilterra.

fonti varie dalla rete

Tulsi Gabbard

Probabilmente il prossimo presidente degli Stati Uniti.


Nata nelle Samoa americane il 12 aprile 1981, la Gabbard è figlia del politico conservatore Mike Gabbard. Dopo essersi trasferita da piccola nelle Hawaii, Tulsi crebbe in un ambiente multiculturale: suo padre era un samoano cattolico, mentre la madre una caucasica induista. Il nome di Tulsi deriva proprio dall’omonima pianta sacra per gli induisti.

Per ulteriori chiarimenti http://sakeritalia.it/america-del-nord/il-fenomeno-tulsi-gabbard-come-strumento-diagnostico/

Dresda

Nella notte tra il 13 e il 14 febbraio del 1945, iniziava uno dei bombardamenti più atroci della storia: il bombardamento di Dresda, la città del Barocco. Per sette giorni e otto notti la città bruciò. I cittadini tedeschi venivano carbonizzati, uccisi o avvelenati. Morirono oltre 135 000 persone

Nel febbraio 1942 ArthurTravers Harris venne nominato comandante in capo del Bomber Command della Royal Air Force e in poco tempo passò alla storia come «Butcher Harris» (Harris il Macellaio) per avere raso al suolo quarantacinque delle principali città tedesche. Durante il suo mandato, infatti, gli angloamericani diedero il via ai bombardamenti a tappeto sulle più grandi città della Germania senza alcuna distinzione tra obiettivi militari e popolazione civile, perché lo scopo delle missioni era abbattere il morale tedesco e decimare la forza lavoro dell’industria bellica.

OBIETTIVO: UCCIDERE CIVILI. Come scritto da diversi storici, l’obiettivo principale degli attacchi era comunque quello di uccidere civili, spaventare la popolazione e creare il maggior numero di sfollati possibile.
Prima di ogni attacco venivano studiati i metodi e le tattiche migliori: era preferibile attaccare dopo giorni di tempo caldo e secco, in modo che le costruzioni di legno fossero più infiammabili.
ORDIGNI DIFFERENTI. Bisognava sganciare prima bombe ad alto potenziale esplosivo che sfondassero i tetti delle case e rompessero le finestre e solo dopo passare a quelle incendiare, in modo che le case sventrate bruciassero più facilmente.
Infine si passava alle bombe a frammentazione a scoppio ritardato che uccidevano pompieri e soccorritori, in modo da consentire agli incendi di espandersi.

L’attacco fu condotto congiuntamente dalla Royal Air Force britannica e dalla United States Army Air Force ed avvenne fra il 13 e il 15 febbraio 1945. Il 13 febbraio 1945 più di 800 aerei inglesi volarono su Dresda, scaricando circa 1.500 tonnellate di bombe esplosive e 1.200 tonnellate di bombe incendiarie. Il giorno dopo la città fu attaccata dai B-17 americani che in quattro raid la colpirono con altre 1.250 tonnellate di bombe. Nella mattinata del 15 febbraio ci fu l’ultima incursione di 200 bombardieri statunitensi sulla città ancora in fiamme.

La popolazione di Dresda nel 1939 contava circa 642 mila persone.

Il tempo stringe

di Thierry Meyssan

Oggi il Venezuela è diviso tra due poteri legittimi, quello del presidente costituzionale, Nicolas Maduro, e quello del presidente dell’Assemblea Nazionale, Juan Guaidó.

Invocando gli articoli 223 e 233 della Costituzione, Guaidó si è autoproclamato presidente ad interim. Basta leggere queste norme per capire che in questo caso non sono applicabili e che da esse non può scaturire la legittimità della funzione cui Guaidó aspira. Ciononostante, Stati Uniti, Gruppo di Lima e parte dell’Unione Europea riconoscono la legittimità di una funzione in realtà usurpata.

Alcuni sostenitori di Maduro ritengono che Washington voglia rovesciare un governo di sinistra, come fece con Salvador Allende nel 1973, all’epoca del presidente Richard Nixon.

Alcuni, reagendo alle rivelazioni di Max Blumenthal e di Dan Cohen sul percorso di Guaidó, sostengono che si tratti di una rivoluzione colorata, come quelle che si sono viste durante la presidenza di George W. Bush.

Ebbene, di fronte all’aggressione da parte di un nemico molto più forte di noi è di cruciale importanza individuarne gli obiettivi e comprenderne i metodi. Soltanto coloro che sono in grado di prevedere i colpi che stanno per arrivare hanno possibilità di sopravvivere.

Tre ipotesi prevalenti

È del tutto logico che i latino-americani paragonino quel che vivono oggi con quanto già accaduto, per esempio con il colpo di Stato in Cile del 1973. Per Washington sarebbe però rischioso mettere in atto un piano vecchio di 46 anni; sarebbe un errore, dato che ormai tutti conoscono i retroscena di quell’imbroglio.

Le rivelazioni dei legami di Guaidó con la National Endowment for Democracy e l’équipe di Gene Sharp suggeriscono invece l’ipotesi di una rivoluzione colorata, tanto più che nel 2007 il Venezuela ne conobbe una, che peraltro fallì. Proprio per questo sarebbe rischioso per Washington tentare di attuare lo stesso piano naufragato 12 anni addietro.

Per capire il disegno di Washington dobbiamo innanzi tutto conoscere il suo piano di battaglia.

Il 29 ottobre 2001, ossia un mese e mezzo dopo gli attentati di New York e del Pentagono, il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, creò l’Ufficio per la Trasformazione della Forza (Office of Force Transformation), la cui missione era rivoluzionare le forze armate USA, cambiarne la mentalità, in modo da renderle adeguate a un obiettivo radicalmente nuovo: assicurare la supremazia degli Stati Uniti sul resto del mondo. Rumsfeld assegnò l’incarico all’ammiraglio Arthur Cebrowski, che aveva già sovrinteso alla messa in rete digitale delle unità militari e, negli anni Novanta, aveva contribuito all’elaborazione di una dottrina della guerra in rete (Network-centric warfare).

Cebrowski arrivò con una strategia già pronta, che presentò non solo al Pentagono ma un po’ ovunque nelle accademie militari. Benché molto importante, il lavoro svolto da Cebrowski all’interno delle forze armate non fu mediatizzato fino all’articolo di Vanity Fair. Successivamente, l’assistente di Cebrowski, Thomas Barnett, pubblicò l’insieme delle sue argomentazioni. Va da sé che questi documenti non sono necessariamente una riproduzione fedele del pensiero del Pentagono; che non cercano di spiegarlo, bensì di giustificarlo. Comunque sia, l’idea principale è che gli Stati Uniti prendano il controllo delle risorse naturali della metà del mondo, non per farne un utilizzo diretto, ma per decidere chi potrà accedervi. Per ottenere questo risultato, gli Stati Uniti dovranno eliminare da queste regioni qualunque potere non sia il loro, ossia distruggervi ogni struttura statale.

Questa strategia non è mai stata messa in atto ufficialmente. Tuttavia, ciò a cui assistiamo da vent’anni corrisponde esattamente al libro di Barnett. Dapprima, negli anni Ottanta e Novanta, c’è stata la distruzione della regione africana dei Grandi Laghi. Tutti si ricordano del genocidio ruandese e dei suoi 900 mila morti, ma molti hanno dimenticato che a essere devastata da una lunga serie di guerre, che causarono in totale sei milioni di morti, fu l’intera regione. Quel che è molto sorprendente è che, a distanza di 20 anni, molti Stati non hanno ancora riconquistato la sovranità sull’insieme del proprio territorio. Questi fatti sono anteriori alla dottrina Rumsfeld-Cebrowski. Non sappiamo quindi se il Pentagono avesse previsto quanto è accaduto o se il piano sia stato concepito distruggendo questi Stati.

Negli anni 2000-2010, quindi dopo la dottrina Rumsfeld-Cebrowski, fu la volta della distruzione del Medio Oriente Allargato. Naturalmente si è liberi di credere che si sia trattato di una successione di interventi “democratici”, di guerre civili e di rivoluzioni. Ma, oltre al fatto che le popolazioni interessate contestano la narrazione egemonica degli avvenimenti, constatiamo anche in questo caso che le strutture statali sono distrutte e che con la fine delle operazioni militari non si ristabilisce la pace.

Ora il Pentagono lascia il Medio Oriente Allargato e si appresta a dispiegarsi nel Bacino dei Caraibi.

Un buon numero di elementi smentisce la nostra precedente interpretazione delle guerre di George W. Bush e di Barack Obama: queste guerre collimano perfettamente con la dottrina Rumsfeld-Cebrowski. Questa lettura degli avvenimenti non è dunque frutto di una coincidenza con la tesi di Barnett e ci obbliga a riconsiderare ciò a cui abbiamo assistito.

Se adottiamo questo modo di ragionare, dobbiamo ritenere che il processo di distruzione del Bacino dei Caraibi sia iniziato con il decreto del presidente Obama del 9 marzo 2015, che sancisce che il Venezuela rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America. Sembrerebbe un episodio lontano, ma in realtà non lo è.

Anche per quanto riguarda la Siria, il presidente George W. Bush ha firmato il Syrian Accountability Act nel 2003 e le operazioni militari sono iniziate otto anni dopo, nel 2011. Questo lasso di tempo è servito a Washington per creare i presupposti dei tumulti.

Gli attacchi alla sinistra antecedenti al 2015

Se questa analisi è giusta, dobbiamo ritenere che i fatti antecedenti al 2015 (il colpo di Stato contro il presidente Hugo Chávez nel 2002, il tentativo di rivoluzione colorata nel 2007, l’operazione Gerico a febbraio 2015 e le prime manifestazioni dei guarimbas) rispondevano a una logica diversa, mentre i fatti successivi (il terrorismo dei guarimbas nel 2017) si collocano su questo piano.

La mia riflessione si fonda anche sulla conoscenza di questi elementi.

Nel 2002 pubblicai un’analisi del colpo di Stato che riferiva del ruolo degli Stati Uniti dietro Fedecamaras (l’associazione imprenditoriale venezuelana). Il presidente Chávez volle verificare le mie informazioni e mandò a Parigi due emissari per incontrarmi. Uno è poi diventato generale, l’altro è oggi una delle più alte personalità del Paese. Il mio lavoro fu utilizzato dal procuratore Sanilo Anderson per la sua inchiesta. Anderson fu assassinato dalla CIA nel 2004.

Allo stesso modo, nel 2007 studenti trotskisti diedero vita a un movimento contro il mancato rinnovo della licenza alla radio-televisione di Caracas (RCTV). Oggi, grazie a Blumenthal e a Cohen, sappiamo che Guaidó vi era implicato e che fu addestrato dai discepoli del teorico della non-violenza Gene Sharp. Invece che reprimere gli eccessi del movimento, il presidente Chávez, in occasione della cerimonia della firma dell’ALBA [Alleanza Bolivariana per le Americhe, ndt], il 3 giugno 2007 lesse per 20 minuti un mio vecchio articolo su Gene Sharp e sul suo concetto di non-violenza messo al servizio di NATO e CIA. Rendendosi conto della manipolazione di cui erano vittima, un gran numero di manifestanti si ritirarono dalla lotta. Negando goffamente i fatti, Sharp scrisse prima al presidente, poi a me. L’iniziativa creò confusione nella sinistra statunitense, che riteneva Sharp una personalità rispettabile e senza compromissioni con il governo degli Stati Uniti. Il professore Stephen Zunes prese le sue difese, ma, di fronte alle prove, Sharp chiuse il suo istituto lasciando posto a Otpor e a Canvas.

Ritorniamo a oggi. Il recente tentativo di uccidere il presidente Maduro fa sicuramente pensare al modo in cui il presidente Salvador Allende fu indotto al suicidio. Le manifestazioni volute dal presidente dell’Assemblea Nazionale, Guaidó, fanno sicuramente pensare a una rivoluzione colorata. Questi fatti non sono però in contraddizione con la mia analisi. In effetti c’è stato un tentativo di assassinare Muammar Gheddafi poco prima dell’inizio delle operazioni militari contro la Libia. Mentre i discepoli di Gene Sharp hanno inquadrato le prime manifestazioni contro il presidente Hosni Mubarak in Egitto. Hanno persino distribuito una versione araba di un libretto già utilizzato in altri Paesi. Ma, come il seguito degli avvenimenti ha dimostrato, non si trattava né di un colpo di Stato né di una rivoluzione colorata.

Prepararsi alla guerra

Se la mia analisi è giusta – e per il momento tutto sembra confermarla – occorre che si preparino alla guerra non soltanto in Venezuela, ma in tutto il Bacino dei Caraibi. Già Nicaragua e Haiti sono destabilizzati.

Sarà una guerra imposta dall’esterno. Non mirerà a rovesciare governi di sinistra a vantaggio dei partiti di destra, benché le apparenze possano di primo acchito ingannare. La logica degli avvenimenti non farà distinzioni tra governi di sinistra e governi di destra. Poco alla volta sarà l’intera società a essere minacciata, senza distinzioni d’ideologia o di classe sociale. Per gli altri Stati della regione sarà impossibile tenersi al riparo dalla tempesta. Anche quelli che penseranno di proteggersi servendo da base arretrata alle operazioni militari saranno parzialmente distrutti. Infatti, benché la stampa ne parli raramente, città intere sono state rase al suolo nella regione di Qatif, in Arabia Saudita, il principale alleato di Washington nel Medio Oriente Allargato.

Sulla base di quanto accaduto nei conflitti dei Grandi Laghi africani e del Medio Oriente Allargato, possiamo prevedere che questa guerra si svolgerà per tappe.
 Dapprima la distruzione dei simboli dello Stato moderno che colpirà le statue e i musei dedicati a Hugo Chávez. In questa fase non ci saranno vittime, ma uno sconvolgimento delle rappresentazioni mentali della popolazione.
 In seguito, bisognerà fornire armi e pagare combattenti per organizzare manifestazioni che degenerino. A cose fatte, la stampa costruirà spiegazioni, non verificabili, dei crimini del governo contro i quali i pacifici manifestanti si sono scagliati. In questa fase è importante che i poliziotti credano di essere stati presi di mira dalla folla, nonché che la folla creda di essere stata bersaglio della polizia: lo scopo è seminare divisione.
 La terza tappa sarà organizzare un po’ ovunque attentati sanguinosi. Per far questo occorrono pochissimi uomini, bastano due o tre squadre che circolino nel Paese.
 A questo punto è maturo il momento di mandare sul posto mercenari stranieri. Durante l’ultima guerra, gli Stati Uniti hanno inviato in Iraq e in Siria almeno 130 mila stranieri, cui si sono aggiunti 120 mila combattenti locali. Si tratta di eserciti molto numerosi, benché mal formati e poco addestrati.

È possibile difendersi, lo dimostra l’esempio della Siria. Ma devono essere prese con urgenza diverse iniziative:
 Fin da ora, per iniziativa del generale Jacinto Pérez Arcay e del presidente dell’Assemblea Costituente, Diosdado Cabello, ufficiali superiori delle forze armate venezuelane studiano le nuove forme di combattimento (guerra di 4^ generazione). Delegazioni militari devono però recarsi in Siria per vedere con i propri occhi come sono andate le cose. È molto importante, perché queste guerre non somigliano alle precedenti. Per esempio, nella stessa Damasco la maggior parte della città è intatta, come nulla fosse accaduto, ma numerosi quartieri sono completamente devastati, come Stalingrado dopo l’invasione nazista. Questo perché sono state usate tecniche di combattimento particolari.
 È essenziale costruire l’unione nazionale di tutti i patrioti. Il presidente deve allearsi all’opposizione nazionale e fare entrare alcuni dei suoi leader nel governo. Il problema non è sapere se si apprezza il presidente Maduro o no: si tratta di battersi sotto la sua guida per salvare il Paese.
 L’esercito deve formare una milizia popolare. In Venezuela ne esiste già una di quasi due milioni di uomini, ma non è addestrata. Per principio, i militari non armano volentieri i civili, ma in questo tipo di guerra solo i civili possono difendere i propri quartieri, di cui conoscono tutti gli abitanti.
 Si devono intraprendere grandi lavori per mettere in sicurezza gli edifici dello Stato e delle forze armate, nonché gli ospedali.

Tutto questo deve essere fatto con urgenza. Sono misure che richiedono molto tempo e il nemico è pressoché già pronto.

Thierry Meyssan

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

fonte e articolo completo https://www.voltairenet.org/article205149.html

Global Crisis

Finian Cunningham

“La fine del dominio economico globale incontrastato degli USA arriva prima del previsto”, scriveva l’economista statunitense Michael Hudson in un recente convincente saggio. Hudson continua a sottolineare con ironia come la “fine dell’imperialismo monetario degli USA” sia stata accelerata da un ex-magnate immobiliare di destra, il presidente Donald Trump, circondato da una cabala di neocon nella sua amministrazione della Casa Bianca. L’autore, il cui libro precedente, ‘Super Imperialismo’, prefigurò gran parte della configurazione geopolitica di oggi, sostiene che: “La finanza internazionale e gli investimenti esteri sono diventati il punto chiave della politica delle potenze mondiali oggi”. Al centro della storica perdita del predominio economico globale degli Stati Uniti vi è l’imminente fine del dollaro come principale valuta internazionale, e quindi del suo uso come arma monetaria di Washington. L’ultima esplosione delle relazioni internazionali che coinvolge Venezuela e i piani di Washington di cambio di regime è solo l’ultima di una serie di sviluppi, tensioni e scontri internazionali derivanti in ultima analisi dal tentativo disperato degli USA di mantenere l’egemonia globale. Negli ultimi 12 mesi, ci fu una manciata di Paesi che hanno scaricato le loro disponibilità in dollari e buoni del Tesoro USA. Russia, Cina, Giappone, Turchia e altri si sono liberati della valuta nordamericana. Nel frattempo, Russia e altri sono impegnati a crearsi scorte di riserve auree come asset strategico sicuro. Questo è sicuramente un segno di sistematica “de-dollarizzazione” data la generale diminuzione della fiducia nella valuta nordamericana, così come tacita decisione politica di disarmare con discrezione l’”imperialismo monetario” di Washington. Altri indicatori significativi includono il passaggio dora in poi dell’enorme commercio petrolifero cinese con Arabia Saudita e altre fonti, dai petrodollari allo Yuan cinese. Russia e Cina hanno già rinnovato il commercio bilaterale usando le rispettive valute. Questo è un altro esempio di come uso di sanzioni e controllo del sistema di pagamento internazionale da parte di Washington porti inevitabilmente alla creazione di meccanismi di cambio alternativi, senza dollaro.
Il lancio della scorsa settimana da parte dell’Unione Europea di un sistema di pagamento senza dollari per gli scambi con l’Iran al fine di evitare le sanzioni statunitensi, è la prova di un ulteriore allontanamento internazionale dalla dipendenza dal dollaro nordamericano come l’ex-valuta di riserva internazionale. Di nuovo, anche qui Washington esagerò con le sue azioni. Minacciando di sanzionare le nazioni europee che hanno affari con l’Iran, costringendo gli europei a proteggere i propri interessi vitali, comportando necessariamente l’elusione del sistema del dollaro USA. In breve, i governanti statunitensi inconsapevolmente scavano la loro fossa. Come sottolinea Michael Hudson, l’ex-egemonia degli Stati Uniti declina in modo accelerato, in gran parte a causa della propria arroganza e dell’aggressione unilaterale, anche verso presunti alleati. Sembra che al fine di evitare tale collasso del potere, gli Stati Uniti amplificano aggressione e militarismo in un tentativo disperato di affermarsi. Quindi vediamo gli Stati Uniti fare il passo avventato di allontanarsi dal trattato delle Forze nucleari a raggio intermedio (INF) con la Russia. Molti esperti sul controllo delle armi informati nel mondo, anche negli Stati Uniti, sono profondamente preoccupati dall’amministrazione Trump che danneggia gravemente la sicurezza globale e “portando il mondo più vicino alla guerra nucleare”. Dietro la decisione degli Stati Uniti di strappare il trattato INF c’è il calcolo di Washington di tentare di intimidire militarmente Russia e Cina.
Aggressione e minacce di Washington nei confronti dell’Iran rientrano in tale militarismo dilagato come forma di politico del gioco di potere. La drammatica intensificazione nordamericana delle tensioni col Venezuela nelle ultime due settimane, è un’altra pagina dello stesso libro. Sta barcolla l’audacia delle minacce di Washington d’attaccare militarmente il Paese sudamericano. Gli ultimatum sfacciati dell’amministrazione Trump di cambio di regime e confisca della ricchezza petrolifera venezuelana sono una scioccante violazione del diritto internazionale, secondo l’ex-relatore delle Nazioni Unite Alfred de Zayas.
Pateticamente, molti Stati europei s’inchinano all’aggressione di Washington nei confronti del governo del Presidente Nicolas Maduro, anche se tali Stati vengono umiliati ultimamente.
Si ritiene che il Paese sudamericano detenga le maggiori riserve di petrolio sul pianeta, oltre all’Arabia Saudita. Gran parte del commercio è dedicato al mercato statunitense. Sfortunatamente, ciò dava a Washington molta influenza nella guerra economica contro Caracas. Ancora una volta, tuttavia, gli Usa rischiano di esagerare. Le minacce di aggressione militare, se sono criminalmente riprovevoli, sono più facili a dirsi che a farsi. Se il Venezuela riuscirà a superare tale tempesta geopolitica, il Paese porterà senza dubbio il suo prodigioso business petrolifero verso Russia, Cina, Turchia e altri Paesi dell’Est che non aderiscono al linciaggio che zio Sam scatena nei Caraibi. Come con l’aggressione di Washington su tanti altri fronti, Russia, Cina, Iran, Europa, la cattiva condotta nordamericana contro il Venezuela avanza verso la direzione che teme di più: un mondo multipolare in cui l’egemonia degli Stati Uniti non prevalga più.
La configurazione del caos e del conflitto è molto pericolosa. Il mix volatile potrebbe esplodere in uno scontro militare globale. La disperazione di Washington per evitare il proprio destino mortale potrebbe portare troppo lontano un’aggressione avventata. L’invasione avventata del Venezuela potrebbe essere tale detonatore. Tuttavia, è cruciale capire l’attuale precarietà internazionale come derivata dai problemi economici nordamericani. Questo è il fattore chiave che collega tutte le altre tensioni e conflitti apparentemente diversi. Il Venezuela è un’altra dimostrazione del grande problema strutturale incentrato nel collasso del capitalismo nordamericano. I pianificatori informati russi, cinesi e altri sono presumibilmente ben consapevoli della difficile transizione nella politica globale dal dominio imperiale USA. Mosca e Pechino difficilmente vogliono l’improvviso crollo della potenza statunitense perché ciò potrebbe scatenare una disastrosa reazione militare. Un graduale indebolimento e ritiro graduale del dollaro è probabilmente il modo più sicuro per disinnescare la bomba ad orologeria statunitense.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

fonte e articolo completo http://aurorasito.altervista.org/?p=5317

articolo originale https://www.strategic-culture.org/pview/2019/02/06/venezuela-phase-of-us-global-demise.html

Iran

Da sinistra a destra: l’ayatollah Ahmad Jannati. presidente dell’Assemblea degli Esperti, cioè gli 86 saggi religiosi che reggono l’Iran; l’ayatollah Sadeq Larijani, a capo della Giustizia islamica; l’ayatollah Ali Khamenei, Guida della Rivoluzione; lo sceicco Hassan Rohani, presidente della Repubblica Islamica; Ali Larijani, fratello di Sadeq e presidente dell’Assemblea Nazionale.

Mentre il Pentagono si sta ritirando dal Medio Oriente Allargato per concentrare gli sforzi nel Bacino dei Caraibi, la Casa Bianca si accinge a riorganizzare nella regione i propri alleati. È questo il motivo della «Riunione ministeriale finalizzata a promuovere un avvenire di pace e sicurezza nel Medio Oriente», che si terrà a Varsavia il 14 e 15 febbraio. Vi parteciperanno tutti gli alleati degli Stati Uniti, ma non i loro partner, Russia e Cina.

Il 10 gennaio il segretario di Stato, Mike Pompeo, in una conferenza all’Università americana del Cairo, ne ha individuato gli obiettivi:
 – opporsi al «regime iraniano» e ai «suoi mandanti»;
 – costituire un’alleanza strategica ebreo-sunnita contro l’Iran sciita.

Il ritorno di Elliott Abrams

Non si può che essere costernati dalla confessionalizzazione della politica estera statunitense, che va messa in relazione con il rientro di Elliot Abrams al dipartimento di Stato, dopo trent’anni di assenza, uno dei fondatori del movimento neoconservatore, nonché uno degli iniziatori della teopolitica, la scuola di pensiero che unisce gli ebrei e i cristiani sionisti, convinti che la Terra avrà pace solo quando sarà retta da un governo mondiale basato a Gerusalemme.

Contrariamente a un diffuso preconcetto, i neoconservatori non sono nemici dell’Iran, pur non essendone amici. Hanno sempre giudicato opportuno mantenere un equilibrio tra arabi e persiani. Così Abrams partecipò all’«operazione Iran-Contras», consistita soprattutto nel vendere armi israeliane, attraverso lo sceicco Hassan Rohani, attuale presidente iraniano, all’ayatollah Achemi Rafsandjani. Lo scopo era far resistere l’Iran all’attacco iracheno, anch’esso sponsorizzato da Washington. Rafsandjani divenne così l’uomo più ricco d’Iran. Poiché l’operazione avvenne all’insaputa del Congresso, Abrams fu dapprima condannato, poi amnistiato dal presidente Bush senior.

Durante la presidenza di Bush junior, Abrams tornò con discrezione alla Casa Bianca, a fianco di Liz Cheney, figlia del vicepresidente Dick. Membro del Consiglio per la Sicurezza Mondiale, supervisionò il colpo di Stato contro il presidente del Venezuela, Hugo Chavez. Poco tempo dopo si oppose allo squilibrio causato da Washington che, eliminando i talebani e il presidente Saddam Hussein, aveva consentito a Teheran di imporsi nella regione. Lavorò nel Gruppo per la Politica e le Operazioni in Iran e in Siria (Iran Syria Policy and Operations Group), poi fu incaricato della Strategia per una Democrazia Globale (Global Democracy Strategy). Durante la guerra israeliana contro il Libano del 2006, fu il principale esperto della consigliera per la Sicurezza Nazionale, Condoleeza Rice.

La Conferenza di Varsavia

La «Riunione ministeriale per promuovere un avvenire di pace e sicurezza in Medio Oriente» dovrebbe essere co-presieduta dal segretario di Stato USA, Mike Pompeo, e dalla vicepresidente del governo polacco, Beata Szydło, priva di ogni esperienza in materia.

In considerazione del fatto che gli Stati coinvolti nella guerra contro la Siria saranno avvantaggiati, ora Israele rivendica moltissime operazioni anti-siriane che sinora aveva rifiutato di commentare. Il capo di stato-maggiore delle forze armate, generale Gadi Eisenkot, ha infatti dichiarato che lo Stato ebraico ha sostenuto gli jihadisti sin dall’inizio, ha fornito loro moltissime armi e li ha appoggiati militarmente bombardano le forze siriane. Ciò che noi asseriamo da otto anni è ora ufficiale.

Preoccupata per quel che potrebbe essere deciso a Varsavia, Mosca ha inviato a Tel Aviv una delegazione di alto rango per sondare la posizione di Israele.

Gli errori iraniani

È importante tener presente che gli Stati Uniti non hanno mai combattuto l’Iran da un punto di vista generale, bensì si sono quasi sempre arrogati il diritto di scegliere chi dovesse governarlo. Nel 1941 hanno infatti aiutato i britannici a deporre Reza Shah per sostituirlo con Mohammad Reza Pahlavi. Sono loro che nel 1953 hanno costretto lo scià a rompere con il nazionalista Mohammad Mossadeq per imporre il generale nazista Fazhollah Zahedi. Sono loro che nel 1979 hanno spinto lo scià a ritirarsi e hanno organizzato il ritorno dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. E così via.

L’Iran di oggi si trova intrappolato nelle proprie contraddizioni. Innanzitutto, una grande distanza separa il discorso dalla realtà. La Repubblica Islamica continua a presentare Israele e Arabia Saudita come nemici assoluti. Ebbene, i fatti contraddicono sia la retorica di Teheran sia la retorica di Tel Aviv e di Riad. Per esempio, negli anni 1992-1995 i tre Paesi hanno combattuto insieme, a fianco della NATO e dei mussulmani di Bosnia Erzegovina. Altro esempio, Iran e Israele sono proprietari della società EAPC, che gestisce attualmente il gasdotto Eliat-Ashkelon.

In secondo luogo, anche se di fronte agli stranieri si mostrano coesi, in realtà i dirigenti iraniani sono molto divisi, vuoi schierati con la Guida della Rivoluzione, vuoi con l’ayatollah Ali Khamenei, vuoi con il presidente della Repubblica, sceicco Hassan Rohani, oppure con il capo dell’opposizione, l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, da un anno agli arresti domiciliari e i cui più importanti collaboratori sono stati messi in prigione al termine di processi tenuti segreti.

Al termine del secondo mandato di Ahamdinejad, il presidente Barack Obama condusse di nascosto a Oman negoziati con il raggruppamento Rafsankjani-Rohani. In quell’occasione fu concordato il principio che avrebbe in seguito retto l’accordo sul nucleare. L’ayatollah Khamenei indusse l’ayatollah Ahmad Jannati a escludere dalle elezioni presidenziali il candidato di Ahmadinejad e favorì l’elezione dello sceicco Rohani, probabilmente senza conoscere alcuni aspetti dell’accordo con Obama. Rohani ha scommesso sull’accordo segreto con i Democratici degli Stati Uniti. Ha anticipato la rimozione delle sanzioni USA promettendo agli elettori giorni di prosperità. Dopo essere stato eletto, ha smantellato il sistema architettato per aggirare le sanzioni e ha finto di negoziare in Svizzera con le grandi potenze quel che in realtà aveva già convenuto con gli Stati Uniti. Ebbene, alla firma dell’Accordo 5+1 non ha fatto seguito la rimozione delle sanzioni. Privata della possibilità di aggirare le sanzioni, l’economia iraniana è crollata. Quando Donald Trump è arrivato alla Casa Bianca ha stracciato l’accordo con l’Iran, facendo precipitare nel panico l’équipe di Rohani, che ha commesso un altro errore: credere che Trump sarebbe stato rapidamente destituito e che i Democratici sarebbero tornati presto al potere. Il gruppo di Rohani ha rifiutato l’offerta di negoziazione di Trump e ora si trova economicamente con l’acqua alla gola.

Lo sceicco Hassan Rohani, che nel 2013 aveva fatto campagna ripetendo in continuazione che il Paese non doveva più spendere un rial per liberare la Palestina e sostenere Hezbollah e Siria, dopo essere stato eletto non ha combinato niente con questi alleati. Progressivamente, i Guardiani della Rivoluzione hanno smesso di difendere la Siria e hanno offerto aiuto a Damasco solo per soccorrere la minoranza sciita. Per circa due anni Teheran non ha nominato un ambasciatore a Damasco. È solo a dicembre 2018 che ha inviato alti responsabili governativi in Siria per concludere accordi economici, peraltro giacenti da cinque anni e che non rispondono più ai bisogni dei siriani.

Cercando di convincere l’ayatollah Khamenei a ritirare i Guardiani della Rivoluzione dalla Siria, il presidente Rohani si è avvicinato alla Turchia (con cui i suoi amici intrattenevano eccellenti relazioni) e alla Russia. Eppure, Rohani aveva negoziato con Stati Uniti e Austria la fornitura di petrolio iraniano agli europei in sostituzione degli idrocarburi russi. Comunque sia, Iran, Turchia e Russia sono in effetti riuscite ad avvicinare le proprie posizioni. L’ultimo incontro a Teheran con i presidenti Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan si è però concluso con un fallimento. Ne è seguito un vertice russo-turco ove le divergenze sono state risolte prescindendo dagli iraniani.

Al tempo stesso, il crollo economico e finanziario dell’Iran non permette alla Guida della Rivoluzione di continuare a mantenere proprie milizie in Iraq e di sostenere Hezbollah, che ora non è più in grado di retribuire i propri soldati: in gennaio è stato versato solo il 60% degli stipendi.

Da alcuni mesi Israele sta bombardando obiettivi iraniani in Siria senza che la difesa russa intervenga per proteggerli. Nelle ultime mesi Mosca ha fatto avere a Damasco missili S-300, che permettono alla Siria di provvedere da sola alla difesa antiaerea del Paese. Eppure, i bombardamenti israeliani contro obiettivi iraniani sono proseguiti. Secondo l’agenzia turca Anadolu, a fine gennaio due unità dell’Esercito Arabo Siriano si sarebbero scontrate tra loro: una era inquadrata da ufficiali russi, l’altra da ufficiali iraniani.

La conferenza di Varsavia cade nel momento in cui i Democratici USA si sono ripresi la Camera dei Rappresentanti, tuttavia non correranno in soccorso dello sceicco Rohani. È probabile che l’Iran pagherà duramente l’incoerenza della propria politica.

Thierry Meyssan

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

fonte e articolo completo https://www.voltairenet.org/article205020.html