Global Pact 2.0

Tredici generali francesi  hanno indirizzato una lettera a Mr Macron. Più che una petizione sembrerebbe essere una diffida.

“Signor presidente”

“Voi vi apprestate a firmare, il 19 dicembre il “patto mondiale sulle migrazioni sicure, ordinate e regolari”  che istituisce un vero diritti alla migrazione. Esso potrà imporsi sulla nostra legislazione nazionale  […].

“Ci appare che la sola sovranità che resterà alla  Francia consisterà nel fissare liberamente il modo di mettere in opera gli obbiettivi del patto. Voi non potete cedere a questo nuovo taglio alla sovranità nazionale senza un dibattito pubblico, dato che  l’80% della popolazione francese ritiene che bisogna bloccare  o regolare  drasticamente  l’immigrazione. Decidendo di  firmare questo patto da solo,  voi aggiungerete un motivo di rivolta supplementare alla collera di un popolo già maltrattato. Vi rendereste colpevole di denegazione di democrazia, per non dire di tradimento verso la nazione.

“Del resto, le finanze  del nostro paese sono esangui e il nostro indebitamento cresce. Dunque voi non potete prendere il rischio di un appello alla migrazione, costoso, senza aver  dimostrato prima che non sarete obbligato a ricorrere a nuove imposte per rispondere agli obbiettivi del patto. D’altra parte, dovete essere capace, in termini di sicurezza, di eliminare le conseguenze legate all’arrivo di popolazioni extra-europee. Infine, non potete ignorare che l’essenza stessa del politico è assicurare la sicurezza  all’esterno e la concordia all’interno.  Ora, questa concordia non si può ottenere che a condizione del mantenimento di  una certa coerenza interna della società, la sola capace di permettere di “volere insieme”, ciò che diventa sempre  più problematico oggi.

“Lo Stato  francese si rende conto alquanto in ritardo dell’impossibilità di integrare popolazioni troppo numerose, di culture totalmente differenti, che si sono raggruppate negli ultimi 40 anni in zone che non si sottomettono più alle leggi della Repubblica. Voi non potete più, da solo, decidere di cancellare i nostri riferimenti di civiltà e privarci della nostra patria carnale. Vi chiediamo dunque di soprassedere alla firma di questo patto e  chiamare i francesi a pronunciarsi su di esso per referendum. La vostra elezione non costituisce un assegno in bianco”..»

  1. Charles MILLON – Ancien Ministre de la Défense

Général Marc BERTUCCHI

Général Philippe CHATENOUD

Général André COUSTOU

Général Roland DUBOIS

Général Daniel GROSMAIRE

Général Christian HOUDET

Général Michel ISSAVERDENS

Amiral Patrick MARTIN

Général Christian PIQUEMAL

Général Daniel SCHAEFFER

Général Didier TAUZIN

Colonel Jean Louis CHANAS

Il voto italiano al Global Compact for Refugees.

Articolo FLASH  che parte da considerazioni legate al voto italiano all’ONU, favorevole, sul Global Compact for Refugees, meno grave di quello relativo al Global Compact for migration,che deve essere votato dal parlamento “de noartri” ma che lascia le porte aperte a certe situazioni potenzialmente pericolose, come quelle dei migranti climatici.

Sappiamo che la misura è stata votata dall’ambasciatrice all’ONU  Mariangela Zappia, e non è ancora ben chiaro quali siano state le istruzioni che siano state ricevute dal Governo italiano a proposito. In attesa, proviamo a farci la domanda come mai un ambasciatore italiano possa firmare un accordo internazionale scavalcando il governo, e proviamo a darci una risposta.

Chiediamoci ad esempio chi è il marito della signora ambasciatrice. Casualmente è un diplomatico francese, Denis Joseph Marie Calliaux. Vicepresidente del fondo ONU per l’Infanzia, responsabile per l’Africa occidentale,  e precedentemente un funzionario della diplomazia francese presso l’ambasciata di Parigi in Etiopia.

Quindi abbiamo un bel mix familiare: diplomatico italiano, e diplomatico ONU e Francese. Poteva la signora Zappia votare diversamente? Evidentemente no….. Se poi ricordiamo che l’ambasciatrice fu consigliera diplomatica di Renzi, ma giunse al limite della rottura perche non aveva il grado sufficiente per l’importante nomina ONU, abbiamo un quadro completo. Ora possiamo scommettere su una prossima Legion d’Onore: il buon lavoro deve essere premiato

fonte https://scenarieconomici.it/il-voto-italiano-al-global-compact-for-refugees-fatevi-delle-domande-e-datevi-delle-risposte/

GLOBAL COMPACT ON REFUGEES, LA VERITA’ NASCOSTA

In un innegabile e dimostrabile totale silenzio mediatico e istituzionale, Lunedì 17 Dicembre 2018, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (Italia compresa) ha votato a favore della risoluzione Global Compact on Refugees.
Voti a favore 181, contrari 2 (Stati Uniti e Ungheria) e astenuti 3.

Il testo ufficiale in inglese è disponibile su https://www.unhcr.org/gcr/GCR_English.pdf

La premessa (Background) del Patto Globale è l’esistenza, si scrive, di problemi di carattere umanitario, di principi fondamentali di umanità e solidarietà internazionale verso decine o centinaia di milioni di persone nel mondo che, si scrive, versano in stato di rifugiati.

Si ripete in più parti nel testo il termine di human rights (diritti umani) riferendosi solo a quelli dei rifugiati.

Si pongono in prima linea, ripetutamente nel testo, i bambini, le donne, i giovani, i disabili e gli anziani.

Salvo però poi aggiungere un contenuto ben diverso, infatti per rifugiati si intendono non solo quelli di guerra, le persone State less (senza Stato), le persone oggetto di discriminazione sessuale, di persecuzioni ad ogni titolo, ma un ambito amplissimo che ricomprende anche i migranti climatici (è scritto nell’ Introduzione, paragrafo D : “…climate, enviromental degradation and natural disasters increasingly interact with the drivers of refugee movements” = ”…il peggioramento del clima, dell’ambiente e i disastri naturali interagiscono fortemente con gli spostamenti dei rifugiati”). A ciò si aggiungono gli “humanitarian visa” previsti a pag. 19, che dopo essere usciti dalla porta, rientrano dalla finestra.
Andando quindi, di fatto, ben al di là dei principi e degli obiettivi della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951.

E questo cambia tutto, a questo punto chiunque può rientrare nel concetto di rifugiato, tanto più che è sufficiente una richiesta di stato di rifugiato e in nessuna parte del testo si parla di loro riconoscimento effettivo o selezione.
Si procede unicamente alla registrazione dei rifugiati in entrata con rilievi biometrici (vengono prese le impronte digitali), presso i punti di entrata ai confini o dopo il loro arrivo, al fine di identificare e separare i combattenti (terrorismo).

Nonostante si dichiari che il Global Compact non sia vincolante, in altri parti del testo si rimanda ad obblighi per gli Stati, nascenti da norme internazionali o regionali (come potrebbe essere per noi una normativa UE).

Alla luce di quando scritto, mettere come baluardo del Global Compact le categorie di bambini, donne, giovani, disabili e anziani (le parole del politically correct capaci di convincere l’opinione pubblica a non opporsi, salvo sentirsi degli infami) assume il sapore di false flag (falsa bandiera) dietro cui nascondere un esodo di massa epocale, numericamente senza precedenti, di cui si tacciono gli stravolgimenti sociali ed economici.

Questo esodo di massa sarà supportato a livello logistico ed economico dagli Stati e dai c.d. “relevant Stake holders”, definiti nell’Introduzione capitolo A, n. 3 : organizzazioni internazionali dentro e fuori le Nazioni Unite, altri attori umanitari, istituzioni finanziarie internazionali e regionali, esperti, il settore privato, la società civile, i media, i rifugiati ospitati, organizzazioni non governative e il World Bank Group (specificati in note 30 e 31 a pag. 13) .

Obiettivi dichiarati sono l’ingresso dei rifugiati in Host Country, lo Stato che accoglie, che può chiedere i supporti citati e che dovrà effettuare l’ immissione dei minori in circuiti di formazione e gli adulti in lavori definiti “decent”.
Obiettivo chiave è inoltre la redistribuzione di rifugiati in altri Stati rispetto ai primi Stati ospitanti, secondo quella che viene definita “The three-years strategy on resettlement”, la strategia triennale di ricollocamento previsto tra il 2019 e il 2021.

Del tutto secondario, di fatto, l’obiettivo di rimpatri volontari dei rifugiati.

Il testo si pone il problema di come attuare una pacifica coesistenza tra cittadini nativi e rifugiati, sottolineando il solo aspetto di combattere tutte le forme di discriminazione. (Mi domando in che modo, introducendo reati di opinione e mobilitando milizie, tipo Eurogendfor, in caso di contestazioni ?)

La volontà e il notevole spiegamento logistico ed economico per fare entrare persone straniere in Europa e in Italia è evidente, come è evidente la volontà di svuotare il Continente Africano.

A questo punto sorgono legittime delle domande sul perché.
Escluso l’intento di benefattori coinvolti quali le banche e il settore privato….

Sarà mica perché le multinazionali abbiano a disposizione mano d’opera a bassissimo costo, livellando al ribasso anche gli stipendi degli Europei ?
Sarà mica per aumentare il numero dei loro consumatori ?
Sarà mica per consentire a Francia e Cina di sfruttare indisturbati le risorse minerarie Africane ?
Sarà mica per creare un ristretto gruppo di padroni ricchi che dominano una massa di popolazione indebolita, instaurando la più grande dittatura della storia ?
Alla società le risposte.

Valentina Lucarelli
Consulente legale, specializzata in Diritto alimentare, blogger e speaker radiofonica

fonte https://scenarieconomici.it/global-compact-on-refugees-la-verita-nascosta/


Il nuovo mondo che verrà

colonialismo dei secoli scorsi

All’inizio di un saggio del 1986 per The Nation Gore Vidal diede la sua ricetta sul moribondo impero statunitense, dall’economia un tempo ineguagliata e ora raggiunta da Tokyo e Pechino. “Affinché gli USA sopravvivano economicamente nel futuro mondo sino-giapponese”, scrisse, “un’alleanza coll’Unione Sovietica è una necessità. Dopotutto, la razza bianca è una razza minoritaria con molti nemici ben precisi, e se le due grandi potenze dell’emisfero settentrionale non si uniscono, finiremo per diventare agricoltori o, peggio, meri passatempo per più di un miliardo di asiatici trucemente efficienti”. Inutile dire che l’impero non seguì il consiglio. I russi rimasero una “minaccia esistenziale” fino alla caduta dell’Unione Sovietica, quando la NATO (alias Washington) partì per la sua marcia belligerante verso est. La marcia è ancora veloce: il Montenegro veniva inghiottito nel giugno dello scorso anno, mentre Ucraina, Georgia e Macedonia sono state etichettate come “aspiranti membri”. Ucraina e Georgia ebbero la promessa di diventare membri futuri nel 2008. L’ispezione della mappa dell’Europa dimostra perché le persone sensate ne sono preoccupate. Allo stato attuale, tre paesi, Norvegia, Estonia e Lettonia, hanno la speciale distinzione di condividere il confine con la Russia e di appartenere a un’alleanza militare apertamente ostile alla Russia. Ucraina e Georgia, se la NATO dovesse rimediare alla promessa, li porterebbe a cinque. L’occidente non è pronto a riposare fin quando la Russia non sarà completamente circondata. I recenti conflitti militari in Georgia e Ucraina (tutta colpa di Mosca, naturalmente) possono essere compresi solo in tale contesto. Per chi non può avere a una mappa, o il cui cervello è permanentemente danneggiato dalla propaganda degli Stati Uniti, un rapido pensiero. Supponiamo che un’alleanza militare a guida russa, che si espande costantemente verso ovest negli ultimi venti anni, bombardando e smembrando Paesi sulla strada, includa la maggior parte dell’America centrale e pensi ad annettersi Canada e Messico. Supponiamo, inoltre, che questa ipotetica entità sia in procinto di circondare gli Stati Uniti con un sistema di intercettatori missilistici. Infine, supponiamo che la Russia abbia la brutta abitudine d’invadere unilateralmente e attaccare Paesi sovrani, e un budget militare undici volte più grande di quello degli Stati Uniti “. Sareste perdonabili (1) sentendovi sconcertati e (2) concludendo che la Russia era uno Stato fuorilegge guidato da una banda di teppisti temerari, ponendo una grave minaccia non solo agli Stati Uniti ma all’intero pianeta. E gli Stati Uniti potrebbero essere perdonati per aver fatto tutto ciò che in loro potere per proteggersi dal comportamento malevolo della Russia, ne avrebbero un obbligo, infatti.
La situazione inversa è quella in cui ci troviamo ora. C’è un’altra Guerra Fredda, solo senza la parità che caratterizzava la primo: oggi non c’è equivalenza tra potenza statunitense e russa (ricordate: il Patto di Varsavia fu sciolto nel 1991), né qualsiasi tra azioni ed intenzioni. Washington vuole il dominio del mondo; Mosca vuole la sicurezza nazionale e un ordine mondiale multipolare. La Russia non è un rivale, per non parlare minaccia, degli Stati Uniti. La Cina, d’altra parte, lo è. Dopo aver già superato gli Stati Uniti come prima economia del mondo, Pechino può ora sfidare la pretesa dell’impero statunitense sul primato globale. Nessun dirigenti cinese incarcerato cambierà ciò. Il che significa che le parole di Vidal sono più pertinenti che mai, oltre trent’anni dopo. Se gli Stati Uniti intendono mantenere lo status di maggiore potenza, è essenziale una relazione più amichevole con la Russia. (È anche essenziale se intendiamo evitare lo scambio nucleare, ma a nessuno sembra importargli molto). Demonizzare e provocare la Russia è una perdita di tempo controproducente: servirà solo ad avvicinare Mosca a Pechino, così come altri piccoli Paesi vittime di bullismo da Washington.
Considerate l’Iran, alla cui economia Washington ha ancora una volta dichiarato guerra. L’Europa può essere abbastanza spietata da giocarci, ma quale incentivo avrebbe Mosca a smettere di commerciare con Teheran? Proprio alcuno. Come notava George Galloway dopo che il Venezuela (anch’esso sotto attacco economico) annunciava che non avrebbe più usato il dollaro, non ha senso per Paesi come Iran, Cina e Russia cambiare dollari quando tale valuta viene usata contro loro. Hanno tutti i motivi per respingere gli Stati Uniti e, per estensione, il petrodollaro. Sanzionando chiunque gli capiti, gli Stati Uniti minano i propri interessi contribuendo al proprio declino. Non contate sul fatto che i capi di Washington lo capiscano. Sono decisi a farsi più nemici possibili. Il gemello malvagio di Caspar Milquetoast, l’onorevole John Bolton (THJB), lo dimostrava in un discorso che illustrava la nuova politica del regime di Trump nei confronti dell’Africa, avvertendo, THJB, che gli Stati Uniti respingeranno le “pratiche predatorie” di Cina e Russia nel continente. Secondo THJB, “la Cina usa tangenti, accordi oscuri e uso strategico del debito per tenere legati gli Stati africani a desideri e richieste di Pechino. Le sue iniziative di investimento sono corrotte e non rispettano gli standard ambientali o etici dei piani di sviluppo degli Stati Uniti”.
La strategia di Trump per contrastare ciò? Il ricatto. “Gli Stati Uniti non forniranno più assistenza indiscriminata in tutto il continente, senza focus o priorità”, aveva detto THJB. “E non appoggeremo più le missioni di pace ONU improduttive, infruttuose e non responsabili”, continuando, aggiungeva: “Vogliamo qualcosa di più da mostrare per i dollari sudati dai contribuenti statunitensi”, come ad esempio gli insediamenti illegali israeliani. In altre parole, l’Africa deve scegliere tra l’essere sfruttato dalla Cina e sfruttato dagli Stati Uniti. Questo continente non è abbastanza grande per due stupratori geopolitici. Quindi scegli e scegli con saggezza, oppure puoi salutare le tue missioni di pace. Un bell’esempio di “standard etici” impeccabili di Washington.
Sui russi, THJB dice che esportano armi ed energia in Africa in cambio di voti alle Nazioni Unite che mantengono “uomini forti al potere, minano la pace e la sicurezza, e vanno contro gli interessi del popolo africano”. Il regime di Trump, inutile dire che è contrario agli uomini forti, a favore della pace e della sicurezza, e ha a cuore gli interessi del popolo africano. Questo trio di principi spiega il nostro intervento umanitario in Libia, ora Stato fallito afflitto da violenze, terrorismo e traffico di esseri umani. C’è anche AFRICOM, l’oscura operazione del Pentagono nell’Africa occidentale. Lo scopo dichiarato di AFRICOM è, avete indovinato, combattere il terrorismo e garantire la sicurezza regionale (fa un grosso lavoro). Nel 2008, tuttavia, il Viceammiraglio Robert Moeller fece cadere un granello di verità: uno dei “principi guida” di AFRICOM è facilitare “il libero flusso di risorse naturali dall’Africa al mercato globale.” Scioccante!
La Cina, ci dicono, usa “tangenti, accordi oscuri ed uso strategico del debito” per ottenere ciò che vuole in Africa. Gli Stati Uniti usano soldati. Africa, preferiresti essere strangolato o pugnalato? I gangster di Washington evidentemente pensano di poter avere l’intero continente africano per se. Questo è la delusione su cui operano gli Stati Uniti. Più si diventa vulnerabili, più si è convinti dell’invulnerabilità. Man mano che ci si esaurisce, si accelera. È un caso acuto di verleugnung (negazione della realtà). Siamo nel campo di Norma Desmond a questo punto. L’impero è sul letto di morte: morirà e sarà una brutta morte. Cioè, a meno che non ci svegliamo nella realtà ovvia che il mondo non è più nostro e che per ammorbidire il colpo del nostro imminente collasso, dobbiamo fare amicizia coi vecchi nemici. Possiamo iniziare con i russi. Dopotutto, secondo THJB, i loro hobby sono puntellare i dittatori, violare pace e sicurezza e approfittare dei Paesi del terzo mondo. Andremmo d’accordo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

fonte http://aurorasito.altervista.org/?p=4116

La principessa cinese Meng Wanzhou

L’arresto del 1 dicembre da parte delle autorità canadesi, a Vancouver, della chief financial officer di Huawei Technologies, Meng Wanzhou, su mandato degli Stati Uniti, rappresenta la draconiana applicazione extraterritoriale di una dubbia legge statunitense e della pretesa violazione di Huawei delle sanzioni all’Iran. Meng fu arrestata all’aeroporto internazionale di Vancouver, mentre di passaggio cambiava aereo. Meng è accusata dall’amministrazione Trump di aver utilizzato Skycom, filiale di Huawei di Hong Kong, per eludere le sanzioni statunitensi all’Iran tra il 2009 e il 2014. Un giudice della British Columbia concesse la cauzione a Meng, fissata a 7,4 milioni di dollari USA. Le fu richiesto di consegnare il passaporto alle autorità canadesi. Sebbene Meng sia accusata dal Procuratore degli Stati Uniti di Manhattan di violare le sanzioni commerciali statunitensi all’Iran e di mentire alla HSBC Bank a sostegno delle presunte violazioni delle sanzioni, Donald Trump diceva a Reuters che potrebbe usare l’arresto di Meng come merce di scambio con la Cina sugli attuali negoziati commerciali tra Washington e Pechino. Essenzialmente, Trump ritiene che Meng sia un suo ostaggio da barattare con Pechino nella guerra commerciale sino-statunitense. I commenti di Trump che suggerivano che Meng sia una pedina politica, mettevano in discussione la legalità del caso degli Stati Uniti contro Meng attirando aspre critiche dal primo ministro canadese Justin Trudeau, il quale affermava che il Canada avrebbe rispettato lo stato di diritto e non “quello che succede in altri Paesi”. A giugno, Trump minacciò di sanzioni la ZTE, società di telecomunicazioni cinese, che avrebbe venduto prodotti ad Iran e Corea democratica. Le aziende statunitensi che forniscono componenti a ZTE avrebbero dovuto affrontare possibili licenziamenti e bancarotta se ZTE fosse stata sanzionata.  L’applicazione extraterritoriale delle leggi statunitensi sulle sanzioni all’Iran, dettate dalla potente lobby israeliana a Washington, oltre al ruolo del Canada come bravo di Washington nel sequestrare Meng, non aggrada la Cina. Il Ministro degli Esteri cinese richiamava l’ambasciatore statunitense Terry Branstad e quello canadese John McCallum avvertendoli che l’arresto di Meng è “illegale, immotivato e infame”. La Cina arrestava Michael Kovrig, ex-diplomatico canadese in Cina e Hong Kong, come risposta all’arresto di Meng. Kovrig era in Cina per conto dell’International Crisis Group, un’organizzazione non governativa collegata da anni alla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti.  Il Viceministro degli Esteri cinese Le Yucheng avvertiva Branstad del “modo vile” con cui, Meng, figlia del fondatore di Huawei Ren Zhengfei, veniva arrestata in Canada e il Ministro degli Esteri cinese aveva anche detto all’ambasciatore McCallum di inoltrare a Ottawa la richiesta d’immediato rilascio di Meng che era, fino al 2009, residente in Canada. L’arresto di Meng rappresenta un’insolita applicazione extraterritoriale della legge statunitense su un cittadino straniero, in un Paese terzo, il Canada. L’estradizione di Meng negli Stati Uniti per i legami commerciali di un’impresa cinese coll’Iran è assai dubbia secondo il diritto internazionale.
L’arresto di Meng segna la fine anche della tregua del G20 recentemente approvata da Trump e Xi Jinping a Buenos Aires. A peggiorare le cose, Trump cenava con Xi a Buenos Aires mentre Meng veniva arrestata in Canada. I cinesi comuni ne erano così indignati, che apertamente parlano di guerra agli Stati Uniti. Trump avvertiva i Paesi che aderiscono al JCPOA che la sua amministrazione li avrebbe sanzionati con le loro compagnie se avessero continuato i legami finanziari coll’Iran dopo che gli Stati Uniti avevano imposto unilateralmente nuove drastiche sanzioni il 4 novembre. Un’altra nazione che potrebbe risentire dell’ira di Washington è l’Algeria. La sua compagnia petrolifera statale Sonatrach assegnava alla China National Petroleum Corporation (CNPC) un contratto da 420 milioni di dollari per rinnovare la raffineria di Algeri. Parte del contratto, aggiudicato il 6 novembre, due giorni dopo le sanzioni “secondarie” statunitensi imposte a terzi con legami commerciali coll’Iran, era per Huawei fornitrice dei servizi di telecomunicazione.  Un’altra nazione preoccupata dalle intenzioni dell’amministrazione Trump è la nazione dell’Africa occidentale del Benin. Huawei v’installa una rete a fibra ottica, garantita da un pacchetto di aiuti finanziari da 80 milioni di dollari della cinese Eximbank. I funzionari dell’amministrazione Trump avvertivano anche la Corea del Sud sul possibile contratto di Huawei per l’installazione di una rete wireless a banda larga nel Paese.
 Nel 1909, il famoso giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Oliver Wendell Holmes, sostenne che le leggi statunitensi non potevano essere applicate ad altri Paesi. Questo principio, noto come “presunzione contro l’extraterritorialità”, veniva ridotto dalle recenti amministrazioni statunitensi. Questa erosione della presunzione contro l’extraterritorialità fu particolarmente vista nell’attuazione dagli Stati Uniti nei confronti di terzi delle sanzioni contro l’Iran e dell’embargo a Cuba. Gli Stati Uniti agivano non solo da poliziotti del mondo, ma anche da giudice, giuria e spesso boia.

La cosa migliore del presidente degli Stati Uniti Donald Trump è la sua trasparenza. Ha aiutato immensamente la comunità mondiale negli ultimi due anni di turbolenze a vedere la vera faccia degli USA. Dietro il velo dell’”eccezionalismo”, gli statisti nordamericani fino a Barack Obama si preoccupavano di camuffare intenzioni e motivazioni. Ma Trump non spreca fiato fingendo false pretese sull’eccezionalismo e lo stato di diritto degli USA. Le ultime osservazioni di Trump nell’intervista a Reuters lo testimoniano. È franco sul clamoroso arresto di Meng Wanzhou, vicepresidente del gigante cinese degli smart phone Huawei, a Vancouver, in Canada, il 1° dicembre, dove era in transito, su accuse dei pubblici ministeri statunitensi di violare le sanzioni statunitensi contro l’Iran e chiedendone l’estradizione negli Stati Uniti. Reuters citava Trump che potrebbe intervenire nel caso Meng, Chief Financial Officer di Huawei e figlia del proprietario di Huawei, la società hi-tech di punta con fatturato di 92,55 miliardi di dollari nel 2017, collegato al Partito Comunista Cinese. Trump aveva detto, “Qualunque cosa sia buona per questo Paese, la farei. Se penso che sia positivo per ciò che sarà sicuramente il più grande accordo commerciale mai fatto, una cosa molto importante, ciò che è buono per la sicurezza nazionale, interloquirei certamente se pensassi fosse necessario”. Trump aveva anche detto che la Casa Bianca aveva parlato col dipartimento di Giustizia del caso, così come coi funzionari cinesi. “Loro (i cinesi) non mi hanno ancora chiamato. Parlano alla mia gente. Ma non mi hanno ancora chiamato”, aveva detto quando gli fu chiesto se avesse parlato col Presidente Xi Jinping del caso. In effetti, Trump aveva introdotto l’Arte degli affari collegando il caso Meng con le trattative USA-Cina sulla controversia commerciale. Tale collegamento demolisce la posizione dei funzionari statunitensi secondo cui il caso Meng non è politico e non ha “niente a che fare con la guerra commerciale”.
Un aspetto interessante è che la detenzione di Meng coincide esattamente coll’incontro assai pubblicizzato tra Trump e il Presidente Xi in Argentina. Stranamente, Trump espresse grande ottimismo dopo l’incontro con Xi in una serie di tweet: “Il mio incontro in Argentina col Presidente Xi è stato straordinario. Le relazioni con la Cina hanno fatto un grande balzo in avanti! Succederanno cose molto buone. Abbiamo a che fare con una grande forza, ma anche la Cina ha molto da guadagnare se e quando un accordo viene completato. Livella il campo!” (3/12/2018)
“Il presidente Xi e io abbiamo una relazione molto forte e personale. Lui e io siamo le uniche due persone in grado di produrre un cambiamento massiccio e molto positivo sul commercio e molto altro, tra le nostre due grandi nazioni. Una soluzione per la Corea del Nord è una grande cosa per la Cina e TUTTI!” (3/12/2018)
“Segnali molto forti inviati dalla Cina una volta tornati a casa dal lungo viaggio, comprese le fermate, dall’Argentina. Non per sembrare ingenuo o altro, ma credo che il Presidente Xi abbia inteso ogni parola di ciò che ho detto nel nostro lungo e, si spera, storico incontro. Su TUTTE le materie discusse!” (5/12/2018)
“Dichiarazione della Cina: “I team di entrambe le parti ora hanno comunicazioni fluide e buona cooperazione. Siamo fiduciosi che un accordo possa essere raggiunto nei prossimi 90 giorni”- Sono d’accordo!” (6/12/2018)
“I colloqui in Cina vanno molto bene!” (7/12/2018)
“Conversazioni molto produttive in corso con la Cina! Guardate certi annunci importanti!” (11/12/2018)
Una notizia del New York Times della scorsa settimana affermava che quando Trump era a cena con Xi Jinping in Argentina per organizzare la “tregua” nella guerra commerciale USA-Cina, in realtà ignorava l’arresto inaudito a Vancouver. Reuters, in un rapporto che citava funzionari statunitensi, affermava che Trump in effetti non sapeva dei piani per arrestare la CEO di Huawei. Tuttavia, un funzionario statunitense ammise che mentre è opera del dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti e all’insaputa della Casa Bianca, l’arresto di Meng potrebbe complicare gli sforzi per raggiungere un accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina, ma che non necessariamente danneggerebbe il processo.
Meng fu rilasciata su cauzione l’11 dicembre. Ma Meng è una principessa cinese, classificata al 12° posto nella classifica delle maggiori imprenditrici cinesi di Forbes, e le sue condizioni per la libertà comprendono una cauzione di 10 milioni di dollari (di cui 7 in contanti). Inoltre, Meng deve rimanere in casa dalle 23:00 alle 6:00, e nella regione di Vancouver (ma lontano dall’aeroporto di Richmond), consegnare i passaporti, indossare un monitor GPS da caviglia e obbedire ai dettagli della sicurezza che la seguono ogni volta che lascia una delle sue case da milioni di dollari a Vancouver, dove deve risiedere a proprie spese. L’intenzione sembra sia umiliare l’orgoglio nazionale cinese e avere concessioni commerciali. Un commento di VoA citava Ming Xia, professore di scienze politiche e affari globali alla City University di New York, soddisfatto dell’arresto di Meng come altro esempio di come i membri della squadra commerciale di Trump sanno usare mosse molto precise per dare alla Cina una lezione. “Questa è una delle molte tattiche e strumenti statunitensi usati nella loro guerra commerciale con la Cina per massimizzare i vantaggi. L’arresto di Meng Wanzhou, credo, dovrebbe essere visto nel contesto della guerra commerciale sino-americana”, aveva detto Ming. Oggi, infatti, una parte consistente non solo dell’amministrazione di Trump, ma dello “Stato profondo” della burocrazia dell’intelligence USA e dei legislatori di punta sembrano istigare una politica aggressiva contro la Cina. L’ex-consigliere politico di Trump, Steve Bannon, elogiava l’arresto di Meng come parte di un approccio “governativo” per contrastare la Cina. “Sotto Trump”, aveva detto Bannon al quotidiano Financial Times, “state vedendo per la prima volta tutte le forze del potere statale statunitense unirsi per affrontare la Cina”. Le parole di Bannon facevano eco a un recente studio del Pentagono sulla base industriale della Difesa statunitense, che chiedeva un approccio “di tutta la società” per prepararsi al conflitto con la Cina.

fonte http://aurorasito.altervista.org/?p=4085

La secessione dell’Unione Europea

Il Mercato Comune della Comunità Europea aveva permesso d’instaurare la pace in Europa Occidentale. Il suo successore, l’Unione Europea, ne distrugge l’eredità, mettendo i Paesi membri gli uni contro gli altri.

Le popolazioni dell’Unione Europea non sembrano essere consapevoli delle nuvole che si stanno addensando sopra le loro teste. Hanno individuato i gravi problemi della UE, ma li affrontano con disinvoltura e non capiscono cosa c’è in gioco con la secessione britannica, la Brexit. Si stanno inoltrando lentamente in una crisi che potrebbe risolversi solo con la violenza.

L’origine del problema

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, i membri della Comunità Europea hanno accettato di piegarsi al volere degli Stati Uniti e hanno ammesso gli Stati dell’Europa Centrale, benché non rispondessero affatto ai criteri logici di adesione. Imboccata questa strada, hanno adottato il Trattato di Maastricht, che ha fatto scivolare il progetto di un coordinamento economico degli Stati europei verso l’idea di uno Stato sovranazionale. Si trattava di creare un vasto blocco politico che, con la protezione militare degli Stati Uniti, si sarebbe avviato insieme a loro sulla via della prosperità.

Questo super-Stato non è per niente democratico. È amministrato da un consesso di alti funzionari, la Commissione, composta da un delegato per ogni Stato dell’Unione, designato dal capo di Stato o di governo del proprio Paese. Mai nella storia si è visto un impero funzionare così. Il modello paritetico della Commissione ha partorito molto presto una gigantesca burocrazia paritaria, dove alcuni Stati sono “più uguali di altri”.

Il disegno di uno Stato sovranazionale si è dimostrato inadeguato al mondo unipolare. La Comunità Europea (CE) era nata dalla branca civile del piano Marshall, di cui la NATO era l’ambito militare.
Le borghesie dell’Europa occidentale, che si sentivano minacciate dal modello sovietico, sostennero la CE sin dal congresso convocato nel 1948 all’Aia da Winston Churchill. Dissolta l’URSS, non avevano più interesse a continuare su questa via.
Gli Stati dell’ex Patto di Varsavia esitavano tra imbarcarsi nell’Unione Europea o allearsi direttamente con gli Stati Uniti. La Polonia, per esempio, acquistò aerei da guerra USA, che utilizzò in Iraq, con il finanziamento della UE per la modernizzazione dell’agricoltura.

Oltre a istituire una cooperazione di polizia e giudiziaria, il Trattato di Maastricht diede vita anche a una moneta e a una politica estera uniche. Tutti gli Stati membri avrebbero adottato l’euro non appena la loro economia lo avesse permesso. Solo Danimarca e Regno Unito intuirono i problemi che sarebbero sorti e ne rimasero fuori. In un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti, la politica estera sembrava non porre problemi.

Considerate le differenze all’interno della zona euro, gli Stati piccoli divennero in breve preda di quello più grosso, la Germania. La moneta unica, che al momento della messa in circolazione era stata allineata al dollaro, si trasformò progressivamente in una versione internazionalizzata del marco tedesco. Non in grado di competere, Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna erano emblematicamente definiti dai mercati finanziari PIGS (maiali). Mentre saccheggiava le loro economie, Berlino propose ad Atene di ristabilirne l’economia in cambio della cessione di parte del suo territorio.

Accadde che l’Unione Europea, pur perseguendo una crescita economica globale, fosse superata da altri Stati il cui sviluppo economico era di parecchie volte più rapido. L’adesione all’Unione Europea, vantaggiosa per i Paesi ex membri del Patto di Varsavia, divenne invece una palla al piede per gli europei dell’Occidente.

Facendo buon uso di quanto insegnato dal fallimento, il Regno Unito decise di ritirarsi dal super-Stato (Brexit) per potersi consociare con gli alleati storici del Commonwealth e, se possibile, con la Cina. La Commissione temette che l’esempio britannico potesse aprire la strada ad altre defezioni, nonché alla fine dell’Unione, pur conservando il Mercato Comune. Decise perciò di stabilire condizioni d’uscita dissuasive.

I problemi interni del Regno Unito

Poiché l’Unione Europea è al servizio dei ricchi contro i poveri, contadini e operai britannici hanno votato per uscirne, il settore terziario per rimanervi.

Come negli altri Paesi europei, anche nella società britannica vi è un’alta borghesia che deve il proprio arricchimento all’Unione Europea, ma, diversamente dagli altri Grandi d’Europa, nel Regno Unito vi è anche una potente aristocrazia. Prima della seconda guerra mondiale essa già godeva dei vantaggi ora procurati dalla UE, nonché di una prosperità che Bruxelles non le può più assicurare. L’aristocrazia ha perciò votato contro l’alta borghesia, ossia per la Brexit, aprendo una crisi all’interno della classe dirigente.

Alla fine, Theresa May fu scelta come primo ministro, pensando che potesse garantire gli interessi degli uni e degli altri (Global Britain). Non è andata così. – In primo luogo, May non è riuscita a concludere un accordo preferenziale con la Cina e incontra difficoltà con il Commonwealth, con cui i legami si sono col tempo allentati. – In secondo luogo, May deve fare i conti con le minoranze scozzese e irlandese, a maggior ragione perché la sua maggioranza include protestanti irlandesi aggrappati ai loro privilegi. – Infine, May deve far fronte alla rimessa in discussione della «relazione speciale» che legava Regno Unito e Stati Uniti.

Il problema che l’avvio della Brexit ha fatto emergere

Dopo aver inseguito invano diversi aggiustamenti dei trattati, il 23 giugno 2016 il Regno Unito ha democraticamente votato per la Brexit. Sorpresa dall’esito del referendum, l’alta borghesia ha tentato immediatamente di rimettere in discussione il risultato. Si parlò di organizzare un secondo referendum, come avvenne con la Danimarca per il Trattato di Maastricht. Poiché questo non è possibile, ora si fa distinzione tra una “Brexit dura” (senza nuovi accordi con la UE) e una “Brexit flessibile” (con la salvaguardia di parecchi impegni). La stampa sostiene che la Brexit sarà una catastrofe economica per i britannici. In realtà, studi anteriori al referendum, nonché a questo dibattito, dimostrano che i primi due anni dopo l’uscita dall’Unione saranno di recessione, ma che il Regno Unito non tarderà a ripartire e a sorpassare l’Unione. L’opposizione al risultato del referendum – nonché alla volontà popolare – vuole dilatare i tempi di applicazione. Il governo ha notificato il ritiro britannico alla Commissione con nove mesi di ritardo, ossia il 29 marzo 2017.

Il 14 novembre 2018 – ovvero due anni e quattro mesi dopo il referendum – Theresa May si è arresa e ha accettato un cattivo accordo con la Commissione Europea. Però, quando lo sottopone al suo governo sette ministri si dimettono, fra cui l’incaricato della Brexit, che evidentemente non conosceva elementi dell’accordo che invece il primo ministro gli attribuisce. Il testo dell’accordo comprende una clausola del tutto inaccettabile per qualunque Stato sovrano: viene fissato un periodo di transizione, la cui durata non è stabilita, in cui il Regno Unito non sarà più considerato membro dell’Unione, ma dovrà sottostare alle sue regole, comprese quelle che saranno adottate in detto periodo.

Dietro questo stratagemma ci sono Germania e Francia.

Appena conosciuto il risultato del referendum, la Germania prese coscienza che la Brexit avrebbe provocato una caduta del PIL di diverse decine di miliardi di euro. Il governo Merkel si applicò quindi non ad adattare l’economia tedesca, bensì a sabotare l’uscita del Regno Unito dall’Unione.

Quanto al presidente francese, Emmanuel Macron rappresenta l’alta borghesia europea, quindi è per sua natura contrario alla Brexit.

Chi c’è dietro i politici

La cancelliera Merkel può contare sull’appoggio del presidente dell’Unione, il polacco Donald Tusk. Effettivamente costui non occupa il posto in quanto ex primo ministro di Polonia, ma per queste due ragioni: la prima è che durante la Guerra Fredda la sua famiglia, che apparteneva alla minoranza casciuba, preferì gli Stati Uniti all’Unione Sovietica, la seconda perché è un amico d’infanzia di Angela Merkel.

Tusk ha iniziato il lavorio d’appoggio alla Merkel ponendo il problema dell’impegno britannico in programmi pluriennali dell’Unione. Se Londra dovesse sborsare quel che s’è impegnata a finanziare, non potrebbe lasciare l’Unione se non versando un indennizzo che oscilla tra i 55 e 60 miliardi di sterline.

L’ex ministro e commissario francese Michel Barnier è stato nominato capo negoziatore con il Regno Unito. Barnier si è già fatto solide inimicizie alla City, che ha maltrattato durante la crisi del 2008. Per di più, i finanzieri britannici sognano di gestire la convertibilità dello yuan cinese in euro.

Barnier ha accettato come sua vice la tedesca Sabine Weyand. È lei in realtà a condurre i negoziati, con l’obiettivo di farli fallire.

Contemporaneamente, l’artefice della carriera di Emmanuel Macron, l’ex capo dell’Ispezione Generale delle Finanze, Jean-Pierre Jouyet, è stato nominato ambasciatore della Francia a Londra. È amico di Barnier, con cui ha gestito la crisi monetaria del 2008. Per far fallire la Brexit, Jouyet si appoggia al leader conservatore dell’opposizione a Theresa May, il presidente della Commissione degli Esteri alla Camera dei Comuni, il colonnello Tom Tugendhat.

Jouyet ha scelto come sua vice la moglie di Tugendhat, l’enarca Anissia Tugendhat.

La crisi si è cristallizzata al summit del Consiglio Europeo di Strasburgo di settembre 2018, in cui Theresa May ha presentato l’accordo che era riuscita a ottenere a casa propria, e che molti altri Paesi avrebbero interesse a prendere come esempio, il piano dei Chequers: mantenere tra le due entità il Mercato Comune, ma non la libera circolazione dei cittadini, dei servizi e dei capitali; non dover più sottostare alla giustizia amministrativa europea del Lussemburgo. Donald Tusk lo respinge bruscamente.

A questo punto è necessario fare un passo indietro. Gli accordi che posero fine alla rivolta dell’IRA contro il colonialismo inglese non hanno risolto le cause del conflitto. Si è avuta la pace solo perché l’Unione Europea ha permesso di abolire la frontiera tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Ora Tusk pretende che, per evitare il rinfocolarsi di questa guerra di liberazione nazionale, l’Irlanda del Nord sia mantenuta nell’Unione Doganale, il che implica la creazione di una frontiera controllata dalla UE, che divide il Regno Unito in due, separando l’Irlanda del Nord dal resto del Paese.

Alla seconda riunione del Consiglio, davanti a tutti i capi di Stato e di governo, Tusk ha fatto chiudere la porta in faccia a May, lasciandola fuori da sola. Un’umiliazione pubblica che non potrà non avere conseguenze.

Riflessioni sulla secessione dell’Unione Europea

Tutte queste manovre di basso conio indicano l’inclinazione dei dirigenti europei all’inganno. In apparenza, rispettano le regole d’imparzialità e decidono collettivamente per servire l’interesse generale (anche se questo concetto è rifiutato dai soli britannici). In realtà, alcuni difendono gli interessi del proprio Paese a scapito dei loro partner, mentre altri difendono quelli della classe sociale d’appartenenza, a scapito di tutte le altre. Il peggio è certamente il ricatto nei confronti del Regno Unito: che sottostia alle condizioni economiche di Bruxelles, in caso contrario ricomincerà la guerra d’indipendenza dell’Irlanda del Nord.

Questo comportamento finirà col risvegliare i conflitti intra-europei, che già hanno causato le due guerre mondiali; conflitti che l’Unione sul proprio territorio ha mascherato, ma che, irrisolti, persistono fuori dell’Europa.

Lo Stato sovranazionale è diventato a tal punto autoritario che durante i negoziati per la Brexit sono sorti altri tre fronti. La Commissione, su richiesta del parlamento europeo, ha aperto due procedure sanzionatorie contro la Polonia e l’Ungheria, accusate di violazioni sistematiche dei valori dell’Unione; procedure il cui obiettivo è costringere questi due Stati in una posizione analoga a quella cui si vuol costringere il Regno Unito durante il periodo di transizione: essere vincolati al rispetto delle regole dell’Unione, senza tuttavia partecipare alla loro definizione. Inoltre, infastidito dalle riforme che si vogliono attuare in Italia, che contrastano con la sua ideologia, lo Stato sovranazionale rifiuta a Roma il diritto a un bilancio che le permetta di attuare la propria politica.

Il Mercato Comune della Comunità Europea aveva permesso d’instaurare la pace in Europa Occidentale. Il suo successore, l’Unione Europea, ne distrugge l’eredità, mettendo i Paesi membri gli uni contro gli altri.

Thierry Meyssan

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

fonte http://www.voltairenet.org/article204000.html

Obbligo vaccinale

Restando sul tema che ha motivato la sospensione di questo blog, ho seguito con interesse le risposte date dall’onorevole Stefano Patuanelli, capogruppo M5S al Senato, al pubblico di una trasmissione locale andata in onda il 26 ottobre scorso a proposito del disegno di legge n. 770, che porta la sua firma. Il DDL, che si candida a sostituire la legge Lorenzin in tema di vaccinazioni obbligatorie e il cui testo è oggetto di audizioni in Senato in questi giorni, è già stato qui criticato in quanto, collocandosi in perfetta continuità con la norma varata dal governo precedente, ne moltiplica i difetti e ne amplia la forza sanzionatoria, la portata, i destinatari.

Ai lettori – fortunatamente pochi – che ancora si interrogano su quanto sia giustificata l’attenzione ormai quasi esclusiva che dedico al nuovo obbligo vaccinale, dovrebbe bastare il fatto che in tutta la storia d’Italia – inclusa, quindi, quella caratterizzata da ondate epidemiche oggi sconosciute – non si era mai assistito a un’imposizione farmaceutica di massa di queste proporzioni e alla collegata limitazione dei più elementari diritti sociali. Come è logico aspettarsi, la riduzione dei casi di malattie infettive si era invece accompagnata, fino all’anno scorso, a un progressivo allentamento dei già blandi obblighi di vaccinazione senza peraltro incidere negativamente sulle coperture. O dovrebbe ancora prima bastare l’altrettanto inaudita pressione ricattatoria esercitata sui professionisti della sanità che – lo ripetiamo: per la prima volta nella storia nazionale – devono oggi temere provvedimenti disciplinari qualora, in scienza e coscienza, fornissero ai propri assistiti il «consiglio di non vaccinarsi». Ho descritto gli intuibili effetti che questa militarizzazione del personale sanitario sta producendo sull’indipendenza dei medici e quindi sulla fiducia dei pazienti – e quindi sulla loro salute – nel libro Immunità di legge. Gli stessi allarmi erano stati lanciati, tra gli altri, dal prof. Ivan Cavicchi in un lucido editoriale del settembre scorso. Più recentemente l’autorevole rivista medica La revue Prescrire ha denunciato come l’obbligo plurivaccinale che da quest’anno colpisce anche i piccoli francesi sia frutto dell’«incapacità di sostenere gli operatori sanitari nel loro ruolo di mediatori, fornendo dati non influenzati dalle opinioni per quantificare i rischi e i benefici».

Se da un lato è risibile che l’aumento della minoranza presunta «novax» abbia cagionato le presunte epidemie di morbillo (il calo 2014-2016 ha interessato i duenni, pari nei tre anni a un sovrastimato – perché al netto di ritardatari, recuperati ed esentati – 0,09% della popolazione complessiva, laddove l’età mediana dei contagiati è stata di 27 anni, mentre non esiste alcuna correlazione tra coperture e contagi a livello regionale), dall’altro non è spiegabile perché l’eventuale outbreak di una malattia – quasi certamente non eliminabile con la profilassi in uso – debba giustificare la vaccinazione perentoria contro altre undici malattie, poi ridotte a nove. In compenso, sappiamo da recenti studi europei che l’obbligatorietà non è uno strumento efficace per promuovere una maggiore adesione del pubblico alla profilassi.

Che cosa resta, quindi? Come minimo, l’ennesimo esercizio di mercimonio dei diritti al consumo, la confermata fiaba di un mercato «libero» predicato solo a chi non se lo può permettere per consegnare ai grandi i comfort di un mercato coatto e schedulato dal legislatore. Ma, molto più gravemente, anche un inedito esperimento di subordinazione dei diritti sociali a una somministrazione continuativa, massificata e forzosa di prodotti farmaceutici. Da qui nasce una concorrenza tra diritti ugualmente fondanti: da un lato quello all’inviolabilità della persona (Costituzione, art. 13) la cui cessione eccederebbe ampiamente la misura dei«limiti imposti dal rispetto della persona umana» (art. 32) perché non motivata da malattia, incapacità o urgenza, dall’altro quello allo studio (art. 34), al lavoro (art. 4) e, nelle intenzioni mai sopite della prima bozza Lorenzin, addirittura alla genitorialità (art. 30). Da irrevocabili, i diritti sociali diventano così un premio da riservare a coloro che si piegano a una disciplina di massadefinita da confini non prevedibili né negoziabili dall’assemblea del popolo (art. 1) perché dettati da commissioni tecniche che si pretendono al servizio di una reificata e insindacabile «scienza». Come già altre imposizioni tecniche, anche questa trarrebbe forza dal raggiungimento di soglie percentuali e totemiche (le coperture) il cui nesso con l’obiettivo asserito è postulato e indiretto: perché non misurano lo stato di salute o di immunità dei soggetti ma la loro compliance, la sottomissione al comando, sicché tendono ossessivamente a una quasi-totalità (il novantacinque per cento, successore del tre per cento economico) in onta a ogni criterio analitico. Questo esperimento, se riuscisse come è già in parte riuscito, ci avvicinerebbe a grandi passi ad altri e solo apparentemente lontani modelli di condizionalità dei diritti come quello dei crediti socialirecentemente introdotto in Cina.

Giacché i diritti sociali sono anche i pilastri su cui si fonda una comunità coesa, è anche naturale attendersi che il disegno di legge, qualora approvato nel suo testo base, acuirebbe ulteriormente gli effetti divisivi e persecutori già innescati dalla legge Lorenzin, con una minoranza renitente – e prevedibilmente sempre meno minoritaria, con l’aumento degli interessati e degli obblighi – spinta ai margini della società e tra le fauci feroci del gregge, a rinverdire anche fuor di metafora i fasti della manzoniana caccia all’untore. In altre sedi, riferendomi alle esclusioni scolastiche dei minori non conformi ai piani vaccinali, ho impropriamente evocato un’analogia con l’ignobile regio decreto legge n. 1390 del 5 settembre 1938 che vietava ai giovani ebrei la frequenza delle «scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale». Impropriamente, perché pochi giorni dopo i fascisti avrebbero stabilito, con il regio decreto n. 1630 del 23 settembre 1938, che «le comunità israelitiche possono aprire… scuole elementari, con effetti legali, per fanciulli di razza ebraica», mentre oggi si mobilitano i funzionari dello Stato per scovare e chiudere eventuali «asili abusivi» dove i piccoli sottratti all’iniezione potrebbero – distolga il Cielo! – giocare, cantare filastrocche, coltivare una vita sociale.

L’ipotesi migliore è che chi ha redatto il disegno di legge non abbia minimamente calcolato le sue conseguenze sociali. Facciamo un conto: con gli attuali e ben più blandi requisiti della legge Lorenzin, già oggi il 12,6% degli studenti delle scuole dell’obbligo in Lombardia non è in regola con il calendario vaccinale. Proiettando il dato campionario (che non include gli over 16, pure inclusi nel provvedimento), i minori irregolari sarebbero almeno 133.384 nella regione e 846.143 nella nazione. A questi corrisponderebbero più di 1 milione e 200 mila genitori a cui possono aggiungersi nonni, parenti e conoscenti «solidali». Anche assumendo il massimo effetto persuasivo dell’obbligo, con la nuova legge si metterebbero comunque a rischio centinaia di migliaia di carriere scolastiche (per dirne una: dopo cinquanta giorni di assenza, la bocciatura è d’ufficio) generando caos, dispersione scolastica ed emarginazione a livelli difficili da immaginare, perché mai registrati. E che dire degli «esercenti le professioni sanitarie» citati all’art. 5, comma 1 del provvedimento? E degli «operator[i] ed educator[i scolastici]» che, pur non menzionati nel testo, appaiono tra i destinatari auspicati sia nell’intervista di Patuanelli (minuto 14:12) sia nel corso dell’audizione in Senato del 30 ottobre, a una domanda rivolta al rappresentante dei presidi? Se gli insegnanti hanno già scaldato i motori della protesta alla mera ipotesi di un’estensione della Lorenzin, per i sanitari è sufficiente sommare la scarsa propensione di molti di loro a vaccinarsi – se non alle vaccinazioni tout-court – con le violente proteste esplose in Emilia Romagnaquando la Regione ipotizzò di imporre la MPR al personale di pochi reparti ospedalieri. Da questi segnali non è difficile preconizzare che un obbligo molto più ampio e severo scatenerebbe una mobilitazione tale da paralizzare a oltranza entrambi i settori, e quindi il Paese.

Scrivo che questa è appunto l’ipotesi migliore perché costringerebbe le autorità a ritirare il provvedimento, forse già prima della sua approvazione. Se invece questi esiti fossero stati previsti, se qualcuno li avesse già messi in conto, ciò dimostrerebbe la volontà di perseguire l’obiettivo nell’unico modo possibile, subordinando cioè al suo raggiungimento un lungo corredo di diritti non solo acquisiti ma anche costituzionali, sulla scorta di quanto si sta sperimentando oggi con i i più intoccabili – i piccolissimi. Infatti, se non dispiegando la forza pubblica, occorrerebbe persuadere i renitenti con la minaccia di perdere un diritto: ad esempio con il licenziamento, il demansionamento o una mancata assunzione, il decurtamento di benefici fiscali, pensioni e contributi da cui dipendono specialmente i più deboli (ad esempio così, o così), il negato rilascio o rinnovo di patenti e licenze, il divieto di accedere a strutture e mezzi pubblici, la sospensione delle prestazioni sanitarie gratuite (sì, è stato detto), l’aumento dei premi assicurativi sanitari o l’esclusione dalle polizze, la revoca della responsabilità genitoriale fino alla sottrazione dei figli, procedimenti penali e altro che lascio alla speculazione dei lettori. In breve, le declamate urgenze sanitarie servirebbero a smontare l’edificio dei diritti sociali e delle libertà individuali e a realizzare ciò che era solo in parte riuscito al loro simmetrico predecessore, il «fate presto» economico, segnando così il fronte sinora più avanzato e violento dell’attacco «tecnico» all’ordine sociale.

Preoccupa infine, naturalmente, l’esito operativo di questo esperimento: la totalitarizzazione di un consumo farmaceutico imposto a chiunque e ripetutamente nel tempo, senza scampo e senza passare dal «via» dell’autodeterminazione propria o del dibattito di chi ci rappresenta. Questo esito non deve soltanto far temere le conseguenze in scala universale di eventuali effetti avversi – imprevisti o taciuti – di una o più formulazioni (gli esempi non mancano nella storia della farmaceutica, anche recente), né soltanto, nei casi dubbi, l’impossibilità di far valere la precauzione o il riconoscimento del danno nei confronti di una classe medica schiacciata dall’imperativo della vaccinazione («lei ha ragione, ma se firmassi un’esenzione mi ritroverei domani gli ispettori della ASL in ambulatorio», mi riferiscono testimoni), ma più ancora gli usi a cui può prestarsi un’infrastruttura parenterale fortissimamente desiderata e promossa che raggiunge ogni singolo organismo di ogni singolo membro della popolazione, con cadenze sempre più fitte, per introdurvi prodotti su cui è persino vietato interrogarsi. Escludere che questa infrastruttura non sia, né sarà mai in futuro, utilizzata per scopi diversi da quelli dichiarati richiede un atto di fede nei tecnici incaricati di decidere, sorvegliare e produrre che non tutti – legittimamente – sono disposti a sottoscrivere. Anche in questo caso, l’estensione di un potere così pervasivo, invasivo, ingiustificato e irrecusabile segnerebbe un primato assoluto nella pur tormentata storia dei rapporti tra cittadini e autorità.

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Fa quindi una certa tenerezza ascoltare dalla voce dell’on. Patuanelli che «probabilmente c’è un eccessivo parlare di vaccini» (minuto 9:00). Suvvia. Come se si stesse davvero parlando «di vaccini» e non, come si è visto, del più ambizioso esperimento mai osato di subordinazione dei diritti alla discrezionalità dei non eletti. Da persona onesta qual è, il senatore ce lo conferma in diretta: «[se] la commissione tecnica ci dirà che non c’è necessità di prevedere un obbligo vaccinale, non ci sarà alcun obbligo vaccinale» (minuto 4:50). Ecco. Sarebbe difficile trovare una definizione più perfetta e coincisa di tecnocrazia, dove i tecnici dettano appunto alla politica («ci dirà») non già gli elementi per decidere, ma la decisione stessa (la «necessità di prevedere un obbligo»). Una definizione e una procedura di cui non c’è ovviamente traccia nella seconda parte della nostra Costituzione, per motivi che i suoi estensori, provenendo da una dittatura, avevano ben compreso e vissuto.

Oltre che onesto, il capogruppo pentastellato appare anche persona di buon senso, ad esempio nel prendere le distanze dall’infantilismo epistemologico de «la scienza dice questo» (minuto 9:05). Ma in luogo di consolare, questa lucidità non fa che rendere più penoso l’ossessivo convergere verso la tesi imposta – la messa in ostaggio dei diritti sociali a un obbligo sanitario universale e tecnoguidato – nello sforzo di fingerne l’ineluttabilità, anche secondo logica. Ascoltiamolo al minuto 12:33: «O decidiamo che i vaccini non servono… se invece riteniamo che la massima copertura vaccinale [in realtà nella proposta si parla di copertura minima per raggiungere l’immunità di gruppo, N.d.P] sia l’obiettivo per garantire la salute pubblica… dobbiamo anche dire che… l’accesso anche [!] scolastico deve essere limitato se uno, senza motivazione apparente, decide di non vaccinarsi». Più avanti (minuto 14:38) riformulerà il concetto: «O i vaccini non sono un valore, sono inutili e anzi sono dannosi – cosa che noi non riteniamo – e allora vanno bene tutti i ragionamenti “come è possibile allontanare ecc.”… oppure decidiamo che invece dobbiamo arrivare alla massima copertura».

Queste costruzioni dialettiche offrono un esempio classico di argumentatio ex post, dove premesse e sviluppo non servono a selezionare la conclusione ma si assoggettano fin dall’inizio a una conclusione già stabilita, a cui devono fornire un’impalcatura pseudo-razionale su cui poggiare. In punto logico, nulla infatti implica che se «i vaccini [quali?]» sono «un valore» si debba «arrivare alla massima copertura» e non, ad esempio, raccomandarli e promuoverli nei soggetti più a rischio. Men che meno c’è una necessità logica che lega il riconoscimento della massima copertura come «obiettivo per garantire la salute pubblica» al suo perseguimento mediante la limitazione dell’«accesso anche scolastico». Da molti anni i governi promuovono campagne per sensibilizzare i cittadini verso i rischi del fumo e dell’abuso di farmaci, o i benefici dell’attività fisica, di un’alimentazione corretta e dell’igiene personale, senza però sognarsi di restringere i diritti scolastici, lavorativi o di altro tipo, di chicchessia. Eppure il «valore» sanitario sotteso a queste raccomandazioni si quantifica in decine di milioni di morti evitabili – e anche, indirettamente, nella mancata contrazione di malattie infettive che metterebbero a rischio altre vite. Non in poche unità, o in nessuna.

Da una fallacia così enorme può passare tutto, e quindi anche la manovra orwelliana, l’inversione totale del messaggio elettorale. Scopriamo così al minuto 10:35 che le prescrizioni del decreto Lorenzin sarebbero «idiozie». Forse perché discriminano i bambini? Nossignore. Perché non discriminano tutti. Perché con quel testo «limito [l’obbligo] alla fascia dell’infanzia e non vaccino l’operatore sanitario, oppure non faccio andare a scuola i bambini zero-sei perché posso farlo, e invece dai sei anni in su, anche se non è vaccinato, pago la multa… e questa è un’idiozia totale». Sembra così di vedere plasticamente la staffetta, il testimone che passa intonso dalle mani dei cambiati a quelle dei cambiatori, affinché si compia l’opera iniziata.

Appare allora evidente che sul tema l’on. Patuanelli, come quasi tutti i suoi colleghi di governo e di opposizione, debba misurarsi non tanto con logica, coerenza e buon senso – di cui certamente non difetta – ma con un convitato di pietra da compiacere, o più precisamente un cadavere: il cadavere gettato nel pozzo della democrazia dal governo precedente. Di quel cadavere marcescente non può liberarsi, neanche se lo volesse. Lo deve anzi alimentare. Perché lì deve restare, inchiodato sul fondo, e lì deve gonfiarsi fino ad avvelenare ogni fonte, a dispetto di tutto e di tutti: della logica, delle sue conseguenze, dell’opportunità politica, delle proteste degli elettori, dei mal di pancia degli stessi decisori. Perché? Per volontà di chi? Non ce lo spiega nessuno, né evidentemente può farlo. E questo fa paura.

***

Quale sarà il destino del DDL n. 770? Sarà approvato con tutti i suoi corollari tossici o aleggerà come una finestra di Overton per farci accettare ciò che deve venire, una sua versione ammorbidita o, alla meglio, la già abominevole e ingiustificata norma in vigore, come una liberazione? Si tratta in tutti i casi di esiti pericolosi che – così mi auguro di avere dimostrato ai pochi lettori – giustificano l’attenzione non tanto al tema, ma al tentativo in corso di mutare la pelle di un vincolo esterno reso più feroce e più audace dalla sua metamorfosi, irriconoscibile sotto nuove bandiere,

che continua a vivere e a lottare contro di noi.

Fonte http://ilpedante.org/post/il-cadavere-nel-pozzo

Il caso Huawei

Forse nessun dirigente aziendale applaudirà Stati Uniti e Canada per l’arresto di Meng Wanzhou. Le controversie commerciali internazionali sono generalmente gestite in modo diverso. Anche nei casi che riguardano le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti contro l’Iran la gente si aspettava delle multe. L’esempio più serio di sanzioni fu la multa annunciata dal dipartimento del Commercio statunitense ad aprile contro ZTE. In assenza di qualsiasi avvertimento, gli Stati Uniti improvvisamente ordinavano al Canada di arrestare Meng chiedendone l’estradizione. Tale mossa va ben oltre l’immaginazione sui rischi d’essere un dirigente di un’azienda internazionale. Sebbene gli Stati Uniti abbiano ribadito che l’incidente è solo un caso giudiziario, la gente generalmente pensa che l’arresto sia legato alla soppressione di Huawei da parte loro. E’ la prima volta che business e competizione tecnologica si trasformavano in uno attacco improvviso a un dirigente avversario. Molti tra cui l’editorialista di Bloomberg Opinion, Joe Nocera, descrivono l’arresto come “rapimento”. Se gli Stati Uniti insisteranno sull’estradizione di Meng, sarà un danno epocale negli affari internazionali, equivalendo ad aprire il vaso di Pandora. Alcuni dirigenti aziendali di Stati Uniti e Canada sono un po’ preoccupati a viaggiare in Cina, e i loro colleghi cinesi hanno preoccupazione simile a visitare i due Paesi nordamericani. La Cina non segnalava che avrebbe arrestato i dirigenti aziendali di Stati Uniti o Canada per vendetta. Né sembra che gli Stati Uniti praticheranno questo in modo regolare. Ma l’incidente provocava preoccupazioni nella comunità imprenditoriale. L’arresto è sicuramente una pietra miliare del crescente rischio personale d’essere dirigente aziendale.
Stati Uniti e Canada abusano indubbiamente del loro sistema giudiziario, che è forte e gli dà altro potere. Washington non dovrebbe tentare di utilizzare le sue leggi nazionali come supporto strategico per la concorrenza commerciale e diplomatica nel mondo. Non vi è dubbio che le azioni degli Stati Uniti sono politiche, in quanto il sottile rivestimento giuridico non nasconde i motivi politici. Altri Paesi sono in svantaggio neo contesti legali contro gli Stati Uniti a causa della loro debolezza giudiziaria e legale. Ma al di là dell’ipocrisia di Washington, sovranità ed interessi dei Paesi sono più reali delle trappole legali statunitensi. Le contromisure di altri Paesi emergeranno sicuramente salvaguardando diritti e dignità legale in tutti i modi possibili. All’audizione sulla cauzione si parlava molto dei dettagli giudiziari, che inconsapevolmente facevano credere nella legittimità del processo. Sembrava che il sequestro di Meng fosse puramente questione legale per decidere se andava liberata. Riteniamo che il dibattito sulla cauzione abbia avuto luogo nel contesto degli Stati Uniti, per ragioni politiche e di sicurezza, circondando, sopprimendo e discriminando Huawei. Le élite canadesi dovrebbero capire che il caso è politico. Come molti media statunitensi notavano, molte multinazionali hanno effettivamente violato le sanzioni statunitensi contro l’Iran a causa della complessa catena di approvvigionamento internazionale. L’applicazione selettiva contro Huawei, in particolare tale improvvido arresto criminale, costituisce una grave violazione dello spirito della legge e avrà un impatto fatale sull’ordine commerciale globale.
Speriamo che le autorità statunitensi e canadesi si sveglino e decidano politicamente di porre fine a tale approccio sbagliato. Sebbene il caso Meng sia sottoposto a procedimento giudiziario, la corretta volontà politica può influenzare la procedura giudiziaria ed impedire che un grave errore si trasformi in un cancro per la governance mondiale. Crediamo che ci sia spazio affinché Stati Uniti e Canada rimettano in discussione le controversie, se lo desiderano.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

fonte http://aurorasito.altervista.org/?p=4055

Patto Mondiale per le Migrazioni

Oltre 150 Stati si sono registrati alla conferenza per l’adozione del Patto Globale per Migrazioni Sicure, Ordinate e Regolari di Marrakech [nota: il documento di riferimento in inglese è intitolato Global Pact, l’ONU l’ha tradotto con Patto Mondiale].

Nel discorso introduttivo il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha voluto denunciare le «false informazioni» sul Patto. In particolare, ha sottolineato che il testo non è vincolante e dunque non limiterà la sovranità degli Stati.

Ebbene, proprio qui sta il problema: il Patto non limiterà la sovranità degli Stati, che vi hanno in parte già rinunciato inserendo nei propri sistemi giuridici il principio della superiorità dei testi internazionali sui testi nazionali.

L’espressione «non vincolante» significa che gli Stati firmatari non dovranno riformare la propria legislazione. Sarà però possibile ai querelanti far valere la superiorità di un testo internazionale sul diritto nazionale per obbligare uno Stato al rispetto del Patto.

Per questo motivo 15 Stati (Austria, Australia, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Stati Uniti, Israele, Ungheria, Olanda, Polonia, Repubblica Domenicana, Serbia, Slovacchia e Svizzera) non hanno partecipato alla conferenza.

Il Consiglio Federale svizzero ha preso parte ai negoziati, salvo poi ritirarsi all’ultimo minuto.

Il caso del Belgio dimostra l’importanza del Patto, ben lungi dall’essere semplicemente un documento enunciativo, come invece pretende Guterres. Il primo ministro belga, Charles Michel, per poterlo firmare ha aggirato le norme costituzionali: un partito della coalizione al governo, l’NVA, ha respinto il Patto e si è dimesso dagli incarichi ricoperti. Avendo perso la maggioranza, il governo sarebbe dovuto cadere; il primo ministro è invece rimasto in carica, informando il re della crisi solo dopo il rimpasto ministeriale, e si è recato a Marrakech per la firma del Patto senza chiedere la fiducia al Parlamento.

In occasione della conferenza di Marrakech per il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti del’Uomo, gli Stati membri delle Nazioni Unite dovranno votare il Patto Mondiale per Migrazioni sicure, Ordinate e Regolari.

Secondo la rappresentante speciale del segretario generale, Louise Arbour, lo scopo del Patto è agevolare il trasferimento di lavoratori da Paesi poveri a Paesi ricchi. «I dati demografici indicano che se [i Paesi ricchi] vogliono mantenere i livelli economici attuali o addirittura far crescere l’economia, dovranno accogliere lavoratori stranieri con buona formazione per rispondere alle richieste del mercato del lavoro» ha dichiarato Arbour. Secondo il servizio stampa delle Nazioni Unite, si tratta di «regolare le migrazioni in modo che funzionino per il mondo intero».

La Germania è stata il primo Stato a mettere in pratica questa politica, accogliendo nel 2015 oltre un milione di migranti, alcuni dei quali provenienti dalla Siria [1]. Ma dopo due anni non è ancora riuscita a integrarli. Il malcontento popolare per questo flusso migratorio massiccio ha indotto la cancelliera federale, Angela Merkel, ad annunciare l’intenzione di mettere fine alla propria carriera politica.

L’iniziativa del segretariato generale delle Nazioni Unite non è per il momento accettata da sette Stati “ricchi”: Austria, Croazia, Ungheria, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia e Svizzera. Altri potrebbero aggiungersi, in particolare Belgio, Bulgaria e Italia.

Secondo il cancelliere austriaco Sebastian Kurz – il cui Paese, pur avendo rappresentato l’Unione Europea nei negoziati di New York, si oppone al testo – la filosofia che sottende il Patto è l’abrogazione delle distinzioni tra i diversi tipi di migranti (legali e illegali; economici, umanitari e politici). Di conseguenza, il Patto avrà ripercussioni immediate sui diritti sociali, sia nel territorio dello Stato ospitante sia negli accompagnamenti coatti alla frontiera.

Il testo ha origine nell’appendice 2 della Dichiarazione di New York per i rifugiati e i migranti, stilata sotto la direzione di Peter Sutherland [2]. Questo personaggio di alto rango, il 21 giugno 2012, in un’audizione alla Camera dei Lord britannica, dichiarò che ogni individuo deve avere la possibilità di studiare e lavorare nel Paese da lui scelto – fatto incompatibile con qualunque politica migratoria restrittiva – e che le migrazioni creano una dinamica cruciale per lo sviluppo economico, checché ne dicano i Paesi di accoglienza. Di conseguenza, concludeva Sutherland, l’Unione Europea deve scalzare l’omogeneità delle nazioni che ne fanno parte [3].

Il Patto Mondiale per Migrazioni Sicure, Ordinate e Regolari non prevede, a carico degli Stati, misure impositive o che limitino direttamente la loro sovranità. Esso deriva dal metodo caro agli adepti di Karl Popper, il pensatore della “società aperta” e del “senza-frontierismo”: proclamare dei diritti (non nel senso di “diritti positivi” ma di “diritti di credito”) la cui messa in atto verrà imposta alle legislazioni nazionali attraverso ricorsi giuridici. È questa la strategia dell’ONG Pueblo sin fronteras (finanziata dalla speculatore George Soros), che organizza carovane di migranti dall’America Centrale verso gli Stati Uniti.

La filosofia del Patto favorisce anche l’uso di migranti come arma da guerra [4], che la Nato ha già sperimentato per scatenare quella del Kosovo, per privare la Siria delle sue difese, o per preparare un intervento militare contro il Venezuela.

Oggi assistiamo nei fatti a un va e vieni: gli Occidentali inviano armi nelle regioni che distruggono e in cambio accolgono i rifugiati che costringono a scappare da casa loro [4].Thierry Meyssan

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

fonte http://www.voltairenet.org/article204281.html

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Geopolitica applicata al 2019

Nell’ultimo scorcio del 2018 si assiste ad una molteplicità di crisi apparentemente inestricabile ed indecifrabile: la probabile uscita “caotica” di Londra dall’Unione Europea, il braccio di ferro tra Roma e Bruxelles, le proteste dei “gilet gialli” in Francia, il riaccendersi delle tensioni attorno alla Crimea, l’uscita degli USA dall’accordo sui missili nucleari a medio raggio, le pressioni americane sul Nord Stream 2, l’escalation politica-economica tra Cina e USA culminata con l’arresto della figlia del fondatore di Huawei. Nessuna di questa crisi si estinguerà in fretta, gettando le basi di un 2019 “esplosivo”. È quindi opportuno fare un po’ di ordine, riconducendo questi diversi eventi ad un unico discorso: la lotta delle potenze marittime contro l’Eurasia.

Dal golfo di Biscaglia al Mar cinese

Avremmo voluto dedicare le nostre energie alla preparazione del secondo volume di “Terra contro Mare”: l’incalzare degli eventi ci costringe però ad affrontare tramite articoli ciò avrebbe dovuto essere raccontato tramite libro. Amen, ci portiamo avanti col lavoro.

Chi osservi oggi il panorama internazionale non può che rimanere stupito ed intimorito dalla molteplicità di crisi che si accavallano senza sosta: il Regno Unito è quasi certamente destinato ad un rovinoso divorzio con la UE, la Quinta Repubblica sembra scricchiolare sotto l’onda d’urto dei “gilet gialli”, il barometro finanziario dell’Italia segna tempesta, la Crimea è nuovamente motivo di preoccupazione per il braccio di ferro tra Russia e Ucraina attorno allo stretto di Kerch, gli USA minacciano di schierare nuovamente in Europa i missili nucleari a medio raggio, riportando così le lancette dell’orologio indietro agli anni più bui della Guerra Fredda, la tensioni politiche-commerciali tra USA e Cina hanno raggiunto una nuova vetta con il clamoroso arresto della figlia del fondatore di Huawei, colosso cinese delle telecomunicazioni finito nel mirino economico-militare degli USA. Il sommarsi di queste crisi potrebbero facilmente stordire l’osservatore, spingendolo a parlare genericamente di “caos” o “anarchia” internazionale. In realtà, questi fenomeni apparentemente scollegati sono riconducibili alla lotta delle potenze marittime a quelle continentali: nella fattispecie alla secolare guerra degli angloamericani all’Eurasia.

È quindi giunto il momento di fare un po’ di ordine.

Partiamo con una prima carta, per mettere bene in evidenza la dialettica Terra-Mare. Nell’immagine sono ben visibili le tre grandi entità politiche continentali (Unione Europea, Russia e Cina), che occupano buona parte dell’Eurasia e, situate ai margini, le potenze marittime (USA e GB). Quella delle potenze marittime non è solo una marginalità geografica, ma sempre più una marginalità economica e politica. Un crescente numero di attori, dalla Turchia al Pakistan, passando per l’Iran e l’Iraq, guardano ormai alla Russia o alla Cina per sicurezza/investimenti; l’Unione Europea e la Cina rappresentano poi rispettivamente la prima e la terza (aspirante seconda, prima cioè degli USA) economia mondiale. Ora, sic rebus stantibus, l’integrazione tra queste tre grandi entità politiche non farebbe che aumentare col tempo, anche perché, a differenza del Novecento, non esiste più nessuna barriera ideologica a dividerle: Pechino costruirebbe la propria via della seta marittima/terrestre verso l’Europa e Mosca poserebbe volentieri i gasdotti, aprendo il proprio mercato agli investimenti europei. Nel volgere di un decennio scarso, l’influenza mondiale delle potenze marittime crollerebbe.

Occorre quindi agire. Cosa progettano gli strateghi angloamericani? La solida destabilizzazione continentale, già cara a Lord Palmerston, che incendi Europa ed Asia. Nessuna delle tre grandi entità politiche deve quindi  essere risparmiata: Unione Europea, Russia e Cina. Ora, apriamo una piccola parentesi sull’Unione Europea: come abbiamo sempre sottolineato nelle nostra analisi, la UE è nata come il corrispettivo politico della NATO, tanto che entrambi le organizzazioni hanno la sede a Bruxelles. La UE, quindi, come “prodotto” angloamericano: nello specifico, come “testa di ponte” angloamericana in Eurasia (Zbigniew Brzezinski dixit). Qualsiasi organizzazione dotata di una propria struttura e di centri decisionali può però, ad un certo punto, emanciparsi, specie se esiste uno o più attori regionali (Germania e Francia), in grado di amministrare autonomamente l’unione. Per usare una similitudine, l’Unione Europea potrebbe ad un certo punto emanciparsi dagli angloamericani come i figli si emancipano dai genitori, andando per la propria strada. Possono USA e GB permettersi l’indipendenza dell’Unione Europea? Assolutamente no. Finché gli angloamericani conservavano l’indiscusso primato economico e militare (1945-2008), era loro interesse difendere ed estendere la CECA-CEE-UE: l’interesse scompare e si trasforma in volontà di distruzione quando questo primato viene meno.

La svolta “sovranista” di Londra (referendum per la Brexit) e Washington (elezioni di Donald Trump) coincide col mutato sentimento dell’establishement atlantico verso l’Unione Europea. Abbiamo già dedicato gli ultimi due nostri articoli a spiegare come l’Unione Europea ed il nocciolo dell’eurozona sarà destabilizzato. Sebbene molte banche d’affari diano ancora l’ipotesi come sfavorita1, è probabile che Londra abbandoni l’Unione Europea nel modo più rovinoso possibile, ossia con l’opzione “no deal”, bocciando l’11 dicembre l’accordo stipulato da Theresa May e lasciando che l’Inghilterra esca dalla UE senza alcuna intesa, entro il 31 marzo 2019. Il burrascoso divorzio di Londra, con importanti ricadute finanziarie ed economiche, sarà l’innesco della “bomba” collocata nel lato meridionale dell’Europa, ossia l’Italia. Il rallentamento economico a livello globale e la nascita di un governo populista (benedetto da Goldman Sachs) rendono infatti la terza economia d’Europa più fragile che mai: è sufficiente uno choc esterno perché il nostro debito pubblico vada incontro a seri problemi di solvibilità. Possono l’eurozona e la UE sopravvivere ad un default italiano/Italexit?

Spostiamoci così al nord delle Alpi. Con il lento eclissarsi di Angela Merkel, la guida dell’Unione Europea è stata formalmente assunta da Emmanuel Macron, che si è fatto portatore del (inconcludente) progetto di riforma dell’eurozona. L’ex-banchiere Rothschild non è certamente popolare, resta il fatto che le possibilità dell’Europa di resistere all’assalto atlantico sono appese alla sua persona. La sua proposta, ai primi di novembre, di creare un esercito europeo per “nous protéger à l’égard de la Chine, de la Russie et même des États-Unis d’Amérique”2, ha scatenato l’immediata ira di Donald Trump, che non si è certamente limitato a rispondere per le rime su Twitter. Se, infatti, il progetto di emancipazione militare europeo andasse in porto, per gli USA diverrebbe molto più difficile “incunearsi” militarmente tra Europa e Russia. Washington ha infatti in serbo per l’Europa un ritorno in grande stile alla Guerra Fredda, così da recidere qualsiasi legame politico-economico tra le capitali europee occidentali e Mosca: verso la fine di ottobre (prima quindi della clamorosa asserzione di Macron) gli USA hanno annunciato la loro uscita dal trattato INF del 1987 che, ritirando i missili nucleari tattici dal suolo europeo, aveva aperto al disgelo tra URSS e USA. Il 4 dicembre, il segretario di Stato Mike Pompeo ha lanciato un ultimatum di 60 giorni alla Russia perché smantelli i propri (presunti) euromissili, lasciando intendere che Washington sarebbe pronta a schierare nuovamente i propri. In questo modo, dalla Romania alla Polonia, si alzerebbe una nuova cortina di ferro, col dispiegamento di armi nucleari tattiche da un lato e dall’altro.

L’intenzione di Emmanuel Macron di emancipare la Francia e l’Europa dalla tutela americana è certamente all’origine della rivoluzione colorata nota come “gilet jaunes”: anziché “la corruzione”, si è scelta questa volta come pretesto per le manifestazioni, sempre più violente, il rialzo delle accise sui carburanti. Donald Trump ha rivendicato, piuttosto sfacciatamente, le proteste con un tweet che collega i “gilet jaunes” alla “military protection” degli USA (già il “maggio francese” fu un tentativo di rovesciare Charles De Gaulle e sabotare l’asse franco-sovietico).

Solida e monolitica è invece, come sempre, la Germania: talmente solida da osare l’inosabile. Portare cioè avanti il raddoppio del Nord Stream, nonostante la crescente ostilità di Washington: è probabile che, nel corso del 2019, gli USA tentino di affossare definitivamente il progetto, facendo forse leva sul peggioramento della situazione politica in Ucraina.

Ci spostiamo così ad est, dove negli ultimi giorni di novembre è riesplosa la tensione attorno allo stretto di Kerch. L’Ucraina (cui dovrebbero guardare con attenzione i sovranisti italiani che sognano di essere “liberati” dagli USA) è impiegata dagli angloamericani per inasprire a piacimento i rapporti tra Russia ed Occidente. Il sogno degli strateghi angloamericani è probabilmente un intervento militare russo, che consentirebbe di erigere una cortina di ferro invalicabile: missili nucleari tattici, sospensione del Nord Stream e, nuovo round di sanzioni. Hard Brexit, Italia e Ucraina sono le maggiori minacce che gravano sul 2019 europeo.

Spostiamoci più a est ancora, per approdare nell’Impero celeste da cui si dovrebbe diramare la nuova via della Seta del XXI secolo. La Cina rappresenta per gli USA ciò che la Germania guglielmina rappresentava per l’impero britannico: il nemico più temibile. Più popolosa, dotata di una forza lavoro disciplinata ed efficiente, munita di infrastrutture avveniristiche, all’avanguardia nei campi più promettenti e redditizi dell’industria e delle telecomunicazioni, la Cina è naturalmente destinata al sorpasso sugli USA, proprio come Berlino era naturalmente destinata al sorpasso su Londra a inizio Novecento. Il riequilibrio degli scambi commerciali non è certamente sufficiente per gli USA, interessati a tarpare le ali alla potenza cinese prima che sia troppo tardi: il clamoroso arresto. per la presunta violazione delle sanzioni all’Iran. di Meng Wanzhou, figlia del fondatore di Huawei (finita nel mirino degli USA per la superiorità nel campo delle telecomunicazioni di quinta generazione), è una deliberata provocazione, con cui gli USA sembrano rinunciare alla diplomazia in favore della forza. Può un Paese orgoglioso come la Cina accettare che il numero due di un proprio colosso dell’IT sia arrestato dai concorrenti nella sfida per accapparrarsi il vitale mercato delle telecomunicazioni? Si è detto che Meng Wanzhou sia stata arrestata col pretesto di aver aggirato l’embargo all’Iran, un altro Paese che le potenze atlantiche getterebbero volentieri nel caos nel corso del 2019, sia per alleggerire la posizione strategica di Israele che per arrestare la crescente convergenza di Teheran verso Russia e Cina (persino Pechino ha dovuto sospendere la sue importazioni di greggio dall’Iran su pressione americana3).

Nel 2019, le potenze marittime attaccheranno quindi l’Eurasia dal Golfo di Biscaglia al Mar Cinese. Il coordinamento tra Parigi, Berlino, Mosca e Pechino è, forse, l’ultima chance per scongiurare la guerra.

fonte http://federicodezzani.altervista.org/geopolitica-applicata-al-2019/

L’evoluzione dell’Italexit in Euroexit

“Gli dèi ci creano tante soprese: l’atteso non si compie, e all’inatteso un dio apre la via”

(Euripide)

Eccoci al consueto aggiornamento settimanale sull’Italexit. Gli dèi a volte sembra giochino con gli esseri umani, prospettano loro insormontabili avversità e poi offrono loro immensi doni.

Ricordiamoci sempre che “Ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale”, ossia che alla storia Lógos, che è l’armonia del mondo, conferisce uno sviluppo razionale. Come sosteneva Eraclito di Efeso, il mondo è governato dal divenire, o Arché, come tale nulla potrà tornare come prima. Questo vale anche per l’Euro, per la Ue e per il nazionalismo, tutto scorre, tutto si evolve in nuove forme e modalità, non ci si bagna due volte nello stesso fiume. Non possiamo sapere come evolverà l’umanità, ma sappiamo che ciò che oggi sembra irrisolvibile domani passerà.

Se solo fossimo in grado di percepire il sottile filo che lega tutti gli eventi, capiremmo che una regola governa il dispiegarsi dell’universo. Certo, servono le nostre mani, le nostre braccia e le aspirazioni di tantissima gente, ma essa funziona. E funziona maledettamente bene! Il nostro universo, è metafisico, Lenin lo comprese e sfruttò tale meccanismo per incendiare la Russia del 900 e guidare la rivoluzione.

Gli eventi di questa settimana sono talmente collegati tra loro tanto da mostrare al mondo la potenza del Logos. Essi sembrano far evolvere l’Italexit di Savona in una più corposa, e forse meglio gestibile, Eurexit. E questo è un bene poiché ridurrebbe il rischio di boicottaggio del nucleo che rimarrebbe in Eurozona.

Il primo e più importante fatto è stato il carico di dinamite lanciato dal Segretario di Stato USA Mike Pompeo al German Marshall Fund di Bruxelles sui tedeschi.

Nel suo discorso intitolato: “Restoring the role of the Nation-State in the Liberal international Order” egli afferma:

“La Banca Mondiale e il FMI sono stati istituiti per ricostruire territori devastati dalla guerra e promuovere investimenti e crescita privati. Oggi queste istituzioni consigliano spesso ai paesi che hanno gestito male i loro affari economici di imporre misure di austerità che inibiscono la crescita e spiazzano gli attori del settore privato. Qui a Bruxelles, l’Unione Europea e i suoi predecessori hanno portato grande prosperità in tutto il continente…….ma Brexit è stato un campanello d’allarme politico. L’UE sta assicurando che gli interessi dei cittadini siano posti prima di quelli dei burocrati qui a Bruxelles?”

Questo messaggio, recapitato a Bruxelles, equivale ad aver bombardato il bunker del nemico.

E il nemico reagisce. Su Europa Today leggiamo:

“Bruxelles lancia la guerra al dollaro (e a Trump): rafforzare l’uso dell’Euro sui mercati internazionali in settori chiave come quelli energetici”.

Peccato che il 7 dicembre Donald Trump twitti: “China talks are going very well”.

Bruxelles reagisce all’arroganza del Dollaro programmando l’impiego dell’Euro sui mercati internazionali. Ma la UE non ha fatto i conti con Trump, questi chiude un accordo con Xi-Jinping, mediando sul commercio bilaterale, isolando di fatto il nemico principale degli USA: la Germania!

Paul Krugman, dalle colonne della FAZ, avvisa la Germania che gli USA faranno di tutto per bloccare la Germania, in fondo Trump ha dietro un popolo che chiede i dazi alle loro produzioni di auto.

Oramai è guerra aperta.

Ma è guerra anche con il cagnolino della Merkel, il globalista Macron. Avevamo già visto i tweet di Mister Trump (“se non era per noi a Parigi adesso parlavano tedesco”), adesso il misterioso “Q” ci informa che quella dei gilet gialli non è una semplice protesta per il prezzo del gasolio, ma una vera e propria rivolta contro quell’agenda globalista che Trump intende smantellare. In Francia, ci informa Q, i francesi combattono contro il globalismo.

Chiaramente, il main stream media tace sull’argomento, ma persino Steve Bannon ci informa che tale movimento antiglobalista è lo stesso movimento che ha portato alla Brexit, all’elezione di Trump e al 4 marzo 2018 Italiano.

Scrive su Il Giornale Roberto Fabbri: “toni grilloleghisti nella carta dei rivoltosi in gilet. E Trump e Bannon la sottoscrivono”. Dalla carta si evincono i seguenti temi:

  • Fuori dalla UE;
  • Sovranità Monetaria;
  • Stop immigrazione;
  • Nazionalizzazione asset strategici;
  • Fuori ideologia gender dalla scuola;
  • Annullamento del debito;
  • Lotta a media e Banche.

Non male direi vero? Chiaramente i francesi hanno compreso che lo scontro odierno è tra chi considera lo Stato nazione come ostacolo e chi vede in esso il fondamento di un modello di vita equilibrato ed in armonia con la vera essenza dell’essere umano.

Persino Katie Hopkins, importante editorialista inglese, collaboratrice in passato di Sun e il Dayly Mail, in piena euforia per il risveglio delle coscienze sociali, pubblica un tweet carico di amore per la rivolta dei francesi: “Vive la revolution, Macròn demission”.

Che Trump sia a capo di un movimento volto a smantellare la Globalizzazione è oramai chiaro, se n’è accorto non solo Soros ma anche la Merkel, ma è altrettanto chiaro che è il popolo oramai ad essere in rotta con quell’élite che ha progettato e realizzato organismi sovranazionali fascisti nonché intrisi di corruzione e di satanismo.

Partiti dalle tasse sul gasolio, i Gilet gialli ora chiedono le dimissioni di Macròn e la sua sostituzione con De Villiers, il generale dell’esercito che si dimise per i tagli alle Forze Armate. Il 20 luglio 2017 si leggeva su AnalisiDifesa.it: “Si dimette il Generale De Villers in polemica con Macròn”.

Guarda caso, le proteste salgono proprio appena dopo che Macron ha rilanciato l’idea di Europa attraverso un esercito che difenda la UE dai Russi e …… dagli Americani! Se non credessi in Logos sarei portato a pensare che in Francia sia in atto un golpe.

Ma non è affatto così. Il fenomeno è macroeconomico, esattamente come lo fu per l’elezione di Trump.

Su RusseEurope Jacques Sapir, nel pezzo “La questione del potere d’acquisto”, spiega che quanto accade in Francia è la risposta del popolo all’impoverimento da Euro e che, per quanto sopra, è necessario cambiare il sistema. In particolare, Sapir fa notare due cose:

  • La richiesta di un salario minimo da 1.300 euro al mese è incompatibile con l’austerità da Euro (necessaria per azzerare il deficit di bilancio e quello delle partite correnti dei francesi);
  • Se l’Euro non fosse esistito, in base alla crescita della produttività aziendale lo stipendio minimo in Francia oggi dovrebbero essere tra 1.357 e 2.182 euro a seconda della percentuale di produttività guadagnata dal sistema e retrocessa dai capitalisti alla classe operaia.

Capite che uno stato in cui regni la pace sociale e non vi sia lotta di classe (fra capitalisti e classe lavoratrice), è incompatibile con l’assetto dell’Euro e con quello della UE?

Tale argomentazione è talmente forte e importante che persino Le Figaro si spende pubblicando IN PRIMA PAGINA un articolo dal titolo:

“Macron ha i piedi e i pugni legati dall’Unione Europea” in cui si legge: “allo stato attuale dei trattati, gli Stati membri non possono più perseguire politiche economiche e commerciali sovrane”.

In pratica, Le Figaro fa notare che i vincoli alla redistribuzione della ricchezza e quelli sulla mobilità del capitale rendono impossibile ridurre le disuguaglianze e le insicurezze dei cittadini.

Lo stesso Olivier Blanchard, quel gran….de economista di Blanchard, commentando i fatti francesi, su Twitter afferma:

“potremmo non esser in grado di ridurre le ineguaglianze e le insicurezze al punto di prevenire i populismi e le rivoluzione”.

In pratica, Macròn est foutu!

Mac(a)ron d’Amiéns ha cercato di rilanciare la UE rafforzando l’asse Parigi-Berlino, la classe industriale tedesca in cambio dell’appoggio al progetto gli ha imposto l’accelerazione delle riforme in senso schiavista e, così facendo, è avvenuto il suo suicidio politico.

Di pari passo con la rivoluzione francese, monta il populismo. I filosofi della sinistra liberale cominciano a fiutare il vento della riproposizione dell’esperienza italiana e reagiscono violentemente. Bernard-Henry Levy è responsabile di un furioso tweet contro un intellettuale di estrema sinistra che afferma (in TV) di vedere di buon occhio un’alleanza con l’estrema destra:

“Un intellectuel d’extreme gauche pas gene par le bord a bord avec l’extreme-droit”

Esattamente come accade da noi con i vari Augias o i Vauro, le risposte del popolo sono sorprendenti:

“je te follow juste pour lire tes tweets. Je me marre à tous les coups”

Ti seguo solo per leggere i tuoi tweet e ridere ad ognuno di essi.

Oramai filosofi ed intellettuali (imbevuti di Ubermensch) sono scollegati dal genere umano.

La Francia sarà costretta ad abbandonare l’Eurozona per non sperimentare sulla propria pelle quella guerra civile che Bagnai profetizzò con l’oramai famosa frase:

“la differenza fra un cambio fisso e una guerra civile non salta all’occhio. Perché non c’è. Un giorno capirete”.

Quel giorno, non sperimentato in Italia grazie al 4 marzo 2018, è oggi arrivato dai nostri cugini.

Che la colpa di queste rivolte sia della UE lo afferma anche Nigel Farage in un tweet:

“For 20 years, the gap between rich and poor widened as global elites ignored genuine concerns. Brexit, Trump, Italy e now these riots in France happened because ordinary people want to feel they have some power over their own futures”

In fondo la UE è un’ameba parassitaria in cui le decisioni vengono prese in favore della Germania ma che gli Pseudopodi, la Commissione UE, fanno passare come se riguardassero l’intera unione. Questi ultimi, poi, sono talmente arroganti da voler schiacciare i popoli dalla ferrea volontà di autodeterminazione.

A Londra, una May molle con questi Pseudopodi (i negoziatori di Bruxelles) rischia di vedersi bocciato l’accordo raggiunto in questi anni poiché ha concordato una clausola detta  “Backstop” che, secondo il parere del Procuratore Generale Geoffrey Cox, è pericolosissima. Tale clausola impedisce temporaneamente la rinascita della frontiera tra le due Irlande e vincolerebbe UK al punto che essa non potrebbe fare accordi autonomi con altri paesi. Per Cox questo impedimento potrebbe rimanere in piedi per molti anni impedendo una vera Brexit. L’ala estrema dei conservatori è partita all’attacco della May e presumibilmente, salvo appoggio dei parlamentari di Corbyn, porterà ad un No-Deal!

Via una!

Analogamente questa settimana il Presidente della Svizzera Alain Berset ha rotto un accordo quadro con la UE. Su ST FOREIGN DESK nel pezzo Swiss risk UE anger after dodging EU treaty deadline” si legge che tanto la sinistra pro Europa quanto la destra anti-UE sono consapevoli che gli accordi violavano troppo la sovranità svizzera e che i sindacati temevano per il probabile smantellamento delle regole del mercato del lavoro.

La Svizzera allunga i tempi onde non far sovrapporre le loro trattative con quelle della Brexit. La Commissione UE sarebbe troppo dura con gli svizzeri per non offrire il destro agli Inglesi nella loro ben più difficile trattativa.

Conoscendo gli svizzeri, sono sicuro che non cederanno mai.

Via due!

Certo che come trattano questi Commissari …..guarda…..nessuno! Davvero!

Fanno talmente paura che i Gialloverdi, dopo sei mesi di martellamento, non solo non hanno ancora concesso a quelli di Bruxelles decimali di austerity, ma sembra che non ci pensino neanche!

E’ vero che l’Italia deve rinnovare tantissimi BTP in questo 2019, ma con le elezioni a breve, i gialloverdi faranno di tutto per non smantellare il proprio capitale politico.

Di fatti, Giovedi 6 dicembre 2018 Claudio Borghi twitta:

“I saldi in manovra sono invariati. Se le cifre accantonate per pensioni e reddito di cittadinanza si riveleranno eccessive le possibilità di investire l’eccedenza in altre cose utili per gli italiani sono infinite. Dopo 300 ore di Commissione Bilancio lo posso testimoniare”

Come vedete, i decimali dalle due principali misure forse potranno anche venir limati, ma sarebbero reinvestiti in altre voci di spesa del bilancio, i saldi della manovra sono INVARIATI!

Eppure Monti aveva annunciato ai quattro venti l’approssimarsi dello Tsipras Moment (ridenominato da Michel Martone come Salvini-Dimaio Moment)?

La verità è che Savona va avanti per la sua strada, senza paura, asfaltando ogni ostacolo che si frappone fra le sue idee e la vittoria.

Il 5 dicembre Il Giornale pubblica il seguente articolo: “Savona lancia l’allarme: L’Italia a rischio recessione”. In esso si riportano le parole di Savona:

“L’Italia non può attendere per fronteggiare i rischi di una recessione produttiva…..con gli attuali protagonisti dell’UE non ci può essere dialogo al di là del contingente…..indubbia capacità dell’organizzazione europea di creare stabilità finanziaria ma non di creare sviluppo”.

Qui siamo ben oltre lo Tsipras Moment, qui siamo al “o fate come diciamo noi o ce ne andiamo”.

Il vero Tsipras Moment lo avremmo non offrendo qualche decimale di deficit su Pil in meno, bensì con lo 0.8% promesso dal PD nel 2017 e ad aprile 2018.

A dire il vero, a causa dei RIDOTTI ACQUISTI DEI BTP ITALIA e di acquisti BCE di BTP inferiori rispetto al suo potenziale (reinvestimento dello scaduto e nuove disponibilità del mese), la Commissione UE ha fiutato una presunta debolezza dei gialloverdi e su di essa si appoggia per schiacciare il suo nemico!

Ma essa non ha fatto i conti con la caparbietà degli italiani e con le doti da “tombeur de femme” di alcuni avvocati dagli studi classici.

“Conte: dialogo con UE indispensabile ma non rinunciamo a misure” (Prealpina 25/11/2018).

Il messaggio è chiaro, parliamo quanto volete ma noi abbiamo fissato il confine sul Reno, i conti ce li gestiamo da soli e non intendiamo minimamente cedere un solo millimetro.

Il Premier deve aver studiato bene Ovidio e quell’Ars Amatoria in cui scrisse:

“Prometti senza timori, le promesse attraggono le donne; e di ciò che prometti chiama a testimoni tutti gli Dei che vuoi. Giove dall’alto ride degli spergiuri degli amanti e ordina ai venti eolii di disperderli nel vuoto. Giove era solito promettere il falso a Giunone”

Ecco, dopo 6 mesi di promesse e di trattative sul nulla, i tedeschi iniziano a dubitare del “visetto inzuccherato” (Don Giovanni di Mozart ) del nostro Premier e a sospettare qualcosa. Come Fantozzi quando scopre la casa piena di pane, dopo 6 mesi di nulla essi cominciano a pensare: “qui gatta ci cova”.

Su Handelsblatt, in questi giorni, esce il pezzo: “Italien will Im Haushaltsstreit offenbar kaum zugenstandnisse machen” la cui sostanza è questa:

“L’Italia evidentemente vuole fare poche concessioni nel conflitto sul Budget…l’Eu chiede variazioni sostanziali e questi offrono correzioni minimali, dei decimali”.

Il dubbio assale i tedeschi, non è che, nonostante i mercati (ma soprattutto la BCE), questi si stiano prendendo gioco di noi?

Vuoi l’Ars Amatoria di Ovidio, vuoi che gli Italiani, quando qualcuno li comanda (es. le mogli) sono soliti rispondere “dopo”, di fatto, ancora i gialloverdi non hanno ceduto e non hanno concesso un solo decimale ad una UE sul viale del tramonto. E badate, per noi, “dopo” può voler dire mezz’ora, un paio di giorni, ma anche MAI!

Siamo fatti così! A meno che non crolli il mondo, se possiamo, gli sforzi inutili li evitiamo.

E cosa c’è di più inutile dell’austerity? Ah si! Il lavoro dei ministri del Partito Democratico. Scusate!

Insomma, non la vedo bene bene nel rapporto fra Italia e Germania, così come non la vedo bene neanche in quelli fra la Germania e Francia, Uk e Usa.

….. Pensandoci bene, ditemi voi quale paese si trova bene con la Germania? Forse solo la Russia, paese che, difatti, si gode la vittoria in CDU del clone della Merkel, la Annegret Kramp-Karrenbauer, la quale continuerà il Nord-Stream. Purtroppo, la AKK continuerà anche con la politica migratoria della Merkel e con la richiesta di austerity ai paesi del Sud Europa.

Cambiare tanto per non cambiare? Forse è cambiare perché l’Europa del Nord (la Piccola Europa) si stacchi dall’Europa del Sud (creando una nuova cintura di paesi, sotto influenza americana, volta al contenimento militare di un paese di pazzi).

Ma torniamo all’inutilità del lavoro di quelli del Partito Democratico. Quelli del PD non sono inutili, sono proprio nocivi, sono all’opposizione ma non hanno ancora digerito la sconfitta e imposturano ai danni del paese.

Su Die Zeit venerdi 7 dicembre 2018 viene pubblicata l’intervista a Sandro Gozi, (pezzo intitolato “Die EU muss bei Italianen hart bleiben”) nel quale egli afferma:

“cari tedeschi dovete tenere la linea dura con noi italiani…….temo che il governo voglia uscire dall’Euro oltre a voler fare una propria politica migratoria”

Leggendo i commenti, si scopre che questo atteggiamento non viene ritenuto opportuno nemmeno dagli stessi tedeschi. Un lettore del Die Zeit scrive:

“puoi litigare con il tuo governo e criticarlo pubblicamente, ma desiderare che un potere esterno lo siluri, specie poi con la maggioranza del popolo dietro, è abbastanza MESCHINO”.

Comunque oramai l’opposizione politica si è sciolta da sola, i progressisti hanno riposto la loro fiducia nella figura dell’uomo meccanico, quello teso solo a produzione ed accumulo di capitali, e alla fine Logos si è sollevato loro contro in difesa delle nazioni e delle culture.

Ma se il PD è morto seppellito dall’austerity e dalla follia disumanizzante del progressismo, come mai il Partito dei Francesi (il deep state italiano) e i media continuano a voler imporre tali politiche? Evidentemente la vera opposizione giace altrove. Noi sappiamo chi è la vera opposizione in Italia: Grandi Banche e Aziende Global (il 3% delle aziende di Confindustria).

Detto prima del lavoro sotto traccia svolto dalla BCE (minori acquisti rispetto al potenziale), rimane da capire cosa abbia fatto questa settimana Confindustria.

Il suo Presidente, Boccia, questa settimana ha portato in piazza gli industriali del Piemonte, il Popolo del Pil. Dal palco dell’evento ha lanciato strali contro il governo. Le sue parole sono state:

“se siamo in piazza è perché la nostra pazienza è quasi al limite”.

Cosa voglia Boccia ce lo spiega Ansa Economia. Le sue richieste sono:

“Per presidente Confindustria bisogna evitare eccessi di domanda”

Evitare cosa? Eccessi di domanda? Ma se i negozi sono vuoti e le fabbriche operano a regimi minimi (Pil terzo trimestre -0,1%)!

Mancano soldi, mancano compratori e Confindustria intima al governo di non procurargli consumatori.

Tutto ciò sarebbe pazzesco, se solo Boccia rispondesse al 97%-98% degli iscritti.

Ma lui risponde solo alle aziende Global, quindi chiede al governo quanto queste desiderano. Clienti Italiani? No! La DEFLAZIONE!

Il vero nemico dell’Euro è l’inflazione, quella italiana e quella francese.

Se l’inflazione italiana e francese rimanessero intorno all’1.5%, perché l’Euro non crolli sarebbe necessario avere in Germania un’inflazione del 3.5-4%.

Se ciò accadesse, in 10 anni i cambi reali sarebbero quasi completamente riallineati ai cambi nominali e l’euro non dovrebbe più scomparire. Salvando l’attuale architettura delle istituzioni europee, le aziende Global potrebbero continuare l’approvvigionamento illimitato di fondi in BCE per i loro di remunerazione sproporziona di azionisti e Management.

Esiste però uno scoglio. Se quanto sopra si verificasse in presenza di una politica di tassi nulli, i risparmiatori tedeschi nello stesso periodo (i famosi 10 anni) subirebbero una perdita pari al 30-40% dei propri capitali. 10 anni di inflazione al 4% e interessi 0% hanno questo piccolissimo inconveniente. Questo ovviamente la Germania non lo permetterà mai.

Ne consegue la necessità di una forte deflazione in Italia e in Francia con contemporaneo innalzamento dei tassi d’interesse sui mercati finanziari.

In pratica per tenere in vita l’Euro ci sarebbe bisogno di avere:

  • Tassi d’interesse tedeschi almeno al 2-3%;
  • Inflazione tedesca all’1,5-2%%
  • Inflazione in Italia e Francia 0% o meglio se negativa.

Per avere inflazione nulla o negativa sarebbe necessario portare i deficit di bilancio italiano e francese rapidamente verso lo zero. Altro che 2.4!

Insomma, per salvare l’Euro servirebbe che Italia e Francia massacrassero i propri cittadini.

Poco male, in fondo siamo solo degli “analfabeti funzionali” (Calenda dixit)!

Poi non ci si meravigli se esplodono fallimenti e mutui bancari non performanti.

Le élite si sono nutrite di arrivisti ed opportunisti pronti a tutto in nome del denaro e del potere, spietati al punto di tradire i propri ideali e distruggere la cultura e il Logos dei popoli. Il “progressismo” delle sinistre, volto all’annientamento delle odiate masse, si basa sull’enorme volontà di potenza di individui imbevuti del Nietszcheiano “Ubermensch”. Peccato per loro che la metafisica li condanni ad una sconfitta certa, diviene reale solo ciò che è razionale, ma razionale per Logos, non per i progressisti, in fondo Euripide ce lo ha detto: all’inatteso un dio apre la via!

fonte

https://www.qelsi.it/author/maurizio-gustinicchi/

Cellule Staminali, Ciclo di Krebs, Bardo Thodol & Vuoto del Cuore

-Le cellule staminali

Le Cellule Staminali sono cellule “madri”, di cui non è ancora definita la funzione all’interno dell’organismo. Queste rimangono immature, finché non interviene uno stimolo che le induce a differenziarsi in cellule specializzate per adempiere ad una specifica funzione (diventare organi o tessuti).

Le cellule staminali sono cellule che hanno il potenziale di svilupparsi in molti dei tipi cellulari del corpo sia durante i primi mesi di vita dell’individuo sia durante la crescita. In aggiunta, durante tutta la vita dell’essere umano o animale, all’interno di molti tessuti fungono da sistema riparatore interno, con la capacità di replicarsi illimitatamente per rimpiazzare altre cellule danneggiate o morte. Quando una cellula staminale si divide,  : oun gnam vuolciascuna nuova cellula originata da essa ha il potenziale sia di rimanere una cellula staminale progenitrice, sia di specializzarsi in qualsiasi altro tipo di cellula con una funzione specifica, come ad esempio una cellula muscolare, del sangue o del sistema nervoso.

Le cellule staminali sono cellule non ancora programmate per un determinato compito; il nostro organismo le utilizza come un esercito pronto a sostituire le cellule danneggiate in caso di malattia; hanno quindi, come tutte le cellule, il patrimonio genetico completo di tutto l’essere umano ma non sono ancora “specializzate”. Dal momento che per loro stessa natura le cellule staminali hanno il compito di rimpiazzare le cellule vecchie o danneggiate, la ricerca medica ritiene di poterle utilizzare per curare una grande varieta’ di malattie.  L’idea e’ che fornendo ad un paziente delle cellule staminali sane si possa sfruttarne la loro capacita’ innata di riparare i tessuti e curare le patologie.

Il corpo umano formato interamente da cellule ( tessuto osseo-tessuto cartilagineo-tessuto adiposo-sangue)

  • articolo in fase di scrittura