Buon anno Popolo di Siria

Un riassunto schematico degli otto anni che hanno sconvolto il Medio Oriente e cambiato il mondo. La questione centrale del conflitto è l’arco sciita Iran-Iraq-Siria-Hezbollah: Questo arco è, per vari motivi, rabbia di clienti ed alleati dell’impero anglo-americano in Medio Oriente. Per le monarchie petrolifere del Golfo, Arabia Saudita e Qatar in testa, impediva di far passare i loro oleodotti in Turchia ed Europa. Questo si aggravava per Riyadh per l’ossessione religiosa nei confronti della “eresia” sciita. Per Israele, l’arco, che si definisce Asse della Resistenza e sostiene la causa palestinese (i sunniti l’hanno da tempo abbandonato), è il nemico da sconfiggere. È sinonimo di continuum strategico in supporto di Hezbollah in Libano. La Turchia ha una posizione geografica eccezionale e pretende di diventare l’interfaccia energetica attraverso cui far passare gli oleodotti delle petromonarchie. Inoltre, Erdogan lanciò un’ambiziosa politica neo-ottomana verso sud. Per gli statunitensi, oltre a compiacere i loro protetti (ruolo di qualsiasi impero) e ostacolare l’Iran, loro nemico dal 1979, avrebbe energicamente azzoppato la Russia e sostituendola sul mercato europeo col petrolio del Golfo. Quindi, tutto contribuiva a che “qualcosa accadesse”. Già nel 2007, in un articolo preveggente intitolato The Redirection, Seymour Hersh osservò che la “guerra al terrore” aveva lasciato il posto alla guerra agli sciiti, nemici mortali dei terroristi sunniti che mettevano a ferro e fuoco l’occidente e il mondo. Non sorprende che gli statunitensi approfittassero degli sconvolgimenti dell’11 settembre per sistemare le loro piccole rese dei conti geopolitiche attaccando Saddam, avversario di al-Qaida…
Qualcosa si preparava, ma dove? Attaccare l’Iran è impossibile dopo i fiaschi iracheno e afghano. Attaccare ancora l’Iraq “liberato” da pochi anni era insostenibile presso il pubblico. Su Hezbollah libanese, era troppo eccentrico e Israele vi si è rotto i denti nel 2006. L’anello più debole era la Siria. Qui puntarono gli sforzi. Alla fine degli anni 2000, il piano era pronto, come spiegò Roland Dumas. L’ondata della “primavera araba” del 2011 era il pretesto ideale. Che alcuni siriani si ribellassero davvero, senza secondi fini, contro Assad non può essere negato. Che altri gruppi fossero già preparati e finanziati, con una manovra sviluppata da capitali straniere per abbattere Assad, è ovvio.

Piano A (2011-2014): rovesciamento di Assad
Il piano era semplice: abbattere Assad e sostituirlo con un regime sunnita favorevole agli interessi dell’impero statunitense e dei suoi clienti. L’arco sciita sarebbe stato isolato, Hezbollah isolato in Libano e gli oleodotti petromonarchici avrebbero attraverso la Giordania alleata e la Siria appena conquistata verso Turchia ed Europa. La “ribellione” era a buon punto e il governo perse l’est del Paese nel giugno 2013. Non importa che Jabhat al-Nusra (il ramo siriano di al-Qaeda) fosse la punta di diamante della rivolta, i ribelli vennero etichettati come “moderati” dalla nostra buona stampa. Per i padrini della “rivoluzione”, la caduta di Assad era solo questione di tempo… Tuttavia, alcuni granelli di sabbia fermarono la macchina. Nella Siria utile, per l’Occidente, i lealisti resistevano, sostenuti in blocco dalle minoranze religiose (alawiti, cristiani) e dalla borghesia sunnita, spaventate dal jihadismo dei “ribelli”. Hezbollah, da parte sua, andò con Assad ed inviò i suoi battaglioni. È in questo contesto che il primo attacco chimico sotto falsa bandiera, Ghuta, divenne il pretesto per un massiccio bombardamento dei lealisti da parte degli statunitensi, per aprire la strada ai ribelli moderatamente moderati. Ma Putin era lì, disinnescando la crisi, ricordiamocelo.

Piano B (2014-2015): SIIL e corridoio sunnita
La probabilità di vedere il rovesciamento di Assad e di prendere la Siria non decollano, un’altra idea venne alla luce, un piano minimo: creare un Sunnistan su entrambi i lati della linea Sykes-Picot, confine artificiale che separa Iraq da Siria. Questo è ciò a cui lo SIIL serviva. Le e-mail hackerate da Clinton lo dimostrano, i generali degli USA (Wesley Clark , Michael Flynn) lo confermarono: gli alleati degli Stati Uniti finanziarono lo SIIL mentre Washington guardava opportunamente altrove. Si tratta degli eterni sospetti sauditi e qatarioti, naturalmente. Per la Turchia, i suoi legami con lo Stato islamico sono noti a tutti. A Kobane, mentre i curdi resistevano ai furiosi assalti dello SIIL, l’artiglieria turca li bombardava alle spalle. Più localmente (Golan), sebbene non abbia alcun significato strategico, Israele sviluppò buoni rapporti con lo SIIL; i suoi ufficiali e la sua stampa non lo nascondono. Alla fine del 2014, il Sunnistan era una realtà. Tuttavia, niente andò bene. Il 29 giugno 2014, lo Stato islamico proclamò il califfato nei territori che controllava. Per l’Arabia Saudita, guardiana dei luoghi sacri dell’Islam, era un casus belli non ideologico (le decapitazioni saudite non hanno nulla da invidiare a quelle dello SIIL), ma religioso. Come? Le nostre creature ci sfuggono, ancora…
I crimini inscenati dallo SIIL scatenarono la riprovazione internazionale e la ritirata di alcuni Paesi. Il re di Giordania, inorridito nel vedere uno dei suoi piloti bruciato vivo in una gabbia, sentì il vento cambiare avvicinandosi a Mosca, e così a Damasco. Gli Stati Uniti, che a lungo chiusero gli occhi, si svegliarono improvvisamente di fronte alle telecamere e si rivoltarono contro il mostro che lasciarono prosperare paternamente. Soprattutto dal settembre 2015 , i russi furono invitati al gioco e non fecero sconti…

Piano C (2015-2018): la carta curda
È in un certo senso un piano B bis, ancora più piccolo e con molte complicazioni. Poiché lo SIIL era decisamente insostenibile, l’ultimo gioco divenne- Chi prenderà il posto del Califfato? Crea, con la mano sinistra, un mostro che fa il lavoro sporco per finire di combatterlo con la mano destra, per prenderne il posto: trucco antico quanto il mondo. Questo è ciò che i pompieri statunitensi fecero usando i curdi come estintore. Primo problema: questi curdi vivono nell’estremo nord della Siria e sono i fratelli d’armi e retrovia del PKK, afflizione della Turchia, membro della NATO. Washington era molto turbata: solo i curdi poterono conquistare il territorio dello SIIL tagliando l’arco sciita, ma usarli e armarli fece infuriare Ankara. Il trucco di aggiungere alcuni combattenti arabi e rinominarli “Forze Democratiche Siriane” (SDF) non ingannò nessuno, soprattutto, non Erdogan. Da quel momento il Sultano si rivoltò contro lo SIIL ed invase parte del nord siriano (al-Bab) per anticipare i curdi e impedirgli di raggiungere Ifrin. Passò quindi il tempo a riciclare le barbe d’Idlib per lanciarle contro il Rojava dei curdi, minacciandoli regolarmente e ringhiando contro il loro protettore nordamericano. Ciò non impediva alle SDF dirette dalle forze speciali statunitensi di avanzare verso sud, lontano dall’area d’insediamento. Iniziò quindi una folle corsa tra i curdo-statunitensi da una parte, e i siriano-iraniano-russi dall’altra sulle macerie del califfato e verso il confine siriano-iracheno. Per i primi, si trattava di tagliare l’arco sciita, per i secondi di ricostruirlo.
Gli “sciiti” segnarono un punto prezioso nel giugno 2017 quando accerchiarono la base statunitense di al-Tanaf nel sud, raggiungendo il confine. Continuarono verso il nodo strategico di al-Buqamal, mirando anche, dall’altra parte dell’Eufrate, alle SDF che scendevano a tutta velocità. In Iraq, le milizie sciite filo-iraniane fecero lo stesso mentre il califfato veniva accerchiato da tutti i lati. La battaglia finale non si svolse, nonostante tensioni e schermaglie, russi e statunitensi trovarono un modus operandi, condividendo le rive dell’Eufrate. A parte poche sacche isolate, lo SIIL è finito anche dall’altra parte del confine, in Iraq. L’arco sciita fu parzialmente ripristinato, ma racchiuso tra la zona controllata dalle SDF e la sacca “ribelle” statunitense di al-Tanaf. È in questo contesto che entrò in gioco la bomba di Trump del dicembre 2018 sul ritiro degli Stati Uniti dalla Siria hqui. Ecco, cari lettori, il conflitto siriano sintetizzato schematicamente in pochi minuti. Ora avete tutti gli elementi per brillare al cenone o, più semplicemente, spiegare al vostro entourage ciò che permise questa guerra. Potete anche semplicemente linkare questo articolo. Per quanto ci riguarda, continuiamo sugli ultimi colpi di scena.

Ultime notizie
Le previsioni del nostro ultimo post erano accurate. L’Esercito arabo siriano entrava massicciamente nella regione di Manbij, in coordinamento con le SDF contro i ribelli e il loro padrino turco. I curdi non sanno cosa fare per accontentare i lealisti, un portavoce affermava persino che SDF ed Esercito arabo siriano sono nella stessa famiglia. Il cambio di casacca curdo pronto a sorridere, ma l’avevamo sempre sottolineato che, per tutti questi anni, le due parti hanno evitato di rompere i ponti. Per il sistema imperiale, col senatore Lindsay Graham in testa, l’appello dei curdi ad Assad è “un grave disastro”, proprio questo. E il falco neo-con continuava: “È un incubo per la Turchia e forse per Israele, i grandi vincitori sono Iran, Assad e SIIL. Essendo finito lo SIIL, l’ultima parte è solo propaganda. Per il resto, non ha torto e capiamo che è inorridito dalla ricostruzione dell’arco sciita. I turchi fecero davvero del male, affermando anche senza ridere che i curdi non avevano “alcun diritto di chiedere aiuto al governo siriano” (!) Il Sultano non sa più come eruttare contro “l’operazione psicologica” di Damasco a Manbij ma assicura che se le YPG si ritirano, infine tutto andrà bene. I russi avevano ancora manovrato alla perfezione, facendo attenzione a non tralasciare nessuno e dare a tutti lo zuccherino. Presumibilmente sono dietro l’accordo su Manbij assicurandosi che la presenza militare turca in Siria sia “temporanea”. Il messaggio è anche deliziosamente ambiguo, giustificando le azioni di Ankara mentre gli mostrano gentilmente la via d’uscita: “Le attività della Turchia nel nord della Siria sono temporanee e legato a preoccupazioni per la sicurezza nazionale. Sappiamo che Ankara appoggia pienamente l’integrità territoriale e la sovranità della Siria, e nulla permette di mettere in discussione la credibilità di questa posizione”. Secondo alcune indiscrezioni, i russi sarebbero andati oltre e avrebbero avvertito Ankara di rimanere fuori dalla faccenda e lasciare che Assad liberi l’intero territorio. Il messaggio comunque passava e i turchi erano felici di continuare a cooperare con Russia ed Iran nel formato di Astana per risolvere il conflitto. La grande delegazione turca che si recava a Mosca sembra avesse qualcosa. I due Paesi decisero un coordinamento tra le truppe per “eliminare la minaccia terroristica in Siria”. Decifrando, potrebbe significare che Ankara si prenderà finalmente cura dell’Idlibistan mentre Mosca cercherà di convincere le YPG curde a disarmare. Si muovono gradualmente verso ciò che ci aspettavamo: Si può immaginare alla fine un Kurdistan siriano autonomo ma presidiato dall’Esercito arabo siriano in cui sarebbero integrate le YPG. Sotto il controllo di Damasco, dunque, ma anche di Mosca. Accettabile per i turchi, i curdi, Assad ed il Kremlino.
Mentre il sistema imperiale rimane insoddisfatto, la guerra finisce. Tornando alla qafiah alla velocità del lampo, i Paesi arabi annunciavano uno dopo l’altro la riapertura delle loro ambasciate a Damasco. I topi salivano sulla nave… I più ipocriti sono probabilmente gli Emirati Arabi Uniti, la cui TV Sky News non aveva abbastanza elogi per la rinascita di Aleppo, dopo aver passato anni a trollare sull’ormai leggendario “ultimo ospedale” della città. Per i sauditi, si preparano lentamente ma certamente a seguire. La maledizione di Touthankassad faceva ancora una vittima: Jubayr, il ministro degli esteri di Riyadh che ci assicurava per anni che Assad se ne sarebbe andato, ha appena varcato la porta. Sono questi atterraggi all’aeroporto di Damasco che potrebbero aver permesso agli israeliani di perpetrare la loro sacrilega incursione natalizia qui. Sapevamo già che gli aviogetti si erano nascosti dietro aerei civili. Possono anche aver beneficiato del fatto che Damasco avesse disabilitato il blocco del GPS della difesa antiaerea per permettere agli aerei degli emissari di atterrare. Se volevano, con questa mano da poker suicida, eliminare l’Arsenio Lupin del Medio Oriente, Qasim Sulaymani, sbagliavano. L’uomo assisteva tranquillamente un servizio funebre a Teheran…
Resta l’Iraq, dove la visita a sorpresa del Donald sotto naso e barba di Baghdad, creava irritazione. Ci chiedevamo giorni fa: “Resta da vedere se i leader iracheni, che non sono nemmeno stati invitati alla festicciola, se saranno d’accordo e avranno abbastanza margine per rifiutare ciò che sembra un diktat di Washington”. La risposta non tardava. La condanna era unanime e ora i principali partiti politici iracheni volevano votare in parlamento l’espulsione delle truppe statunitensi dal Paese. Come diceva un deputato, “l’Iraq non dovrebbe essere la piattaforma degli statunitensi per regolare i conti con russi e iraniani”. Anche qui, Grande Gioco e Arco Sciita sono coinvolti nel conflitto, anche se non lo si legge sulla stampa…
Terminiamo con un’ipotesi, osando. Dopo l’annuncio del ritiro da Siria e Afghanistan, Trump, becchino dell’impero, vuole anche sganciarsi dall’Iraq. Incapace di assumersi la responsabilità pubblica perché porterebbe all’aperta ribellione dello Stato Profondo, già scottato dal ritiro dalla Siria, organizzava tale viaggio provocatorio. Questo ovviamente causava la rabbia dei leader iracheni, il cui parlamento votava l’espulsione delle truppe nordamericane. E il Donald, giocando sulla sua apparente stupidità, per giustificarsi: vedete, volevo restare ma sono loro che ci hanno cacciato. Ancora una volta, questa è solo un’ipotesi, comunque non dimostrabile. Avrebbe comunque il merito di spiegare l’improbabilità del viaggio, segreto senza ragione e contrario alle regole diplomatiche. Il futuro ce lo dirà…

Traduzione di Alessandro Lattanzio

fonte http://aurorasito.altervista.org/?p=4480

La guerra dei gasdotti, una delle cause principali del conflitto siriano.

di Daniele Ruffino –

Le motivazioni dello scoppio e dell’aggravarsi della guerra siriana non sono dovute a un reale bisogno da parte dell’Occidente – elettosi come alfiere della democrazia e dei diritti – di portare civiltà in tutto il bellicoso, incivile e barbarico (a detta sua) Medio Oriente né tanto meno di salvare i civili e i profughi alla deriva. I fini sono ben altri, rilegati a questioni geostrategiche molto vecchie che tanto per cambiare ruotano sempre e solo attorno ad un elemento cardine: l’energia. Le accuse dell’America e della NATO circa l’utilizzo da parte del governo di Damasco di armi chimiche a Sud di Idlib ricordano molto quelle utilizzate dal Generale Colin Powell per giustificare la guerra a Saddam e la relativa invasione dell’Iraq (motivazioni smentite dallo stesso Powell alcuni anni dopo).

La Siria si trova in una posizione strategica poiché oltre l’accesso al Mar Mediterraneo e quindi un contatto diretto e rapido con il mercato europeo, è un territorio ricco di petrolio e gas naturale tanto da essere stato, prima della guerra, uno dei maggior produttori del Sudovest asiatico. Per la Repubblica Araba di Siria passano diversi oleodotti e gasdotti che collegano tutto il Medio Oriente (nord Africa compreso) e permettono l’accesso al mercato energetico europeo (dominato in gran parte dai russi) quali:

1) Arab Gas Pipeline: il quale parte dalla Siria e arriva fino in Egitto (Homs-Tripoli-Damasco-Amman-Aqaba-Taba-Arish) con un prolungamento verso Israele (Ashkelon). Nel 2006 è partito il progetto per un prolungamento verso la Turchia (Homs-Kilis).

2) Friendship Pipeline: un massiccio insieme di gasdotti e oleodotti che parte dall’Iran (Iran Gas Trunkline) e arriva fino in Siria passando per l’Iraq; la maggior parte dei gasdotti sono concentrati tra Iran e Iraq mentre gli oleodotti nel nord e nordest verso Turchia e Turkmenistan.

South-Pars

South-Pars

La grande quantità di reti energetiche di cui dispone la Siria è resa possibile grazie al sodalizio commerciale con l’Iran il quale a sua volta irrora le sue reti grazie all’enorme giacimento di gas naturale che possiede assieme al Qatar nel Golfo persico, il South Pars / North Dome Gas-Condensate field, vicino allo Stretto di Hormuz. Questo enorme giacimento ha una capacità di 51 trilioni di metri cubici di gas naturale e 7 trilioni di gas naturale condensato e copre un’area di quasi 10.000 chilometri quadrati. E’ di proprietà sia dell’Iran per quanto riguarda il South Pars (3700 km2) che del Qatar per quanto riguarda il North Dome (6000 km2).

L’Iran è uno dei maggiori finanziatori dei paesi sciiti sia a livello economico sia a livello energetico rifornendo gran parte del Sudovest asiatico e dell’Asia centrale attraverso le risorse che riesce estrarre dai propri giacimenti costieri (come il Kish Gas Field e l’Aghajari Oil Field) e soprattutto dall’abnorme cisterna di gas naturale marino; il South Pars è molto più piccolo di quello in dotazione al Qatar ma non essendoci una vera e propria divisione tra i due giacimenti tutto sta nel riuscire a pompare più velocemente carburante rispetto al proprio vicino. Il gasdotto iraniano è suddiviso in 27 “fasi” (12 di gas e 15 petrolchimiche) che variano in ampiezza e capienza, allo sviluppo di questo progetto concorrono più di 400 compagnie iraniane assieme a diversi colossi europei e non (la fase 2 e 3 è stata sviluppata infatti dalla Total e dalla Gazprom; la 4 e la 5 da un consorzio dell’Eni, probabilmente Saipem; la 6, 7 e 8 dalla norvegese Statoil e l’11 sempre dalla Total con un investimento di oltre 6 miliardi per il 50% dell’appezzamento). La zona nella quale questo mastodontico apparato di raffinerie e stoccaggio opera si chiama PSEEZ (Pars Special Economic Energy Zone) ed è situata nei pressi del villaggio iraniano di ‘Asaluyeh.

A meridione invece è situata la controparte qatarina che vede coinvolto il North Dome nel Dolphin Gas Project, uno dei primi progetti energetici del Gulf Cooperation Council (composto dalle monarchie petrolifere di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar, Kuwait e Bahrain), che ha come finalità quella di portare gas naturale dal Qatar all’Oman (Ras Laffan-Taweelah-Fujairah) e di ricongiungersi alla rete che collega già tutta la penisola arabica.

Arab gas pipeline

Arab gas pipeline

Quello che differenzia i due schieramenti è che il primo, quello che potremmo definire iraniano-sciita, ha già diverse partnership con paesi come la Russia e praticamente con tutto il Medio Oriente, riuscendo quindi a far concorrenza ai gasdotti caspici e a spartirsi gran parte del mercato asiatico ed europeo (seppur in dimensione ridotta); il secondo, quello che potremmo definire invece saudita-sunnita, ha invece un mercato meno ricco dovendo quindi svendere il proprio carburante ai paesi limitrofi (che se ne fanno ben poco a loro volta) accontentandosi di uno scarno mercato con USA e Cina che poco ripaga gli enormi finanziamenti che il GCC sta sostenendo.

La chiave di volta a questo problema, per quanto riguarda i sauditi, è appunto la Siria poiché confinando sia con la Turchia che con il Mediterraneo permetterebbe un collegamento diretto con il mercato europeo che è in mano alla controparte russa-iraniana. Il problema però sta nel fatto che la Siria, la quale è guidata dalla minoranza etnica alawita (di ispirazione sciita), ha come partners Iran e Russia: i primi, acerrimi nemici dei sauditi (sunniti wahabiti) e i secondi, secolari nemici del principale cliente del mercato arabico, gli US. I continui attacchi al blocco avverso (invasione dell’Iraq, sanzioni alla Russia, sanzioni all’Iran durante i mandati di Ahmadinejad e il conflitto siriano) sembrano più volti a sgretolare questa intesa piuttosto che a portare civiltà e democrazia (dato che la Comunità internazionale tace quando i raid sauditi radono al suolo lo Yemen).

Midstream Dolphin Pipeline map

Midstream Dolphin Pipeline map

Il conflitto siriano può quindi essere spiegato anche sotto questa ottica dato che da quasi dieci anni le monarchie del Golfo provano a sedurre la Siria onde riuscire ad avere i permessi per estendere le loro linee di rifornimento ma la famiglia Assad ha sempre scelto l’alternativa della sovranità energetica e del partenariato con Russia ed Iran; quindi cosa c’è di meglio di una guerra per ristabilire tutte le sfere di influenza poiché anche la Turchia spera di riuscire a strappare territori siriani quando la guerra sarà finalmente finita.

fonte https://www.lintellettualedissidente.it/esteri-3/la-guerra-dei-gasdotti/

L’Italia e il suo Oro

copertina Economist dicembre 2016

Maurizio Giustinicchi

La consueta relazione settimanale degli eventi che conducono all’inevitabile Italexit si è arricchita in questi giorni di fatti imprevisti tali da stravolgere, almeno parzialmente, il quadro che ci eravamo dipinti nelle nostre piccole e fragili menti.
Continuando a tenere sempre ben fissato in mente che solo “Ciò che è razionale è reale…” si può esser ragionevolmente certi che reggere giganteschi inganni troppo a lungo non è più possibile. Il grande cervello dell’umanità (interconnessa in internet) permette una tale rapidità di circolazione delle informazioni da mettere all’angolo sia gli imposturatori, sia quei collusi pennivendoli oramai privati del loro ruolo di influencer.
Capita quindi che una frase pronunciata in TV, captata da uno dei milioni di esseri umani non facente parte dell’élite, in un istante faccia il giro del paese anche quando i giornalisti (ridotti a semplici scendiletto dei potenti, dietro cospicui compensi) non la riporteranno mai ai propri lettori.
Questo è quanto accaduto Venerdi 21 quando Salvatore Rossi, Direttore Generale di Banca d’Italia, afferma a CoffeeBreak:
“Di chi sia l’oro di Bankitalia ce lo dirà la BCE alla quale abbiamo ceduto la sovranità”
Questo messaggio, rimasto senza smentita da Palazzo Koch, rilanciato sui social media, raggiunge istantaneamente ogni cittadino dello stivale sebbene nessun TG o Giornale lo porti all’attenzione del pubblico. Un insieme di fatti di una tale gravità che servirebbero milioni di Fisici per calcolarne/misurarne il peso.
E’ guerra!
Il Piano delle Banche Corporate, coordinate dalla casa madre, è studiare silenziosamente come bloccare la potenziale Italexit. Oltre ad aver iniziato a separare le loro sedi estere da quelle italiane, esse hanno incaricato Banca d’Italia di “avvelenare i pozzi”, verificare cioè se in base ai trattati firmati dai politici italiani la BCE possa rivendicare come suoi i lingotti presenti nei forzieri di Palazzo Koch.
Capite?
Se avessimo fatto sino in fondo i duri con la UE, non solo non avremmo avuto una Banca Centrale, ci saremmo trovati pure momentaneamente senza l’Oro e le riserve di valuta necessarie a ripartire nel commercio estero.
Come afferma Luciano Barra Caracciolo, quell’oro “figura” nel patrimonio di Bankitalia ma appartiene allo Stato, come un bene dal regime sostanzialmente demaniale, di assoluta indisponibilità. Eppure il solo fatto che Banca d’Italia l’abbia nei suoi forzieri e ponga la questione sul piano legale, rimandando agli studi legali della BCE, significa una sola cosa: Draghi e il suo successore Weidmann si sarebbero sicuramente arrogati il diritto di sequestrare i ricavi fatti dalle aziende italiane in Germania, grazie a qualche tribunale compiacente, onde avere indietro il valore equivalente del “suo” oro, e ciò solo per mettere in difficoltà la ripartenza del paese, indipendentemente dall’esito della causa.
Comprendete come la vera opposizione ai Gialloverdi non sia rappresentata dal PD ma da Deep State, Banche Corporate e Multinazionali?
Il fato benevolo ha voluto che dal 2017 Matteo Salvini abbia cambiato idea sulla strada da seguire per il BASTA EURO. La sconfitta della Le Pen ad aprile 2017 per mano di Macron fece venir meno la possibilità di appoggiarsi alla Francia nel chiedere il ritorno alle monete nazionali. Così, Matteo fu costretto a sterzare dall’uscita unilaterale secca passando ad una condivisa revisione totale dei trattati.
Il 13 giugno 2017 a Di Martedi Salvini afferma:
“Entrare in Europa, rivedere i trattati, se dicono di no allora vi sarà uscita unilaterale”
La sconfitta dei populisti in Francia aveva lasciato il segno.
L’avanzata della Le Pen faceva (e fa) parte del Piano USA antiglobalista, la sconfitta di Marine, esattamente come quella di Wilders in Olanda, era già ampiamente prevista a dicembre 2016, chi pianifica gli eventi ha una grandissima preparazione, ha sempre un piano B, tanto che i Gilet Gialli erano un evento sin da allora previsto e programmato. Sul The Economist di dicembre 2016

si trovano le carte del futuro. In una di queste abbiamo la Merkel in lotta con Wilders e Le Pen:

in un’altra il piano di riserva, i Gilet Gialli:

Chi tira i fili dell’opposizione antiglobalista era consapevole che in Francia e Olanda Le Pen e Wilders avrebbero perso, le manovre liberiste non erano state ancora fatte e molto tempo si sarebbe dovuto ancora attendere.
Oggi, alla luce del blocco degli immigrati effettuato dai Gialloverdi e del tentativo di Macron di Germanizzazione della Francia, i Gilet Gialli sono scesi in piazza gettando le basi per un ribaltamento del risultato elettorale e per un sorpasso di una probabile coalizione rossobruna (Le Pen+Melenchòn).
Pare che il Piano stia funzionando, la giornalista Irene Inchauspé ad Adoxa.info ha affermato che:
“Emmanuel Macron est fini selon les Allemands”.
I capi delle multinazionali francesi, che comandano Macron, hanno acconsentito l’innalzamento del salario minimo per il timore della ghigliottina, tanto le loro aziende hanno la maggior parte dei dipendenti all’estero, e questo ha alterato i tedeschi che ora dicono Macron è “game over”. La Germanizzazione della Francia è già finita.
Il piano di Salvini, quindi, si inserisce in un quadro ogni giorno più chiaro. Su Next, nel pezzo “Tutte le supercazzole raccontate ai no euro leghisti per spiegare la nuova strategia di Salvini” si trova proprio il riferimento ad un ritorno alla CEE precedente al Trattato di Maastricht, ovvero al periodo in cui ogni paese aveva la sua moneta nazionale e sovrana. Questo il progetto (di lunga gittata): portare a casa una Eurexit (Italiana e Francese) sicura, ossia al riparo dai Policy Maker Banche Corporate (perché servirà la Banca Centrale quale prestatrice di ultima istanza), Multinazionali (esportatrici) e Deep State (perché servirà la controfirma del Presidente della Repubblica).
La strada non può passare per l’Italexit dura e pura, ma per uno smantellamento condiviso e controllato. Quale miglior cosa se non farla dal ponte di comando?
La via più sicura è dunque portare via l’Euro dall’Europa!
Perché ciò accada, si dovrà esser nelle stanze decisionali al momento giusto.
La strategia è chiara, Salvini l’ha ribadita a Roma l’8 dicembre:
“datemi il mandato per trattare personalmente”
I Populisti di tutta Europa dovranno federarsi per superare la sinistra PSE ed allearsi con il PPE, non a caso, Marco Zanni, uno di quelli che è dentro le stanze che contano, il 21dicembre 2018 afferma:
“Lega e Salvini lavorano per unificare gli Euroscettici (Efdd, Enf e Ecr) in un unico gruppo nel prossimo parlamento europeo”
E’ di questi giorni poi l’articolo di Affari Italiani in cui si assicura che ci sarebbe già un’intesa tra il PPE, Marine Le Pen e Salvini per mettere all’angolo il PSE (che sicuramente prenderà una sonora sberla) e riformare la UE in questo modo:
1) Blocco dell’Immigrazione;
2) Revisione dei principali trattati tra cui quelli attinenti bilancio e finanze.
In fondo, la posizione di Weber non è molto lontana da quella di Salvini o di Orban circa i muri e il rigore immigrazionista. ONG e “Fichissimi” sono destinati a scomparire.
Gli oligarchi della Commissione Europea e i politici tedeschi Merkelliani sono riusciti nel difficile compito di unire i popoli d’Europa, si ma contro loro stessi!
Quindi, o riusciremo a riformare i trattati, affinché vi sia un vero rinascimento europeo (ossia delle nazioni prese singolarmente), o ce ne andremo.
Non possono non essere questi il percorso ed il fine di tale pensiero riformista, poiché la realizzazione degli USE è impossibile da ottenere. Perché questa si avveri sarebbero necessarie:
1) Una Politica di bassi tassi della BCE (ma costringerebbe i tedeschi a sopportare rendimenti nulli per banche e fondi pensione);
2) Trasferimenti nord-sud (farebbero percepire quali mantenuti e scrocconi i popoli del sud Europa)
3) Politiche di espansione della domanda in Germania (significherebbe COMPRARE in Italia e Francia anziché vender loro le belle ed economiche autovetture tedesche).

In pratica un libro dei sogni!

Secondo il Wall Street Journal (da “Macron is German Taxpayer Last Hope”) Macron era l’ultima speranza, per coloro che in Germania pagano le tasse, per tenere unita l’Eurozona. Morto (politicamente) Macron, i tedeschi dovrebbero ora mettere mano al portafoglio, fare deficit e diventare la locomotiva d’Europa in sostituzione degli USA per mantenere in piedi la traballante struttura. Ma la Germania ha già da tempo legittimamente deciso di non voler diventare un Impero, non è nel suo DNA!
In un continente in cui molte economie sono legate da una moneta unica, con la libera circolazione di merci e denaro, il sistema di pagamento Target 2, messo in piedi per riequilibrare i flussi commerciali e finanziari evitando ammanchi di cassa nelle banche centrali, registra un valore di quasi 1.000 miliardi. Pensate, i tedeschi son convinti che quell’immenso bottino lo hanno regalato ai Partner dell’Euro. Invece, questo valore è una somma inattiva, non ha una scadenza e soprattutto non ha niente a che fare con i rapporti di credito nell’economia reale. Quando il tedesco la mattina si sveglia, inizia a piangere poiché qualcuno gli ha detto che i saldi Target 2 non sono crediti da riavere indietro, figuratevi se accetta di fare da locomotina per la domanda aggregata dei paesi del sud Europa o trasferire loro 2-300 miliardi di liberalità ogni anno.
Penserete di sicuro che io stia esagerando! Ebbene, è del 23 dicembre 2018 un simpatico siparietto tra il nostro Prof. Andrea Terzi e Clemens Fuest nel corso del quale quest’ultimo fa presente al primo che:
“Since the Eurosystem is a currency union of countries with national central banks and very limited risk pooling, there’s a risk that a financial crisis in one country leads to bankruptcy of a national central bank”
La crisi del nostro sistema bancario potrebbe trascinare giù le banche centrali tedesca e francese.
E proprio per i motivi di cui sopra, i tedeschi hanno già studiato la riforma dei trattati da realizzare, la famosa Dexit annunciata la settimana scorsa: il Saldo Target 3!
Il 22 ottobre 2018 Occhi della Guerra pubblica un articolo dal titolo: “Ecco il piano B della Germania: L’Italia adesso esca dall’euro”, piano di Hans Werner Sinn (e Clemens Fuest), in cui si legge:
“un euro solo e forte, circondato dal ritorno di alcune valute nazionali negli Stati del Sud Europa. Nella testa di Werner Sinn vi è infatti uno scenario in cui l’uscita dell’Italia sarebbe solo il preludio dell’abbandono dell’eurozona da parte di Grecia, Spagna e Portogallo”
Breve inciso, noi possiamo inserire nel novero delle nazioni uscenti anche la Francia, viste le recenti dichiarazioni del Commissario Europeo al Bilancio che riporta Affari Italiani:
“Macron scaricato dalla UE, Oettinger chiede procedura d’infrazione per la Francia”
Torniamo però al nostro Piano. Il 21 dicembre 2018 l’inglese Dayly Express riporta il seguente titolo:
“Clemens Fuest (IFO) ha avvertito di un forte squilibrio nel sistema dei pagamenti dell’eurozona, devono essere corretti”
Per quanto sopra riportato, al Piano B Sinn-Fuest dobbiamo aggiungere il dettaglio del Piano di B del Professor Thomas Mayer:
1) La Germania si tiene l’Euro;
2) Chi vuole usa la propria valuta, se un paese desidera utilizzare l’Euro deve mettere sul piatto un collaterale, una valuta riserva o l’oro. Detto sistema si chiama Target 3.
Nasce pertanto il Piano Eurexit di Sinn-Fuest-Mayer.
Quando verrà applicato? Ecco, in questo caso possiamo ragionevolmente ritenere che i tempi non saranno lunghi poiché, e qui ci ricolleghiamo al precedente assunto del fine a cui tendono le riforme salviniane, una seconda finanziaria (quella del 2020) con le pesanti clausole di salvaguardia messe in questa del 2019 non può esser presentata da nessun governo democraticamente eletto, solo da una dittatura sudamericana stile cileno anni ’70 (Pinochet).
Dall’articolo “https://www.panorama.it/economia/tasse/tutti-gli-impegni-economici-della-manovra-2019” veniamo a sapere che:
1) L’esecutivo ha introdotto nuove entrate per 9,4 miliardi nel 2020 e per 13,2 miliardi nel 2021.
2) L’iva ordinaria, invece, sarà incrementata al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021.
L’unico modo che hanno due giovani politici, dalla carriera ancora lunga, come Di Maio e Salvini per fare la prossima manovra finanziaria è che sia già operativa la riforma dei trattati europei e abbiano le mani sufficientemente libere.
Nessun politico sano di mente potrebbe pensare di fare la manovra 2020 come Bruxelles desidera e girare libero per il paese uscendone vivo.
Non a caso Salvini afferma:
“Non aumenteremo IVA” (Ansa 20 dicembre 2018);
E anche Di Maio corre ai ripari:
“Finché il Movimento 5 Stelle sarà al governo l’Iva non aumenterà mai” (Il Blog delle Stelle 20 dicembre 2018).
Quelle clausole non saranno mai applicate, se non credete a me, abbiate fiducia nell’immenso Oscar Giannino. In un tweet Venerdi 21 dicembre il nostro amato Oscar ha scritto:
“nessuno al mondo può credere a un governo che per difendere il 2% di deficit nel 2019 promette aggravi fiscali di 52 miliardi nel biennio successivo. E’ come la minaccia di un suicidio: prenderla sul serio comporta obbligo di TSO”
Come se non bastasse, a novembre alla BCE dovrebbe arrivare Weidmann il quale alla Reuters ha testé dichiarato:
“the original promise to cut the deficit has been compromised, it makes difficult for the Commission and other governments to press for solid state finances in the future”
Visto quanto fatto con le clausole di salvaguardia in questo 2019 loro, i tedeschi, non crederanno più né a noi, né ad altri Stati. Non accetteranno slittamenti/modifiche nei piani!
Poco male, per fortuna a quel tempo avremo già fatto le riforme dei trattati.
Piuttosto il vero problema a cui non possiamo dare una risposta è:
CI ARRIVEREMO INTEGRI A NOVEMBRE 2019?
Ossia, i nostri eroi avranno tempo per resistere sino ad allora?
Non lo sappiamo! Ma vi è di più (e di peggio). Come in Frankenstein Junior quando Igor pronuncia la famosa frase “potrebbe piovere” ecco che ben prima di Weidmann arriva la recessione nel primo semestre 2019. Essa dovrebbe render difficile la vita dei conti pubblici e, quindi, mettere pressione su spread e BTP.
E DA QUI A MAGGIO?
Chi ci copre le spalle in caso di shock finanziari da stagnazione economica nel primo semestre 2019?
Qui, sperando nella nostra immensa fortuna, dobbiamo fare un salto oltre oceano.
Negli USA nel 2020 ci saranno le elezioni e il Deep State americano farà di tutto (nel 2019) perché l’economia americana collassi e Trump arrivi con le pile scariche all’evento (e perda).
Con un quadro di economia mondiale in fase di rallentamento ed un’inflazione sotto il target 2%, la Fed alza i tassi d’interesse e Powell annuncia altri 2 aumenti nel corso del 2019.
Un grandissimo ed ingiustificabile controsenso. Strano vero?
I rialzi dei tassi possono far crollare i corsi azionari se il sistema economico si trova nella fase terminale della crescita degli utili. E’ chiaro che Powell, oltre a rafforzare un dollaro già forte, vorrebbe far crollare i corsi dei titoli borsistici.
Su Bloomberg del 17 dicembre 2018 sono riportati vari tweet di Trump sull’argomento:
“i hope the people over the Fed will read today’s Wall Street Journal Editorial before they make another mistake. Also don’t let the market becomes more illiquid than it already is”.
In pratica Trump avvisa la Fed che se alza i tassi rende il sistema illiquido oltre quanto già non lo sia. Oppure:
“i think it would be foolish for the Fed to raise interest rates”
Sarebbe da pazzi alzare i tassi d’interesse. Ed ancora:
“it is incredible that with a very strong dollar and virtually no inflation, the outside World blowing up around us, Paris is burning and China way down, the Fed is even considering yet another interest rate hyke”
Ossia con un dollaro davvero forte, un’inflazione praticamente inesistente, il mondo fuori che salta in aria, Parigi in fiamme, la Cina che crolla, la Fed sta pensando ad un altro incremento dei tassi, è incredibile.
Ma Powell lavora per i globalisti, non dimentichiamo che mise persino bocca sulla manovra italiana in un momento molto critico e contrario a Trump (“Da Fed e Fmi timori per spread e debito alto dell’Italia” – dal sito di TG LA 7 – e “Manovra e immigrazione, Trump promuove Conte, d’accordo al 100%” – Il Giornale 25 ottobre 2018), e cerca di fermare il treno economia Usa, quindi ha alzato i tassi.
Un problema per Trump?
Si, ma in meno!
Come in che senso?
Era la mossa che si aspettava Trump e che gli serviva per cambiare squadra in Fed appropriandosene come da volere dell’Esercito:
“Ira di Trump sulla Fed. Ora vuole silurare Powell” (Tv Svizzera 22 dicembre 2018).
Io non lo so se Potus licenzierà Powell o si limiterà a contenerlo mettendogli intorno un Board più fedele (uno o due li dovrà nominare a breve) ma una cosa è certa, adesso ha un motivo per farlo e, a sentire Q, è certo che lo farà.
Il 10 dicembre “Q” aveva comunicato ai suoi follower:
“the plan to have the FED raise rates in an effort to kill the economy prior to 2020 known and planned for. Structure change coming?”
Se Powell non avesse alzato i tassi e pianificato altri 2 aumenti, nel deliberato tentativo di uccidere l’economia e portare alle elezioni un Trump indebolito, Potus forse non avrebbe potuto far partire la pulizia necessaria a riprendersi la Fed.
Se a Gennaio avvenissero sia il cambio di Powell che la sostituzione dei membri Obamiani del Board of Governor attualmente in scadenza con conservatori fedeli al Presidente, Trump:
1) salverebbe le elezioni 2020
2) potrebbe ragionevolmente aiutare il governo italiano, sia nel caso di attacchi speculativi sui BTP, sia per sostenere il primo periodo l’Italexit;
3) terminerebbe quel lavoro di ripulitura del sistema che gli venne chiesto in sede di candidatura.
Tutto i mali del mondo occidentale nascono dalla Fed, inclusi gli attuali problemi degli Italiani, in particolare dal controllo esercitato su di essa dalle grandi banche mondiali e dai grandi fondi speculativi. Come un vaso di Pandora da essa i problemi sono derivati, dalla sua conquista arriverà la nostra salvezza.
#TrustThePlan e
#InGodWeTrust.

Ad maiora.

fonte https://www.qelsi.it/2018/a-vele-spiegate-verso-eurexit-i-piani-dellopposizione-la-via-di-salvini-e-i-cannoni-di-trump/

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L’ORO D’ITALIA

Cogliamo l’occasione del dibattito acceso attorno all’Oro della Banca d’Italia dalla contemporanea presentazione del progetto di legge dell’Onorevole Claudio Borghi e dall’intervista, di cui vi abbiamo già parlato in queste righe, al DG di Banca d’Italia Salvatore Rossi, per tornare sul tema presentandovi un ottimo articolo pubblicato nel 2013 da Orizzonte48 in cui esamina esaurientemente il tema.  Cominciamo col dire che non si bene dove sia materialmente depositato. E che nello stato patrimoniale di Bankitalia la voce “oro e crediti in oro” ammonta a € 99.417.221.610,000. Dopo di che, come e perchè la nuova “privatizzazione“, in forma di public company – il “public” è riferito alla diffusione dell’azionariato privato e non certo a un vincolo posto nell’interesse generale- inevitabilmente coinvolga anche questo oro, risulta una cosa di una gravità ordinamentale senza precedenti nella storia delle democrazie contemporanee. Al riguardo, consiglio di leggere questo articolo di Mario Esposito. Con molta attenzione. Aggiungiamo alcune considerazioni: 1. diversamente dall’articolo, non condividiamo che rispetto ad una moneta “fiduciaria” (c.d. “fiat”, ontologicamente diversa da quella “merce” basata sul “gold standard”), le riserve in oro servano a garantire l’emissione monetaria. Questa è in sè garantita dalla ricchezza della Nazione, che la funzione monetaria dovrebbe, attraverso l’intervento dello Stato, contribuire ad incrementare. Tuttavia, certamente, quell’oro è un potente mezzo di intervento sui corsi valutari, qualora vi fosse necessità di difendere il livello di cambio della moneta. E questo conterebbe moltissimo, ove si ritornasse ad una moneta nazionale e sovrana, in un regime di cambi flessibili: specialmente nella prima fase, gli interventi del titolare della funzione monetaria, pubblica e sovrana (e quindi coessenzialmente democratica), mediante l’utilizzo delle riserve in oro, potrebbero rivelarsi importantissimi; 2. quell’oro figura nel patrimonio di Bankitalia, ma non gli appartiene; esso appartiene allo Stato , inteso come ente esponenziale della sovranità popolare e dunque come bene dal regime sostanzialmente demaniale di assoluta indisponibilità , comunque “funzionalmente” disponibile e cioè “se non nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi” (art.823 cod.civ.) che riguardino tale bene; 3. le “leggi” che coinvolgano tali modi e limiti non potranno che riflettere il vincolo a perseguire la funzione di primario interesse generale propria dell’oro, nei termini sopra indicati, direttamente attinenti ad un aspetto fondamentale della sovranità, che, in questo caso più che mai, è esercizio necessitato di potere nell’interesse del popolo sovrano (art.1 Cost.). L’art.822, comma 2, include nei beni demaniali anche alcune tipologie di beni mobili di interesse pubblico considerato assolutamente preminente, facendo in conclusione riferimento, oltre che a quelli (essenzialmente storico-archeologici) menzionati, agli “altri beni che sono dalla legge assoggettati al regime proprio del demanio pubblico“; 4. se le leggi che regolano “modi e limiti” di disposizione dell’oro deragliassero dal vincolo a perseguire l’interesse della Nazione, e quindi non assoggettasero l’oro “al regime proprio del demanio pubblico”, risulterebbero contrarie alla Costituzione; 5. ed infatti, l’oro di proprietà originariamente acquisita in mano pubblica, a seguito di operazioni derivanti dall’esercizio di pubbliche funzioni necessitate (come le operazioni della banca centrale o quelle del preesistente Ufficio Italiano Cambi- UIC), non può che essere vincolato alla sua “funzione sociale”, unica logicamente e legittimamente proponibile. Dunque Bankitalia, di tale oro, è semplice depositaria e gestore “tecnico”, in nome e per conto del popolo sovrano, asservita agli obiettivi di interesse generale che deve obbligatoriamente perseguire; 6. ciò discende inoppugnabilmente dall’art.42 Cost. in virtù del quale “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto. di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti“; 7. In virtù di tale disposizione, se la funzione sociale necessitata di un bene di proprietà pubblica, come l’oro dello Stato, può soltanto rispondere all’interesse generale essenziale del popolo sovrano – la sua proprietà non può essere, direttamente o indirettamente, trasferita a privati se non per obiettivi strettamente e costantemente legati all’esercizio della funzione pubblica monetaria. Quindi non per ragioni legate a manovre fiscali, per di più derivanti da vincoli internazionali costituzionalmente illegittimi. La funzione sociale di quel bene, in sintesi, può essere solo pubblicistica e di conseguenza il suo regime di proprietà 8. In conclusione, non avendo più la titolarità della funzione monetaria, unico titolo legittimo per adottare atti di disposizione da parte dell’Istituto, ora mero depositario, essendo essa devoluta alla BCE in base ai trattati UE-UEM (artt.127-133 TFUE): a) Bankitalia non può disporre di quell’oro, anche indirettamente, a favore di soggetti privati (peggio ancora se “vigilati” dallo stesso Istituto o dall’autorità monetaria in genere, di cui l’Istituto è comunque componente); b) lo Stato non può autorizzarla a farlo consentendo mutamenti contra constitutionem dello Statuto Bankitalia (o anche consentendo il permanere di un assetto azionario privato che coinvolga la proprietà di tale oro), e tantomeno mediante una legge contraria all’art.42 Cost. APPENDICE FRATTALICA: in vista del 25 luglio, ecco il mezzo riposizionamento tea-party del Sole 24 ore. L’austerità non ci fa crescere, e siamo discriminati nei giudizi €uroburocratici, ma è giusto così. Infatti, siccome c’è molto risparmio e patrimonializzazione da mungere (perchè questo è avere un deficit basso, o il pareggio di bilancio, con un surplus delle partite correnti), non soffriamo il simultaneo forte avanzo primario, intanto che si colma il gap della deflazione salariale (rispetto alla grande Germania) con le indispensabili riforme. E tagli della spesa pubblica. Vedremo quanto a lungo conserveranno il proprio lavoro, gli zeloti che credono che ci sia “un’Europa risanata”, visto che la correzione salariale si fa solo in un modo. Che non depone certo bene per i consumi di giornali.
Attendessero che i limiti al deficit siano fatti rispettare pure alla Francia ed alla Spagna, e poi vediamolo l’ombrello tedesco. Il gesto de… Link all’articolo originale:

 http://orizzonte48.blogspot.com/2013/12/loro-ditalia.html

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L’ORO DELLA BANCA D’ITALIA. IL FURTO DEL MILLENNIO, PROBABILMENTE.

di Roberto Pecchioli

Il tema delle sovranità è la questione centrale dell’epoca in cui viviamo, anche se la percezione che ne hanno i nostri connazionali è confusa e alterata dalle menzogne del sistema politico, economico e mediatico .  Una questione da troppi ignorata, ma dalle dimensioni immense, è quella delle riserve d’oro italiane, che ammontano a 2.452 tonnellate e sono al terzo posto nel mondo.. Alle quotazioni correnti del metallo giallo, il controvalore in euro è di almeno 75/80 miliardi. Le domande fondamentali sono almeno tre: dove sia custodito l’oro, chi ne abbia la proprietà, a che cosa può servire.

Le risposte sono drammaticamente negative per il nostro popolo. Negli ultimi mesi, alcuni deputati  sono riusciti a visitare i santuari-caveaux della Banca d’Italia . I fatti sono i seguenti: solo circa 1.200 tonnellate si trovano a Palazzo Koch, storica sede di Bankitalia ,meno della metà. La proprietà, giuridicamente, è in capo alla stessa Banca, che, repetita iuvant, è un organismo privato, sia pure investito di funzioni pubbliche, partecipante della Banca Centrale Europea, ed i suoi azionisti sono le maggiori banche “italiane”, tranne uno striminzito 5 per cento in mano all’INPS  . Le virgolette poste sull’aggettivo italiane riguarda il fatto che tutte, diciamo tutte, le banche interessate  hanno importanti azionisti esteri, in alcuni casi sono controllate da istituti stranieri, a partire dai due giganti Unicredit e Intesa San Paolo.  Anche la Banca detta d’Italia, che alcuni ancora chiamano banca “nazionale” è quindi eterodiretta, ed i suoi domines sono il gotha della finanza mondiale.

Quanto all’uso o alla funzione della riserva aurea, le cosiddette autorità finanziarie  affermano che  essa “costituisce un presidio fondamentale di garanzia per la fiducia nel sistema Paese” . Due osservazioni: poiché Bankitalia fa parte dell’Eurosistema, la garanzia si estende agli altri Stati che fanno parte dell’Eurozona, il che pare quanto meno improprio; se poi occorre garantire attraverso l’oro il “sistema Paese”, orribile espressione sinonimo di Italia, chi, se non lo Stato, deve detenerla ed eventualmente deciderne un utilizzo, attraverso governo e parlamento ? Eh no, poiché , dicono lorbanchieri, la riserva è nostra, è della sacra istituzione di cui è governatore Ignazio Visco.  Ebbene, questo è il punto: le riserve auree sono indiscutibilmente proprietà del popolo italiano nella sua continuità storica, di cui la banca di emissione ( ormai ex, il potere è di BCE) è solo uno strumento tecnico.

Due righe di storia: la Banca d’Italia nacque nel 1893, per volontà governativa a seguito dello scandalo della Banca Romana . Le furono conferite, insieme con i poteri di emissione, circa 150 tonnellate d’oro, provenienti per la metà dalle casseforti delle banche regnicole dei deposti Borbone. Non dimentichiamo che la quantità di moneta emessa , oggetto principale dello scandalo del 1893, era legata al possesso di riserve in metallo prezioso. Dopo la seconda guerra mondiale, e varie vicissitudini e trasferimenti che determinarono la perdita di 25 tonnellate, la riserva aumentò sino all’attuale consistenza, nell’ambito della proprietà pubblica dell’istituto di Via Nazionale, attraverso le banche di interesse nazionale di cui alle leggi bancarie del fascismo,.

La sua privatizzazione fu conseguenza degli scellerati, criminali accordi del panfilo Britannia, presenti Andreatta, Carlo Azeglio Ciampi ed il giovane allora dirigente di Goldman & Sachs  Mario Draghi , ma le banche azioniste , comprate per poco più di un tozzo di pane, non hanno mai acquisito ufficialmente la proprietà dell’oro. Fortunatamente, per statuto, non possono disporne, come del resto neppure i sedicenti proprietari, ovvero l’istituto privato di diritto pubblico ( un ircocervo !) Banca d’Italia. Non vi è dubbio che l’oro è stato acquisito con il sacrificio di molte generazioni di italiani, e che dunque la proprietà deve essere restituita al nostro popolo.

Giulio Tremonti riuscì a far approvare una legge, la 262 del 2005, che stabilisce la proprietà pubblica di Bankitalia. Legge inapplicata, come tante altre del nostro incredibile Stato, ed il perché è piuttosto evidente, e si può riassumere nell’avviso scritto sui tram di una volta: non disturbare il manovratore.

Disturbiamolo, invece, lanciando una campagna civile morale e patriottica prima che politica perché sia restituito al legittimo proprietario, noi, l’oro che è simbolo del sudore di milioni di italiani. Prima ancora, occorre sapere ufficialmente dove si trovi e perché sia lì la metà abbondante del tesoro, che, ricordiamolo, nelle nostre mani potrebbe cambiare il corso della storia economica nazionale, e forse anche ristabilire la sovranità economica della Patria. Probabilmente, la maggior parte è in America, presso la Federal Reserve, altri lingotti dormono nei forzieri della banca centrale svizzera e della Bank of England. Le spiegazioni ufficiali fanno sorridere,  verrebbero forse credute nelle prime classi elementari: si afferma che la custodia in varie casseforti avrebbe ragioni di sicurezza e di cautela rispetto ad instabilità politiche ed economiche.

La realtà è ben più grave: innanzitutto, esiste ancora quell’oro ? Quali furono, e sono, i motivi della sua esportazione? C’entrano forse clausole indicibili del trattato di pace con le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale ? Chi, ed a quali condizioni ha titolo per chiederne, o pretenderne il rimpatrio ? Esiste un recente caso, in cui la Germania ( leggasi Bundesbank) ha chiesto ed ottenuto dagli Usa la restituzione di  parte della sue riserve. Analoghe richieste di restituzione provengono , per la Francia, da parte di Marine Le Pen. Troppi segreti si celano attorno all’oro, anzi all’ ”oro fisico”, come lo chiamano nel mondo di carta della finanza speculativa. La Cina sta rapidamente aumentando le sue disponibilità, ed ha inaugurato quest’anno un mercato di metalli preziosi denominato in yuan a Pechino, la stessa Russia sta cautamente procedendo ad acquisti.

Qualunque motivazione abbia portato il nostro oro lontano dall’Italia, forse venduto, forse dato in pegno, è comunque da considerare criminale ed i responsabili, in  tempi seri, sarebbero chiamati a rispondere di alto tradimento.  C’è anche chi sospetta che l’oro sia stato prestato più volte, generando illegalmente un interesse che, su somme così ingenti, sarebbe comunque una cifra assai importante, oppure che sia stato oggetto di spericolate manovre per manipolare il prezzo del metallo sul mercato.

Insomma, un altro furto, quello del millennio, a danno di tutti noi. Quel che colpisce profondamente è il disinteresse della classe politica, ma la spiegazione non è tanto difficile: chi tocca i fili muore. Ne sa qualcosa il governo italiano di centro-destra, pessimo ma legittimo, oggetto di un colpo di Stato per motivi finanziari del 2011. Tremonti chiedeva gli Eurobond, sgraditi a Francoforte, Berlusconi ipotizzava forse di uscire dall’euro, si accordava con Putin , il novello Gengis Khan e con Gheddafi, prima statista rispettato, poi nemico pubblico franco- britannico. Agli italiani, però, potrebbe interessare conoscere la storia di 80 miliardi di euro ( ma la somma è destinata a salire) spariti dalle loro mani.

Perché, però, l’oro continua ad essere tanto importante per gli uomini e gli Stati , anche adesso che non esiste più la riserva obbligatoria, abolita da Nixon il 15 agosto 1971, e che gli usi industriali dell’oro non giustificano la corsa al metallo color del sole ?  Da un punto di vista metastorico, ne dette una spiegazione molto suggestiva Mircea Eliade , il grande studioso rumeno delle tradizioni e delle civiltà tradizionali, nel seguente passo : “L’oro non appartiene alla mitologia dell’homo faber ma è una creazione dell’homo religiosus; questo metallo cominciò infatti ad assumere valore per motivi di natura essenzialmente simbolica e religiosa. L’oro è stato il primo metallo utilizzato dall’uomo, pur non potendo essere adoperato né come utensile né come arma. Nella storia delle rivoluzioni tecnologiche – cioè nel passaggio dalla tecnologia litica alla produzione del bronzo, poi all’industria del ferro ed infine a quella dell’acciaio – l’oro non ha svolto alcun ruolo […] E tuttavia, dai tempi preistorici fino alla nostra epoca, gli uomini hanno faticosamente perseguito la ricerca disperata dell’oro. Il valore simbolico primordiale di questo metallo non ha potuto essere abolito malgrado la desacralizzazione progressiva della Natura e dell’esistenza umana. “

Più prosaicamente, il mercato dell’oro resta elemento centrale del mondo economico, ed è dominato, manco a dirlo, dalla finanza, in particolare da quella legata alla galassia Rothschild.  L’oro è il bene rifugio per eccellenza, ed i nostri anni tempestosi di conflitti e uragani economici lo rendono ancora più appetito. Dal punto di vista mineralogico, nell’ultimo quarto di secolo le quantità estratte sono state ampiamente superiori ai nuovi filoni scoperti: anche l’oro, dunque, viene sfruttato in misura maggiore di quanto ne rimanga disponibile.

Il vero choc, però, è quello relativo al suo mercato. Centro del business è Londra, ed il suo London Bullion Market, di cui sono soci Barclay, Deutsche Bank, Société Generale, HSBC e Scotia Mocatta, fondato da un Rothschild nel 1919. Cinque persone, rappresentanti delle entità citate, ne fissano due volte al giorno il prezzo in dollari ad oncia troy (31,1035 grammi).  La gran parte delle transazioni avviene  over the counter, cioè fuori dai canali ufficiali e in qualche misura controllabili, per cui la manipolazione dei prezzi e l’illegalità è sospetto costante. Ogni cinque giorni  la finanza muove sulla piazza londinese certificati legati all’oro , futures, derivati e tutte le altre pirotecniche invenzioni dei signori del denaro, per oltre 15 milioni di once, che è la produzione annua di quell’entità esoterica che è l’”oro fisico”. Circolano per il vasto mondo , dunque, pezzi di carta legati all’oro in quantità infinitamente superiore al fino realmente esistente .

Anche qui, scommesse sul nulla gestite da biscazzieri in grisaglia, aggiotaggio, insider trading e tutto il resto. I croupier fanno girare la pallina a Londra due volte al giorno per conto dei soliti noti, ma il tavolo verde non c’è ed i giocatori da spennare sono al buio. Inevitabilmente, in condizioni di instabilità politica , crisi economica e deflazione monetaria,  il prezzo dell’oro aumenta. Come negli altri settori, si scambiano promesse, previsioni, possibilità. Di oro vero, fisico, poco o nulla. Poi qualcuno scuote la tovaglia e il banco, più ancora che al casinò, vince sempre.

Probabilmente, sino al punto di rapinare senza un fruscio l’oro dei popoli depositato nelle banche che un tempo si chiamavano centrali e nazionali, compresa quella che ha il nome dell’Italia.

Dobbiamo ribellarci, ed almeno sapere e capire, oppure la schiavitù è il nostro normale destino, di cui siamo artefici e colpevoli, come si dicono Bruto e Cassio nel Giulio Cesare di Shakespeare, o come già intuiva la pratica saggezza romana populus vult decipi, il popolo vuol essere ingannato, per cui , proseguono i nostri progenitori, lo si inganna.  I Rothschild conoscono bene la lezione, i loro colleghi altrettanto.

Noi paghiamo il conto .

fonte https://www.maurizioblondet.it/della-banca-ditalia-furto-del-millennio-probabilmente/


L’Oro d’Italia


1 gennaio 2019

E’ iniziata UFFICIALMENTE la lotta di resistenza per impedire all’‘ UE di sottrarci l‘ ORO DELL’ ITALIA (in realtà ci stanno provando già da tempo)

Il tema dell’oro della Banca d’Italia è tornato di attualità dopo che il presidente della Commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi, ha depositato qualche mese fa un progetto di legge che punta a chiarire con una norma, che l’oro conservato da Banca d’Italia appartiene allo Stato italiano.

PROGETTO DI LEGGE

Articolo 1 XVIII LEGISLATURA CAMERA DEI DEPUTATI N. 1064

PROPOSTA DI LEGGE d’iniziativa dei deputati
CLAUDIO BORGHI, MOLINARI, BAZZARO, BELLACHIOMA, BELOTTI, BIANCHI, BINELLI, BISA, BOLDI, BONIARDI, BORDONALI, BUBISUTTI, CAFFARATTO, CAPARVI, CAPITANIO, VANESSA CATTOI, CAVANDOLI, CECCHETTI, CENTEMERO, CESTARI, COIN, COLLA, COLMELLERE, COMAROLI, COMENCINI, COVOLO, ANDREA CRIPPA, DARA, DE ANGELIS, DE MARTINI, DI MURO, DONINA, FANTUZ, FERRARI, FOGLIANI, FOSCOLO, FRASSINI, FURGIUELE, GASTALDI, GIACOMETTI, GIGLIO VIGNA, GOBBATO, GOLINELLI, GUSMEROLI, IEZZI, INVERNIZZI, LAZZARINI, LEGNAIOLI, LOCATELLI, LOLINI, EVA LORENZONI, LUCCHINI, MACCANTI, MAGGIONI, MARCHETTI, MATURI, MOSCHIONI, MURELLI, ALESSANDRO PAGANO, PANIZZUT, PATELLI, PATERNOSTER, POTENTI, PRETTO, RACCHELLA, RIBOLLA, SASSO, SEGNANA, STEFANI, TATEO, TOCCALINI, TOMASI, TOMBOLATO, TONELLI, TURRI, VALLOTTO, ZANOTELLI, ZICCHIERI, ZORDAN

Interpretazione autentica dell’articolo 4 del testo unico delle norme di legge in materia valutaria, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 marzo 1988, n. 148, in materia di gestione delle riserve ufficialiPresentata il 6 agosto 2018  Onorevoli Colleghi! — Il tema della proprietà delle riserve auree nazionali, sebbene inconfutabile nel cuore di ogni cittadino italiano, è carsicamente apparso nella discussione parlamentare come un tema di dibattito, specie dopo l’avvento del sistema bancario europeo e lo stratificarsi della normativa che, unitamente all’intenso dibattito dottrinale, ha finito col rendere la Banca d’Italia un ircocervo giuridico.
Ciò che è indubitabile è la proprietà dell’oro che era ed è dello Stato italiano.
La Banca d’Italia è il quarto detentore di riserve auree al mondo, dopo la Federal Reserve statunitense, la Bundesbank tedesca e il Fondo monetario internazionale. Il quantitativo totale di oro detenuto dall’istituto, a seguito del conferimento di 141 tonnellate alla Banca centrale europea (BCE), è pari a 2.452 tonnellate (metriche); esso è costituito prevalentemente da lingotti (95.493) e, per una parte minore, da monete.
L’oro dell’istituto è custodito prevalentemente nei caveaux della Banca d’Italia e in parte all’estero, presso alcune banche centrali.
Visto il diffuso dibattito circa l’asserita presenza di un vulnus normativo, se non addirittura una vera e propria errata interpretazione, si rende necessario riportare l’esegesi della normativa nazionale, in conformità con quella euro-unitaria, in una situazione di certezza e chiarezza.Il quadro normativo nazionale.   Il quadro normativo nazionale sul tema è da recuperarsi principalmente e prioritariamente nel testo unico delle norme in materia valutaria, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 marzo 1988, n. 148, emanato su delega conferita dal Parlamento con la legge 26 settembre 1986, n. 599.
L’articolo 4 del testo unico, recante «Soggetti abilitati ad effettuare operazioni valutarie e in cambi», è stato oggetto di modifica attraverso l’articolo 7 del decreto legislativo 10 marzo 1998, n. 43, «Adeguamento dell’ordinamento nazionale alle disposizioni del trattato istitutivo della Comunità europea in materia di politica monetaria e di Sistema europeo delle banche centrali», che, in particolare, ha interamente sostituito il secondo comma, trasferendo le attribuzioni sulla gestione delle riserve ufficiali in valute estere dall’Ufficio italiano dei cambi (UIC) alla Banca d’Italia, nonché armonizzando la disciplina domestica a quella euro-comunitaria (e poi euro-unitaria).Il quadro normativo euro-comunitario.   Tralasciando il trasferimento di competenze dall’UIC alla Banca d’Italia, questione per lo più domestica, l’aggiunta della novella «nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 31 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea» pone un tema di armonizzazione nei confronti delle attività di riserva in valuta estera detenuta dalle banche centrali nazionali del Sistema europeo di banche centrali (SEBC), stabilendo che, ultimato l’adempimento di cui all’articolo 30 dello statuto del SEBC (necessario ai fini della costituzione delle riserve, anche auree, della BCE), le ulteriori «attività di riserva in valuta estera detenute della Banche centrali nazionali» siano disciplinate anche da questo articolo.
   È infatti l’articolo 127, paragrafo 2, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea a stabilire che tra i compiti da assolvere tramite il SEBC vi siano la detenzione e la gestione delle riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri.
   L’articolato euro-comunitario ribadisce la detenzione, sia esplicitamente nel titolo dell’articolo 31, sia nella disposizione dell’articolo 31.2 che fa riferimento alle «attività di riserva in valuta che restano alle banche centrali nazionali dopo i trasferimenti», con ciò evidenziando nessuna supponibile ingerenza del diritto euro-comunitario circa la proprietà e il titolo in forza del quale le banche centrali nazionali detengono tali riserve, ivi comprese quelle auree, lasciando così sul campo del diritto domestico la determinazione della questione.L’intervento di interpretazione autentica.   La presente proposta di legge vuole assicurare chiarezza interpretativa poiché la Banca d’Italia, secondo quanto dispone l’articolo 4, secondo comma, del testo unico, «provvede in ordine alla gestione delle riserve ufficiali, nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 31 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea».
   Fermo restando, dunque, il rispetto degli obblighi internazionali derivanti da trattati, la disposizione relativa all’attività di gestione non appare sufficientemente esplicita nel sottolineare la permanenza della proprietà delle riserve auree allo Stato italiano e una specificazione su questo punto si rende necessaria, vista la natura ibrida assunta dalla Banca d’Italia nel corso degli anni, in conseguenza dei numerosi interventi legislativi stratificatisi.PROPOSTA DI LEGGEArt. 1.  1. Il secondo comma dell’articolo 4 del testo unico delle norme di legge in materia valutaria, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 marzo 1988, n. 148, si interpreta nel senso che la Banca d’Italia gestisce e detiene, ad esclusivo titolo di deposito, le riserve auree, rimanendo impregiudicato il diritto di proprietà dello Stato italiano su dette riserve, comprese quelle detenute all’estero. 

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Quella delle riserve d’oro italiane è questione dalle proporzioni immense, anche se ignorata dai più .

La proposta di legge di Claudio Borghi è suonata come un campanello di allarme per possibili cacciatori di oro, perché hanno capito che il loro operato non è più nell’ombra. E’ stato acceso un faro su di loro, tutti possono conoscerne le “reali”intenzioni.

E la Banca d’Italia, si sussurra, pare abbia iniziato con il sensibilizzare parlamentari (magari del Partito democratico) componenti della commissione finanze incaricata dell’esame preliminare del progetto di legge, che hanno sostenuto che la proposta di Borghi è «inopportuna». Naturalmente ci aspettiamo che siano in grado di supportare le loro convinzioni con argomentazioni serie.

Il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi, intervenendo a una trasmissione televisiva, ha detto che “sull’aspetto giuridico di chi sia la proprietà legale dell’oro si pronuncerà la Bce a cui abbiamo ceduto la sovranità quando è stato creato l’euro”.

Le sue incredibili parole sono di tale gravità da lasciare senza fiato.

Un dirigente del suo livello non può ignorare quanto previsto nella nostra Costituzione, e cioè l’espresso divieto di ogni cessione di sovranità, consentendo soltanto «limitazioni» alla stessa, in condizioni di «parità con gli altri Stati» ed esclusivamente per finalità «necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra i popoli» (articolo 11 della Costituzione).

Si può pensare che sia stato mal informato? O forse gli è stato riferito che qualcuno ha “ceduto” più di 2.400 tonnellate di oro (circa 80 MILIARDI di euro) alla BCE, senza darne notizia e/o chiedere l’autorizzazione al Popolo Italiano, cioè al legittimo proprietario? In tal caso non sarebbe d’obbligo fornircene il nominativo?

A questo punto sorge spontanea una domanda.

Mettiamo che la suddetta dichiarazione fosse uscita dalla bocca di un dirigente della Bundesbank, durante una qualunque trasmissione televisiva tedesca. Se il tal dirigente avesse detto che la proprietà di circa 3.400 tonnellate di oro non è della Germania, come avrebbero reagito i tedeschi? E come avrebbero reagito i gilet gialli francesi se gli fosse stato comunicato che forse forse non hanno diritti sul loro oro? E lo stesso vale per tutti i cittadini dei vari stati d’Europa.

Gli italiani aventi diritto al voto sono 51.299.871 . E se venissero ben informati degli intenti di alcuni soggetti, se esprimessero il loro parere, se alzassero la loro voce a tutela dei loro diritti, cosa accadrebbe?

Non è solo nostro diritto, ma innanzitutto nostro sacro dovere (come previsto dalla nostra Prima Legge) lanciare una campagna civile morale, patriottica oltre che politica, a tutela di ciò che ci appartiene, frutto del sudore di milioni di italiani.

Allegati di approfondimento

Allego un articolo tratto dal quotidiano “l’Italiano” a firma Torquato Cardilli, a mio parere esplicativo, utile a rispolverare la memoria, sugli eventi relativi alla Banca d’Italia.

L’oro è degli italiani

TORQUATO CARDILLI – Come è possibile che l’Italia sia in condizioni disastrose quando è al quarto posto nel mondo per quantità d’oro dopo USA, Fondo Monetario Internazionale e Germania? Il fatto è che oro e valute per 128 miliardi e 480 milioni di euro sono nelle mani della Banca d’Italia, istituto pubblico ma di proprietà privata

IL REGALO DI 7 MILIARDI E MEZZO ALLE BANCHE PRIVATE
II popolo italiano ha assistito attonito alla vergognosa approvazione da parte della maggioranza di poltronisti, della conversione in legge del decreto del Governo Letta sul regalo di 7 miliardi e mezzo di euro alle banche private, camuffato con i panni della cancellazione dell’IMU 2013. Il tutto grazie alla procedura, che non esiste nel regolamento della Camera, usata per la prima volta in assoluto in 72 di storia repubblicana, della cosiddetta ghigliottina dei diritti dell’opposizione da parte della zarina di Montecitorio.
Ripetiamo ancora una volta i tre punti essenziali di questa incredibile beneficenza ai soliti banchieri:
– il capitale viene rivalutato dagli attuali 156mila euro (300 milioni di lire versati nel 1936) a 7,5 miliardi di euro, sicché le 300 mila quote possedute dalle banche private passano da un valore di 0,52 euro a 25 mila euro ciascuna. Su questa plusvalenza dovrà essere pagata allo Stato un’imposta del 12%, prevista dalla legge di stabilità. Ed è questo lo zuccherino fatto balenare agli ignari e incompetenti parlamentari dal Governo e dai banchieri (vi dicono nulla le collusioni con la politica delle fondazioni bancarie dal Monte dei Paschi al San Paolo?) ben felici di pagare questa tassa su un regalo così munifico da vincita stratosferica al casinò.
– Nessun socio potrà detenere più del 3% del capitale. Dunque le banche (Intesa San Paolo, Unicredit e Assicurazioni Generali, che da sole oggi possiedono il 60% del capitale), dovranno mettere sul mercato (ovviamente al prezzo di 25.000 euro o superiore per ciascuna quota) le eccedenze, guadagnandoci subito vari miliardi in contanti. Chi non sarebbe felice di poter rivendere ad un prezzo così alto un pezzo di carta che fino a ieri valeva quanto un rotolone regina?
– Siccome in questa situazione di crisi e di incertezza scarseggiano i capitali, la Banca d’Italia potrà riacquistare, temporaneamente, le quote poste in vendita attingendo alle proprie riserve che sono denari pubblici per rinsanguare i bilanci delle banche in malora per la pessima gestione. Tradotto in soldoni è come se il decreto avesse stabilito di regalare direttamente alle banche private i miliardi attinti dalle riserve con un’operazione che ha il gusto amaro della beffa per le imprese creditrici di 80 miliardi di euro da parte della pubblica amministrazione e per tante piccole aziende e famiglie che non riescono ad ottenere crediti.

LA BANCA D’ITALIA SOTTO IL CONTROLLO DEI PRIVATI
Ma come è che la Banca d’Italia è passata sotto il controllo dei privati? L’inizio dell’ondata delle privatizzazioni italiane risale al 1992. Da allora, in circa 10 anni, sono state privatizzate aziende statali per un valore di oltre 220.000 miliardi di lire (liquidazione dell’IRI, e vendita delle grandi società pubbliche quali Telecom,  ENEL e ENI (in parte) e praticamente tutte le banche precedentemente controllate dallo Stato. Se nel 1991, le banche pubbliche rappresentavano il 73% del totale delle banche italiane, alle soglie del 2000 allo Stato erano rimaste soltanto piccole quote di minoranza a una cifra in banche di importanza marginale.
Governo e Parlamento decisero di privatizzare, ma sul come e sul quando fu lasciata la più ampia libertà al Direttore Generale del Tesoro Draghi che (mantenendo quell’incarico sotto 6 diversi ministri del Tesoro) ebbe modo di pilotare direttamente la maggior parte delle privatizzazioni, lasciando ai ministri il compito formale di apporre la firma sotto ogni singolo decreto di privatizzazione. Il suo fu un potere forte, privo di ogni legittimazione democratica, al di sopra di ogni controllo di merito e di metodo delle scelte adottate, e soprattutto sottratto alla doverosa trasparenza eall’ informazione del maggior azionista dello Stato che è il popolo.
L’opinione pubblica fu tenuta volutamente all’oscuro del significato della privatizzazione delle banche pubbliche che erano dal 1936 partecipanti al capitale della Banca d’Italia, il cui Statuto disciplinava con assoluta chiarezza che la Banca era un Istituto di diritto pubblico e che le sue quote potevano essere possedute solo da Casse di Risparmio emanazione di Istituzioni pubbliche locali, da Istituti di credito di diritto pubblico, da Istituti di previdenza pubblici, e da Istituti di assicurazione. Insomma non c’erano assolutamente dubbi sul carattere pubblico della Banca d’Italia, sia per le funzioni svolte che per la natura dei suoi soci partecipanti.
All’atto della privatizzazione delle banche, secondo logica e secondo diritto, si sarebbe dovuto chiarire che erano escluse dalla privatizzazione le quote di partecipazione alla Banca d’Italia. Ciò non fu fatto.
La legge sul risparmio 262 del 28.12.2005 pur nell’esigenza di sanare l’evidente stortura derivante dalle privatizzazioni sulla titolarità del capitale e del patrimonio della Banca d’Italia, demandò la definizione dell’assetto proprietario e le modalità di trasferimento allo Stato ad un regolamento da emanarsi entro tre anni. Anche in questo caso il cosiddetto principio della stabilità, tanto invocato ai nostri giorni, che sa solo di immobilismo, ebbe il sopravvento e non si diede seguito operativo alla regolamentazione. Dov’erano il Governo, il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il CNEL, la Corte dei Conti? Questa mancata definizione fu per dolo o per semplice insipienza a favore dei nuovi soci privati che reclamano con le quote della Banca d’Italia anche i diritti di proprietà sul suo capitale e sul suo patrimonio (immobili, preziose collezioni d’arte, comprese le antiche raccolte numismatiche auree donate allo Stato da Re Vittorio Emanuele III)?. Non lo sapremo mai perché il Governo non ha interesse a svelare le connivenze che ci sono state tra politica e finanza, tra amministrazione pubblica e speculatori, tra Fondazioni bancarie e organi dello Stato.
Dunque di fronte all’opinione pubblica sempre più sconcertata appaiono evidenti due punti fermi: la qualità di Istituzione pubblica della Banca d’Italia che non è discutibile e l’ignavia dei principali attori politici, incluso il Direttorio della Banca, che da controllore si era trasformato in controllato che hanno mancato di adempiere alla legge 262.
E quale il destino delle riserve non menzionate fino ad ora?

LE RISERVE D’ORO
Secondo quanto pubblicato dal sito ufficiale della Banca d’Italia al 31.12.2011 le riserve (che sono proprietà del popolo italiano) erano costituite da:
Oro e monete, per  95.924  milioni;
Dollari americani,  per  18.970 milioni;
Sterline inglesi, per 3.506  milioni;
Yen giapponesi per 5.380  milioni;
Franchi svizzeri per 275  milioni;
Altre valute  per  4 milioni
DSP  (Diritti Speciali di Prelievo verso il FMI) per  4.421 milioni
Totale 128.480 milioni cioè 128 miliardi e 480 milioni di euro.
Questo monte riserve, secondo dati ufficiosi, sarebbe ora salito a 136 miliardi di euro, ma facciamo finta, per non avanzare argomentazioni basate solo su ipotesi e congetture, che le riserve siano tuttora quelle sopra riportate.
Sul sito della Banca d’Italia si legge che l’Istituto gestisce le riserve nazionali, in valuta e in oro, destinate a far fronte alle richieste di conferimento di capitali della BCE al verificarsi di determinate condizioni, a consentire il servizio del debito in valuta del Tesoro, ad adempiere agli impegni verso organismi finanziari internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale e a sostenere ed alimentare la credibilità del sistema europeo delle banche centrali essendo l’Italia parte integrante dell’eurosistema. Ovvio che queste sono funzioni integralmente pubbliche e che le stesse riserve sono dello Stato e non possono mai essere considerate private.
Il grosso delle riserve è costituito da lingotti (2.451,1 tonnellate per 110 miliardi) che pongono l’Italia al quarto posto nel mondo per quantità d’oro dopo gli Stati Uniti, il Fondo Monetario Internazionale  e la Germania e francamente non si capisce perché una nazione così dotata versi nelle disastrose condizioni attuali.
L’oro accumulato nel tempo con i risparmi ha subito varie vicissitudini come quello della rapina, come bottino di guerra, da parte dei tedeschi che, dopo l’8 settembre 1943, ne prelevarono dai sotterranei della Banca d’Italia 191 tonnellate. Finita la guerra una piccola parte dell’oro ci fu consegnata dagli americani e dagli inglesi che avevano scoperto alcuni mini depositi tedeschi ai confini con l’Austria e solo due terzi del totale ci furono restituiti dalla Germania (con lingotti che recano ancora impressi i marchi della svastica nazista), in un arco di tempo di venti anni, dopo interminabili negoziati.
Tutto questo oro è custodito in parte nei sotterranei della Banca d’Italia e in parte nei forzieri delle banche centrali di vari paesi (un terzo nei sotterranei della Federal Reserve a New York, nei depositi della Bank of England a Londra, in quelli svizzeri della Banca dei regolamenti internazionali di Losanna e in quelli di Francoforte della BCE).
Nel 2009, il ministro dell’economia Tremonti, conscio della gravità della situazione finanziaria dell’Italia, tenuta accuratamente nascosta al pubblico ed anzi costantemente negata, era disperatamente alla ricerca di nuove risorse e pensò di tassare “una tantum” le grandi plusvalenze che la Banca d’Italia aveva realizzato sulle riserve auree, il cui prezzo era cresciuto del 100%. Il Presidente della BCE Trichet gli diede quasi del pazzo ammonendolo che l’oro non era della Banca d’Italia, ma del popolo italiano, cioè dello Stato e che sarebbe stato assurdo se lo Stato avesse voluto tassare se stesso.
Allo stesso modo si espresse Draghi, allora governatore della Banca d’Italia, che precisò che le riserve auree appartenevano agli italiani e non a palazzo Kock.
E pochi mesi fa la Consob, l’ente di vigilanza sui mercati, ha ipotizzato che per cercare di abbattere il debito pubblico e quindi per favorire l’allentamento fiscale con il minor esborso di interessi sul debito stesso “si potevano usare senza problemi le riserve auree della Banca d’Italia, che può liberamente disporre di tutti i beni mobili e immobili, senza chiedere permessi, nei limiti in cui tali atti di disposizione non incidano sulla capacità di poter trasferire alla BCE le attività di riserva eventualmente richieste”.
Qualche bello spirito della maggioranza, duramente criticata per la rivalutazione delle quote della Banca d’Italia, ha ora argomentato che con la rivalutazione non è stato fatto nessun regalo alle banche private perché queste erano già proprietarie della Banca d’Italia e quindi anche dei suoi averi. Chiaro ballon d’essai per cercare di allungare gli artigli anche sulle riserve. Sarebbe bello se i vari talk show televisivi anziché rifilare al popolo le solite insulsaggini potessero sfidare i difensori di tali tesi a sostenere un’idiozia del genere di fronte all’opinione pubblica che è inferocita, ed ora informata solo grazie al ruolo delle opposizioni.

A CHI APPARTIENE L’ORO DELLA BANCA D’ITALIA?
Occorrerebbe che i signori deputati che hanno autorizzato la spoliazione della Banca d’Italia a vantaggio delle banche private si pongano la domanda “a chi appartiene l’oro della Banca d’Italia”? Qualunque cittadino risponderebbe senza esitazione che quell’oro appartiene allo Stato, cioè agli italiani, e che la Banca d’Italia lo ha solo in custodia e gestione. E’ arrivato il momento che Governo e Parlamento, dopo aver regalato in fretta 7 miliardi e mezzo di euro alle banche, chiariscano subito, nero su bianco, una volta per tutte, che le riserve auree sono degli italiani e restano intoccabili se non per fini di utilità generale.

fonte https://scenarieconomici.it/loro-ditalia-ovvero-la-storia-del-paesello-dei-suoi-cittadini-del-loro-tesoro-e-delle-menzogne-che-a-forza-di-venir-ripetute-sostituirono-la-realta/

No Vax – Free Vax 2.0

Il problema sono le analisi, le analisi sui vaccini, o Corvelva?

La pubblicazione da parte del Corvelva di analisi eseguite sui vaccini (https://goo.gl/uzTWtm) ha destato stupore e scandalizzato taluni personaggi della cosiddetta “comunità scientifica” – come se i ricercatori che lavorano ogni giorno nei laboratori, i medici o biologi che hanno dubbi e li vogliono dirimere, non facessero parte di questa “comunità” – e molte delle critiche piovute sulla nostra associazione e su chi ha ritenuto interessanti le nostre ricerche scientifiche, vertono sulla mancanza di attendibilità, di pubblicazioni peer-reviewed, ecc.

Voglio sottolineare che queste sono ricerche scientifiche, lo sono in quanto riproducibili e non teoriche, dati puri e semplici senza alcuna “dietrologia”, dati che escono da laboratori accreditati che lavorano abitualmente per conto terzi senza che, a nessuno, la cosa desti perplessità…

Ma quello su cui vorrei soffermarmi oggi è: cosa accade negli altri “ambienti”?

Cosa accade quando sotto la lente d’ingrandimento non ci sono i “sacri” vaccini, bensì altri prodotti di uso più o meno quotidiano, nel mondo, prodotti che comunque sono sottoposti a controlli per ciò che riguarda un qualche “rischio salute”?

Facendo una breve ricerca sul web, escono risultati interessanti su molti argomenti e/o prodotti diversi: alimentari, cosmetici, ecc.
Inoltre, emerge un fatto: ASL, SISP, ed altri enti sono coinvolti in una continua (ed incoraggiata) azione di controllo, analisi e verifica delle caratteristiche che compongono svariati prodotti immessi quotidianamente sul mercato, liberamente acquistati dai cittadini; si verificano ad esempio presenza di metalli pesanti nei cosmetici, come anche carica batterica e/o presenza di composti chimici nei prodotti alimentari (sia per consumo umano che animale). Non trovo traccia di analoghe azioni svolte nel controllo di farmaci e vaccini da parte degli stessi soggetti. In compenso sul web si sprecano le notizie relative ai controlli dei Nas sulle autocertificazioni dei libretti vaccinali nelle scuole!

Spesso e volentieri, però, analisi analoghe sono commissionate da associazioni, riviste, enti a vario titolo; vengono regolarmente pubblicate sul web, trovando anche, molto spesso, eco sui quotidiani o comunque nei canali mediatici.

Non è un paradosso? In qualsiasi ambito, l’interesse che la società civile nutre nel verificare cosa effettivamente venga immesso sul mercato, non solo è ritenuto lecito, anzi addirittura viene percepito come azione lodevole (e lo è a mio avviso). Pensateci, qualcuno mette in ridicolo un’analisi condotta da un “privato” sulla presenza di glifosato nelle principali marche di pasta venduta in Italia? (https://goo.gl/mNNSTP). Eppure viene citato un generico “primario laboratorio europeo”, non vengono pubblicati dati peer-reviewed, non vi è traccia di certificazioni. Una legittima denuncia da parte di un ente terzo che ha condotto delle analisi e ne pubblica il risultato, citando marchi e tipologia dei prodotti analizzati. Il rischio per la salute è corroborato da diverse pubblicazioni sulla tossicità del glifosato. Stessa cosa possiamo dire di analisi su cosmetici, altri alimenti, ecc, dove si possono rilevare tracce di nichel, allergeni, o altro. Tutte analisi lecite, a quanto pare, per la comunità scientifica!

Allora, mi si spieghi cortesemente cosa cambia quando il prodotto da analizzare è un medicinale, i destinatari del prodotto sono bambini, e vi è una legge che ne obbliga la somministrazione…
Davvero ha un senso lo “stupore” o lo sdegno o la derisione, quando l’indagine riguarda i vaccini?
Scientificamente parlando, qual è il significato delle dichiarazioni che abbiamo letto in riferimento alle nostre analisi?
Scientificamente parlando, dove sono le risposte e le evidenze che smentiscono tali dati?
Scientificamente parlando, quali delle analisi già esistenti che vengono citate sono pubblicate a disposizione del pubblico e riportano dati che smentiscono quelle pubblicate dal Corvelva?

Se le risposte scientifiche mancano, oppure vengono volutamente omesse, siamo di fronte ad una levata di scudi che ha molto in comune con un processo religioso, e molto poco in comune con un approccio scientifico al problema: all’interno dei vaccini analizzati vi sono composti chimici e biologici che possono comportare seri rischi per la salute della popolazione! E’ il caso di indagare?

Stando invece alle dichiarazioni di sedicenti professori e luminosi cattedratici, il problema starebbe tutto nel fatto che “i no vax” hanno ricevuto credito da parte di una istituzione nazionale.
Per noi invece è scandaloso che nessuna di queste menti superiori, nè nessuna Istituzione nazionale preposta alla salvaguardia della salute, abbia ritenuto opportuno verificare quanto pubblicato dal Corvelva. Il problema è che nessuno abbia commentato in merito ai risvolti, sulla salute, di contaminazioni all’interno di farmaci destinati alla somministrazione pediatrica su bambini sani. Il problema è che siamo di fronte a dati allarmanti ed abbiamo umilmente chiesto spiegazioni al riguardo, senza ricevere alcuna risposta.

Questa è scienza? Noi chiediamo che le stesse analisi vengano ripetute, chiediamo di ricevere i risultati dei famosi controlli che vengono effettuati sui vaccini nelle varie fasi che intercorrono dalla produzione all’immissione in commercio, chiediamo principio di precauzione su un farmaco biologico, che in alcuni approfondimenti ha dimostrato avere dei profili di rischio concreti, e la “comunità scientifica” risponde col dileggio e lo sdegno?

Sinceramente, tutto questo ha molto a che vedere con l’oscurantismo, la superstizione, l’approccio fideistico. Molto molto poco, anzi nulla a che vedere con l’approccio scientifico.

Auspichiamo una seria riflessione in merito da parte del pubblico, composto anche da consumatori direttamente interessati, nel frattempo continuiamo a rimanere in attesa di risposte scientifiche da parte di chi è competente per darle. La comunità scientifica è in grado di rispondere nel merito dei risultati delle analisi? Le Istituzioni sono in grado di verificare la sussistenza reale di un rischio.

fonte https://www.corvelva.it/speciali-corvelva/comunicati/il-problema-sono-le-analisi-le-analisi-sui-vaccini-o-corvelva.html

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Mesi di prove e controprove, poi la risposta dei controlli cofinanziati dall’ordine biologi. Manca la rosolia in quello che dovrebbe debellarla. Dna umano e diserbanti nell’altro

di Franco Bechis

f.bechis@iltempo.it

23 Dicembre 2018

L’idea era nata durante la scorsa legislatura per i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito. Vero che i casi di malattia e morte di tanti nostri militari avevano relazione evidente con le condizioni di impiego sugli scenari delle missioni.

Ma c’era anche un’altra condizione comune fra tutti quei casi: per essere inviati in Afghanistan piuttosto che in Libano o in Iraq e in tutti gli scenari delle missioni di pace, i nostri militari venivano sottoposti a una quantità impressionante di vaccinazioni. E a qualcuno – fra cui l’attuale presidente dell’ordine dei biologi (che allora era parlamentare) Vincenzo D’Anna era venuto un dubbio: non poteva essere anche in quelle vaccinazioni la causa dell’insorgenza di quei mali? Il dubbio dovrebbe essere la strada di indagine maestra per ogni uomo di scienza. In epoca di guerra di religione sulle vaccinazioni obbligatorie, anche quella semplice ipotesi da verificare sembrò scandalosa. Poco conta che D’Anna, come in genere tutti i biologi, non sia affatto un no vax. Anzi, era ed è convintissimo sulla utilità e l’efficacia dei vaccini. E in effetti l’indagine proposta non aveva caratteristiche ideologiche, ma lo scopo di escludere l’ipotesi ad esempio di una partita di vaccini non prodotta a regola d’arte. C’è voluto del bello e del buono per trovare qualcuno disposto ad effettuare quei controlli indipendenti sui vari lotti delle più comuni vaccinazioni. Ma alla fine qualcuno c’è stato. Ed alcuni laboratori indipendenti del Nord Est Italia per mesi e mesi hanno effettuato analisi e controanalisi di laboratorio, più volte ripetute su lotti diversi dello stesso vaccino quando insorgevano anomalie di qualsiasi tipo.

In alcuni casi la prova scientifica ha dato l’esito che ci attenderebbe: vaccini prodotti a regola d’arte. In altri no. Per due di questi i risultati delle analisi biologico-genomiche (i cui referti sono in possesso de Il Tempo) sono stati clamorosi. E preoccupanti, perché i campioni prelevati da diversi lotti tutto sembravano meno che essere confezionati secondo le regole. In un caso, quello del vaccino da impiegare per morbillo, rosolia, parotite e varicella, si è rilevata la totale assenza degli antigeni del virus della rosolia. Quegli stessi lotti sarebbero quindi stati utilizzati per migliaia di vaccinazioni inutili, perché in assenza dell’antigene necessario chiunque sia stato vaccinato può prendersi la rosolia esattamente come non avesse mai visto un vaccino. Nel secondo referto di laboratorio analisi e contro analisi che riguardavano un vaccino multivalente per non contrarre fra l’altro difterite, tetano, pertosse ed epatite B, è stata rilevata la presenza di sostanze che non dovevano esserci (ad iniziare dal dna umano) e sia pure in dosi microscopiche potenzialmente dannose per la salute dell’uomo. Questi clamorosi risultati oltre ad essere pubblicati su riviste scientifiche internazionali, porteranno a un esposto che verrà presentato all’Agenzia italiana del Farmaco, alla sua madre europea Ema, ai nas dei carabinieri e alle competenti procure della Repubblica. Non essendo scienziati abbiamo chiesto quindi al presidente dell’ordine dei biologi, D’Anna, di spiegare in maniera comprensibile anche a tutti i consumatori il preoccupante risultato di quelle analisi.

Il Tempo– Lei è presidente dei biologi italiani. Devo farle la domanda di rito: sarà mica uno di quegli estremisti no vax?
D’Anna– Io? No, assolutamente. Come tutti i biologi credo nella utilità delle vaccinazioni, sono un pro-vax. E non è manco a tema l’utilità o meno dei vaccini in queste analisi di laboratorio. L’indagine è stata sulla qualità della realizzazione dei prodotti messi in commercio, non sull’efficacia o meno teorica del vaccino.

Il Tempo– E i risultati di queste analisi quali sono stati?
D’Anna– Hanno rilevato decine di impurità in più lotti. E al momento sono state individuate 43 sostanze improprie, nel senso che lì non si sarebbero dovute trovare.

Il Tempo– Improprie? Cioè?
D’Anna– Anticrittogamici, diserbanti, glisofato, antibiotici, antimalarici…

Il Tempo– La fermo. Non sono uno scienziato. Se mi dice diserbanti capisco che non dovrebbero esserci. Ma se mi cita gli antibiotici, le chiedo perchè: non devono esserci in un vaccino?

D’Anna– No, un antibiotico non deve stare in un vaccino. Un antimalarico neppure. Come un erbicida. Si è trovata alle analisi tutta una serie di inquinanti che lì non dovrebbero esserci..

Il Tempo-In quantità minuscole, spero…
D’Anna– Certo, parliamo di nanogrammi, di nanoparticelle. Ma tenga presente che non si tratta di sostanze ingerite, ma iniettate, assorbite e in alcuni casi (ad esempio l’alluminio) non smaltibili. Ma non è nostro compito accertare né la nocività, né la tossicità dei materiali. Però da quelle analisi è venuto fuori altro. Come l’assenza del virus della rosolia, che in sé potrebbe configurare una frode in commercio, perché migliaia di bambini che si sono vaccinati con quel lotto non sarebbero coperti verso la rosolia. E poi sono state rilevate quantità improprie di dna fetale…

Il Tempo– Dna fetale?
D’Anna– Sì, perché i virus vengono fatti replicare per fare le dosi occorrenti su materiale fetale da aborto, oppure su uova di galline. Ed è per quello che trovi i diserbanti o il glisofato, gli anticrittogamici e gli antiparassitari…

Il Tempo– Ma in un vaccino non dovrebbero esserci quelle tracce per quanto minuscole, no?
D’Anna– Certo che non devono esserci…

Il Tempo– E non c’è stato un esame pubblico di laboratorio su quelle dosi?
D’Anna– Lei l’ha visto? Ne conosce i risultati? Purtroppo c’è una aporìa giuridica: i test sul prodotto finito non sono obbligatori per il produttore. Li dovrebbero fare le strutture statali che proteggono la salute dei cittadini. Ma io non le ho mai viste. Anche perché qualsiasi risultato è tenuto segreto un po’ come la ricetta della Coca Cola, per evitare che qualche concorrente copi la formula industriale di produzione del vaccino.

Il Tempo– Ma se nei laboratori di Stato fossero emersi i clamorosi risultati che stiamo citando, che cosa sarebbe accaduto?
D’Anna– Avrebbero dovuto chiamarsi il produttore dei vaccini e chiedere spiegazioni. Certo dovrebbero chiedere come fanno ad esserci gli anticorpi della rosolia se non c’è l’antigene? Per quanto riguarda il vaccino per tetano, difterite etc… non sono stati trovati quattro distinti tossoidi (che sono antigeni proteici) come dovrebbe essere, ma una sola macromolecola fatta da queste quattro proteine denaturate (quelle del tetano, difterite, etc…) dalla presenza di un conservante come la formaldeide. Questa macromolecola precipita al fondo della provetta e attaccata con tripsina non risponde…

Il Tempo– Qui seguirla diventa difficile. Vado al sodo: non dovrebbe accadere così in quei vaccini. Questo mi vuole dire?
D’Anna– Esatto. Dovrebbero esserci le quattro proteine dei vaccini previsti che se attaccate con tripsina dovrebbero sciogliersi. Questo non accade, e quindi nella macromolecola non ci sono solo proteine. Faremo un esposto all’Aifa e all’Ema per capire se sono a conoscenza di queste cose.

Il Tempo– Nei primi lotti di vaccini doveva esserci la rosolia e non c’è. E mi è chiara l’inutilità. Capisco meno le conseguenze della macromolecola in questi altri vaccini…
D’Anna– Primo: anche tutto fosse lecito ed innocuo al minimo bisognerebbe informarne le autorità ed i cittadini che usano i vaccini. Secondo: in questi vaccini è stato riscontrato un numero significativo di peptidi (cioè frammenti corti di sequenze di aminoacidi) di origine batterica, probabilmente provenienti da batteri avventizi che contaminano le colture. A questi si aggiungono 65 sostanze chimiche contaminanti, 35% note, (finora abbiamo replicato i risultati su un solo lotto, l’unico disponibile tramite le farmacie su tutto il territorio italiano da oltre un anno), di cui 7 sono tossine chimiche, anche questi composti devono essere confermati nella struttura da uno studio con standard di controllo.

Il Tempo– Quindi?
D’Anna– Quindi bisogna che le agenzie ripetano queste analisi, facciano i controlli e rendano pubblici sia i risultati che il loro giudizio. Noi faremo la nostra parte. Ad esempio il prossimo 25 gennaio a Roma dove abbiamo organizzato un grande convegno dal titolo «Vaccinare in sicurezza» con la partecipazione di scienziati italiani, tra i quali Giulio Tarro da poco insignito negli Usa del premio di miglior virologo, e stranieri. Le analisi fatte serviranno anche ad alimentare il dibattito scientifico.

fonte https://www.iltempo.it/cronache/2018/12/23/news/vaccini-obbligatori-news-risultati-analisi-choc-esavalente-rosolia-dna-biologi-aifa-1100820/

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Marcello Pamio

Lo sapevo con assoluta precisione matematica che le analisi chimiche e biologiche effettuate dall’associazione Corvelva, avrebbero scoperchiato il Vaso di Pandora e dato la spintina iniziale alla pallina di neve che si trovava in cima alla montagna innevata…
Una piccola pallina che sta diventando una valanga inarrestabile, e quando arriverà a valle si trascinerà dietro molte cose e molte persone.
Il vecchio farà posto al nuovo paradigma…

Un enorme plauso va al Presidente dell’ordine dei biologi, Vincenzo D’Anna, perché la sua presa di posizione ufficiale è a dir poco epocale e va contro ogni previsione.
L’establishment è stato spiazzato e per questo sta attaccando con ogni mezzo.
La cosa certa è che D’Anna non può essere additato con l’etichetta tanto amata e usata dal Sistema, quella di No-Vax, anche perché lui, da biologo crede eccome all’efficacia dei vaccini. Il presidente specifica nell’intervista del quotidiano Tempo di oggi 23 dicembre 2018, che «non è manco a tema l’utilità o meno dei vaccini, in queste analisi di laboratorio. L’indagine è stata sulla qualità della realizzazione dei prodotti messi in commercio».

Le analisi hanno «rilevato decine di impurità in più lotti. E al momento sono state individuate 43 sostanze improprie, nel senso che lì non si sarebbero dovute trovare». Sostanze come anticrittogamici, diserbanti, antibiotici, antimalarici…
La conclusione di D’Anna è coerente e assolutamente condivisibile: «bisogna che le agenzie ripetano queste analisi, facciano i controlli e rendano pubblici sia i risultati che il loto giudizio».
Per agenzie s’intendono quegli enti (Ema, Aifa, Iss, ecc.) che dovrebbero (il condizionale è d’obbligo dopo quanto sta venendo fuori) controllare i farmaci e i vaccini prima che entrino in commercio.

Ed è esattamente quello che tutti si auspicano, a parte i soliti «cervelli-non-in-fuga»…
Personaggi come il «diversamente-umile» Roberto Burioni e il collega «gine-bunker» Salvo Di Grazia, non si smentiscono mai e prendono posizioni prone al Sistema a prescindere.


Di Grazia ama riempirsi la bocca di «bufale», non campane, ma mediatiche.
«Un quotidiano riprende i ridicoli risultati di una pseudo analisi di vaccini per farne notizia», e si lancia nella classica invettiva a dir poco risibile: «ora o i produttori denunciano chi sparge queste falsità o la magistratura controlla o stanno manipolando la realtà».
Innanzitutto definire «ridicoli» dei risultati di analisi biologiche e chimiche eseguite da un serio laboratorio, senza avere per le mani dei controesami che dimostrino la loro fallacità, è da arroganti e irresponsabili. Se poi teniamo conto che a parlare è un medico iscritto a un ordine, è ancora più grave dal punto di vista deontologico.
Di mezzo c’è la salute pubblica di milioni di persone, bambini e neonati in primis, per cui il principio di precauzione dovrebbe essere sacrosanto.

Secondo, forse il Di Grazia troppo preso dall’embolo, non ha capito che sarebbe auspicabile da tutti una denuncia da parte dei produttori, così in tribunale sarà possibile fare maggiore chiarezza.
Quindi al distratto ginecologo posso dire che NESSUNO è così fesso da denunciare qualcuno, anche perché i produttori sanno perfettamente che ciò sarebbe controproducente e non solo per l’immagine…
La bella notizia per noi è che se invece le analisi saranno confermate, la denuncia civile e penale potrebbe interessare proprio il dottor Di Grazia in persona, per aver da una parte denigrato («ridicoli risultati», «pseudoanalisi») i lavori, e dall’altra, in quanto medico, aver partecipato, con il suo comportamento, a mettere a rischio la salute pubblica.

Con il dottor Gianni, non può mancare il dottor Pinotto.
Burioni, da maestro venerabile quale è, supera tutti quanti.
«I nostri vaccini, quegli stessi usati in tutto il mondo, sono efficaci, sicuri, puliti e non contaminati».
Punto. Se lo dice il medico che passa il tempo a offendere il mondo intero, come non crederci? In fin dei conti lui è l’oracolo di Pesaro.
Peccato che nessuno di questi presentino prove, documenti, studi, conferme scientifiche della sicurezza vaccinale. Tutti sanno che sono sicuri per default.
Quindi loro non devono presentare nulla, ma lo pretendono da tutti gli altri. Come mai questa dissonanza?

Continua Bubù, «le prove così presentate – riferendosi alle analisi vaccinali – non sono inoppugnabili, sono semplicemente ridicole e, per chi se ne intende anche solo minimamente, fanno tenerezza per l’ingenuità di chi ha condotto queste ricerche».
Il «Roberto-tenerone» quindi, senza portare alcuna prova documentale, si abbarbica in pseudogiri di parole che mostrano per l’ennesima volta la sua vacuità scientifica.
La chicca, come il caffè, arriva sempre alla fine: «i vaccini sono sicuri ed efficaci fino a prova contraria». Chiaro? Ma la prova contraria non esiste e non esisterà mai, perché qualsiasi analisi venga presentata è «un concentrato di sciocchezze ed errori sperimentali, dei quali qualcuno dovrà presto vergognarsi, perché presto verranno smascherate e sbugiardate».
Anche se il termine «vergogna» non esiste nel suo dizionario, vale per Burioni la stessa cosa detta per Di Grazia: se non saranno «smascherate e sbugiardate» le analisi, e quanto prima, sarà responsabilità loro, professionale e giuridica…

In conclusione, dato che gli enti di controllo (Aifa, Ema, Iss) sono del tutto assenti o fanno orecchie da mercante, ci auguriamo che quanto prima un magistrato o un procuratore prenda la siringa al balzo innescando una serie di controlli in laboratorio seri e doverosi.
Mi auguro che anche gruppi come i Nas, invece di essere usati per scovare il piccolo untore negli asili, possano venire usati per scoprire le adulterazioni in prodotti che verranno inoculati su milioni di esseri umani. Visto che da gennaio del 2017 hanno costituito il Nucleo Carabinieri Aifa per la tutela della salute, e possono svolgere accertamenti e verifiche sulle «spesa farmaceutica e sulla tracciabilità del farmaco per la prevenzione ed il contrasto alle truffe in danno del Servizio Sanitario Nazionale e regionali» e «monitorare gli eventi avversi connessi l’uso dei farmaci».
In questo caso se le analisi saranno confermate abbiamo a che fare con prodotti farmaceutici non conformi alla legge, e quindi rientrano, oltre in un quadro di pericolosità, anche nel «danno al servizio sanitario»…

L’Italia “nostra”

copertine di settimanali esteri

Articolo di Cesare Corda per SakerItalia.it

Il declino del nostro Paese, accentuatosi con l’adozione dell’Euro, ha radici molto lontane nella nostra Storia. Dalle guerre tra Longobardi e Franchi fino al nuovo Governo giallo-verde: considerazioni sulla collocazione geopolitica dell’Italia in Europa e nel Mediterraneo e sui suoi rapporti con vicini spesso poco leali.

…come ricordò il Professor Paolo Savona, attirandosi il rancore delle autorità tedesche (nonchè dei loro fedeli portavoce in Italia che, nel maggio 2018, ne hanno impedito l’incarico a Ministro dell’Economia) la UE sta realizzando oggi il piano che fu di Walther Funk, Ministro per gli affari economici della Germania Nazista dal 1937 al 1945. Tale piano prevedeva la deindustrializzazione di tutte le “periferie” Europee e la concentrazione dei distretti industriali nella sola Germania. Gli altri Paesi Europei, dediti all’agricoltura e serbatoi di forza lavoro, avrebbero dovuto essere legati alla locomotiva tedesca attraverso una moneta unica.

È proprio quello che sta accadendo. Ma l’Italia assiste impotente, per non dire complice, alla realizzazione di tale programma.

Sono innumerevoli gli altri casi in cui i nostri Governi (specialmente i Governi a guida PD, che si sono sempre distinti per la totale indifferenza verso gli interessi Nazionali, asserviti sempre a quelli dei nostri vicini) hanno deliberatamente agito a danno del nostro Paese.


…alla luce di tutto ciò c’è da chiedersi se sia possibile la convivenza dell’Italia in una stessa Unione Europea con un Paese, la Germania (il nostro principale Avversario Economico), che non esita a riutilizzare un progetto nazista di deidustrializzazione e asservimento dei propri vicini.

C’è da chiedersi altresì se sia possibile la convivenza in una stessa Unione Europea con un altro Paese, la Francia (il nostro principale Avversario Politico e in questa fase anche Militare, seppur per interposta persona), che non si fa scrupoli a scatenare guerre come quella in Libia e ad armare fazioni nel proprio interesse a danno dell’interesse degli altri partners dell’Unione.

Senza dimenticare neanche che da oltre 70 anni perdura l’occupazione militare del nostro Paese da parte dei cosiddetti “liberatori” americani.

In questo modo l’Italia è doppiamente penalizzata dal punto di vista geopolitico: in primo luogo in quanto propaggine occidentale di un Impero Atlantico a guida USA e in secondo luogo in quanto periferia meridionale marginalizzata e deindustrializzata dell’Unione Europe

…in questa situazione, ormai largamente compromessa, alcuni mesi fa è salito al potere in Italia il cosiddetto Governo Giallo-Verde, apparentemente di forte rottura rispetto ai precedenti esecutivi a guida PD o Forza Italia, da sempre proni ad ogni tipo di soppruso della UE nei confronti degli interessi del nostro Paese e del nostro Popolo.

Sarebbe ingenuo pensare che determinati fatti accadano per caso, e che i vertici della Lega e del Movimento Cinque Stelle abbiano deciso di fare la guerra all’Europa senza avere forti coperture e alleanze internazionali.

In realtà l’attività del nuovo Governo Italiano va inquadrata in una serie di smottamenti internazionali di ben maggior portata che vedono determinati ambienti atlantici sempre più insofferenti verso il consolidarsi di un’Europa a guida Franco-Tedesca.

L’Italia in questa fase è dunque semplicemente usata come grimaldello dagli USA di Trump per scardinare un certo ordine Europeo che non va più a genio agli ambienti che hanno favorito l’ascesa del tycoon alla Casa Bianca.

A questo punto sorge spontanea una domanda.

All’Italia conviene fare fronte comune con gli altri Paesi Europei (Germania e Francia in particolare, per intendersi) contro le ingerenze di una Potenza non Europea?

Oppure è preferibile farsi usare (e potenzialmente anche scaricare o barattare, quando ciò dovesse risultare più conveniente) come un semplice oggetto di politica internazionale da tale Potenza non Europea risoluta a regolare gli equilibri interni del nostro Continente?

Per chi abbia seguito e condivida l’analisi portata avanti fino ad ora, la prima opzione non può neanche essere presa in considerazione. Storicamente è dimostrato che nessuna convivenza pacifica e di mutuo beneficio è possibile con Paesi come la Germania e la Francia, che da sempre mirano all’indebolimento politico ed economico dell’Italia, quando non anche allo smembramento della Penisola.

Però, sebbene in una prospettiva prettamente tattica e di breve periodo qualcuno potrebbe essere portato ad affermare che tra i due mali il male minore sia forse quello allinearsi alle posizioni USA (storicamente la dominazione anglo-americana per noi si è dimostrata più lieve di quella tedesca o francese), anche la scelta di questa seconda opzione sarebbe un tragico errore. Sempre di vassallaggio si tratta.

Questa UE è arrivata al capolinea. I fatti di questi giorni a Parigi ne danno l’ennesima conferma. (E sicuramente neanche la rivolta dei gilet gialli si è sviluppata motu proprio.)

Il futuro che aspetta le Nazioni Europee che rinasceranno (se rinasceranno) dalle rovine della UE in un contesto geopolitico completamente diverso da quello attuale (il “Secolo Cinese” è già cominciato) è quantomai incerto. Meglio farci trovare pronti e con le idee chiare su quale sarà il quadro strategico da affrontare, quale il percorso da seguire e quali le alleanze preferenziali da stringere.

Nella Storia tutto va e tutto torna indietro, eternamente. La ruota della Storia avrà fatto un nuovo giro completo solo quando avremo ritrovato la nostra collocazione naturale e ripreso possesso della nostra sovranità.

fonte e articolo completo http://sakeritalia.it/europa/italia/litalia-a-letto-con-il-nemico/

Non nascondiamoci dietro un dito. La manovra l’ha dettata l’Europa o forse no!

Alla fine l’ondata sovranista si è rivelata un’ondina. C’è poco da fare. Eravamo partiti non bene, diciamo benino (ciò perché alcune caselle importanti del Governo – come l’Economia e gli Esteri – più che espressione del populismo gialloverde sono state espressione della continuità istituzionale europeista degli ultimi dieci anni) e siamo finiti a schifio, con una manovra finanziaria assolutamente insufficiente, inadeguata, dettataci da Bruxelles, pur con alcune lievi differenze rispetto al passato, che però non sono di sostanza.

Finirà dunque come è sempre finita negli anni passati. Con una legge di bilancio che il Parlamento dovrà limitarsi a respingere o ad approvare, e che probabilmente approverà, perché – spiacente per Borghi e Bagnai – salterà l’esame delle Commissioni e sarà sottoposta al giudizio dell’aula con il sigillo della “fiducia”. Dunque sarà un prendere o un lasciare a pacchetto chiuso. E scommetto che alla fine il Parlamento “sovrano” (il virgolettato non è casuale) approverà senza fiatare, perché l’alternativa è l’esercizio provvisorio e persino una crisi di governo.

Prima di ci rassegniamo, prima affrontiamo questa dura verità, e prima riusciremo a ritrovare il bandolo della matassa, dando atto che forse la traccia sovranista nel governo gialloverde non è poi così influente nelle dinamiche decisionali né lo era fin dall’inizio (Savona docet, benché Savona non sia propriamente un sovranista). Del resto, è lo stesso Barra Caracciolo, sottosegretario al Ministero per i rapporti con l’Europa, a suggerirlo in un recente tweet, quando, ammonendo sul fatto che da qui a maggio le fonti europee potrebbero cambiare in peggio, rendendo ancora più stringente la devoluzione sovrana alla sovrastruttura eurocratica, risponde a una domanda sul perché lui faccia questi appelli pubblici pur facendo parte del governo. «Perché è tutto ciò che posso fare», dice laconico.

Questa frase è la prova provata della debolezza estrema del fronte euroscettico nel governo. E non bastano certo le parole rassicuranti dei vari Borghi e Bagnai – in realtà gli unici, nella Lega, manifestamente sovranisti – a fugare i dubbi che l’ondata sovranista sia appunto un’ondina e che nel Governo, il “verbo” sia tenuto più che in disparte: emarginato del tutto.

Alcuni si consolano sul fatto che non è possibile ottenere tutto e subito, e che ci vuole pazienza perché forse alla fine c’è una strategia il cui filo porta alle elezioni europee di maggio e poi, dopo una crisi di Governo, alle elezioni politiche dove la Lega “sovranista” farà il pieno di voti. E questo potrebbe anche essere un ragionamento che può reggere, perché trent’anni di eurismo non si scardinano in pochi mesi e la Lega effettivamente veleggia oltre il 30% dei consensi (virtuali). Ma la questione non è solo legata all’Italexit, che oggettivamente è una strada allo stato impraticabile e che può essere vista solo in prospettiva, quanto piuttosto al repentino mutamento d’approccio che questo Governo ha avuto nei confronti dell’euroburocrazia. Partito come un bulldozer che avrebbe ridiscusso regole, minacciato veti e sovvertito l’arroganza franco-tedesca, è diventato via via una cinquecento, disposta a trattare con l’Europa sui decimali di deficit, e il tutto mentre Macron “l’europeista”, sotto i colpi dei gilet jaunes, decideva di sforare allegramente il deficit oltre il 3%.

Chiaramente le ragioni di questo cambio di rotta ci sono. E’ subentrata la “paura”. Paura dei mercati, paura dello spread, paura del venire “isolati” in Europa. Insomma, le paure che si instillano nella mente di chi è stato sequestrato per decenni e rinchiuso in uno scantinato: il mondo di fuori è pericoloso e minaccioso, e tu sei debole, brutto e solo. Se esci è finita. Rimani qui e sarai al sicuro. Poi, poco importa che quella “sicurezza” comprenda umiliazioni, privazioni e la prigionia.

I nostri si sono lasciati irretire, complice l’inesperienza o forse complice l’intenso lavorio di chi, dentro e fuori il paese, non vuole che la linea “prona” dell’Italia nei confronti dell’Europa franco-tedesca cambi. E così alla fine hanno ceduto e si sono messi intorno a un tavolo con Moscovici e Junker per decidere i destini del popolo italiano, testimoniando ancora una volta che la sovranità non appartiene al popolo italiano, che la esercita mediante il Parlamento, ma appartiene alla Commissione Europea, espressione di una ventina di Stati, molti dei quali diretti competitor economici e politici della Repubblica. L’idea che questo organismo – pesantemente influenzato dai tedeschi e dai francesi e dai loro alleati satellite – possa (o abbia potuto) davvero concordare una manovra nell’interesse degli italiani, è una bugia alla quale pensavamo che i gialloverdi non avrebbero mai creduto. E invece…

Fonte https://www.qelsi.it/2018/non-nascondiamoci-dietro-un-dito-la-manovra-lha-dettata-leuropa/

Le cose buone e quelle da migliorare dopo i primi sei mesi di governo (di Giuseppe PALMA)

Capisco che un po’ di risentimento ci sia, ma occorre anche evidenziare come questo governo abbia per davvero tutti contro: dai giornaloni alle Tv, dalla sovrastruttura europea ai funzionari di Stato. Insomma, l’establishment è all’opposizione.
Ciononostante, in appena sei mesi ha bloccato l’invasione migratoria, programmato quota 100 e reddito di cittadinanza a partire da marzo/aprile del prossimo anno, innalzato il regime fiscale forfettario a 65 mila euro l’anno, introdotto una prima fase della flat-tax al 15% e previsto norme più severe che garantiscono maggiore sicurezza ed ordine pubblico. E non ha firmato il Global compact sui Migranti.
Non solo: ha reso il lavoro un po’ meno precario e per le imprese ha reso inefficaci studi di settore, redditometro e spesometro (anche se su questo bisogna essere più incisivi).
Ha commesso anche alcuni errori, come ad esempio non aver trovato 2 miliardi per disattivare l’obbligatorietà della fatturazione elettronica tra partite Iva in regime fiscale ordinario. Un problema a cui dovrà porre rimedio il prossimo anno. È pur vero che per i regimi fiscali dei minimi e forfettario non sarà obbligatoria la fatturazione elettronica in uscita, ma è altrettanto vero che proprio questo governo doveva evitarne l’obbligatorietà anche per il regime ordinario.
Come ho avuto modo di suggerire ad alcuni amici della maggioranza parlamentare, occorre al più presto porre rimedio a quella assurdità secondo la quale chi ha quote societarie in una Srl non può avere anche una partita Iva in regime fiscale forfettario. Occorre anche qui risolvere il problema prima della fine dell’anno. Altro errore è stato il taglio giustizialista impresso alle nuove norme sulla lotta alla corruzione. Il clima giacobino è sempre stato condannato dalla Storia.
Sul rapporto con Bruxelles è invece riuscito a portare a casa la pellaccia. Poteva finire peggio per il nostro Paese. Né la Ue si è piegata all’Italia, né l’Italia si è piegata alla Ue. Sostanzialmente a Bruxelles hanno capito che a Roma non ci sono più camerieri. E il Presidente del Consiglio è riuscito ad evitare la procedura di infrazione pur restando invariate le misure da adottare, seppur spostate di qualche mese. Si è tentato di affondare l’esecutivo prima con lo spread e poi con la procedura di infrazione. Al momento il nemico ha dovuto rinunciare.

Oltre alle correzioni che ho proposto finora, per il prossimo anno tre sono le cose fondamentali da fare: 1) proseguire col programma di flat-tax e portare a casa l’inversione dell’onere della prova in ambito tributario (riportandola a capo dell’Amministrazione finanziaria); 2) introdurre i minibot o la moneta fiscale; 3) approvare una Legge di revisione costituzionale che abroghi il vincolo del pareggio di bilancio. E in campagna elettorale per le europee, quantomeno la Lega deve tornare a parlare di euro e dei suoi aspetti di criticità. Diversamente, la battaglia più importante di tutte finirà nelle mani di altri partiti come ad esempio Fratelli d’Italia o CasaPound, con un drenaggio di voti che potrebbe penalizzare proprio la Lega. Un errore politico che Matteo non deve commettere.

Si poteva fare di più in questi sei mesi? Non lo so, forse si. Mi rincuora comunque quell’ordine del giorno col quale la Camera dei deputati ha impegnato il governo, nel recepimento della normativa europea, di valutare prima – e in ogni caso – la compatibilità con la Costituzione. Non è molto, ma certamente un’inversione di tendenza rispetto al passato c’è stata.
E ricordatevi sempre che l’alternativa a questo governo è un esecutivo Cottarelli (o similari), cioè quelli che vogliono raddoppiare l’avanzo primario. Intanto coloro che oggi criticano il governo Conte per aver “ceduto” a Bruxelles, sono gli stessi che nel 2016 ammettevano esplicitamente il tradimento della Nazione:

Per questo io mi tengo stretto Salvini e tutto il governo Conte. Pur continuando ad essere critico quando ci sarà da esserlo, ma allo stesso tempo propositivo e costruttivo, cercando di dare sempre consigli nell’interesse nazionale. Costituzione alla mano.

Giuseppe PALMA

fonte https://scenarieconomici.it/ecco-le-cose-buone-e-quelle-da-migliorare-dopo-i-primi-sei-mesi-di-governo-di-giuseppe-palma/

Global Pact 2.0

Tredici generali francesi  hanno indirizzato una lettera a Mr Macron. Più che una petizione sembrerebbe essere una diffida.

“Signor presidente”

“Voi vi apprestate a firmare, il 19 dicembre il “patto mondiale sulle migrazioni sicure, ordinate e regolari”  che istituisce un vero diritti alla migrazione. Esso potrà imporsi sulla nostra legislazione nazionale  […].

“Ci appare che la sola sovranità che resterà alla  Francia consisterà nel fissare liberamente il modo di mettere in opera gli obbiettivi del patto. Voi non potete cedere a questo nuovo taglio alla sovranità nazionale senza un dibattito pubblico, dato che  l’80% della popolazione francese ritiene che bisogna bloccare  o regolare  drasticamente  l’immigrazione. Decidendo di  firmare questo patto da solo,  voi aggiungerete un motivo di rivolta supplementare alla collera di un popolo già maltrattato. Vi rendereste colpevole di denegazione di democrazia, per non dire di tradimento verso la nazione.

“Del resto, le finanze  del nostro paese sono esangui e il nostro indebitamento cresce. Dunque voi non potete prendere il rischio di un appello alla migrazione, costoso, senza aver  dimostrato prima che non sarete obbligato a ricorrere a nuove imposte per rispondere agli obbiettivi del patto. D’altra parte, dovete essere capace, in termini di sicurezza, di eliminare le conseguenze legate all’arrivo di popolazioni extra-europee. Infine, non potete ignorare che l’essenza stessa del politico è assicurare la sicurezza  all’esterno e la concordia all’interno.  Ora, questa concordia non si può ottenere che a condizione del mantenimento di  una certa coerenza interna della società, la sola capace di permettere di “volere insieme”, ciò che diventa sempre  più problematico oggi.

“Lo Stato  francese si rende conto alquanto in ritardo dell’impossibilità di integrare popolazioni troppo numerose, di culture totalmente differenti, che si sono raggruppate negli ultimi 40 anni in zone che non si sottomettono più alle leggi della Repubblica. Voi non potete più, da solo, decidere di cancellare i nostri riferimenti di civiltà e privarci della nostra patria carnale. Vi chiediamo dunque di soprassedere alla firma di questo patto e  chiamare i francesi a pronunciarsi su di esso per referendum. La vostra elezione non costituisce un assegno in bianco”..»

  1. Charles MILLON – Ancien Ministre de la Défense

Général Marc BERTUCCHI

Général Philippe CHATENOUD

Général André COUSTOU

Général Roland DUBOIS

Général Daniel GROSMAIRE

Général Christian HOUDET

Général Michel ISSAVERDENS

Amiral Patrick MARTIN

Général Christian PIQUEMAL

Général Daniel SCHAEFFER

Général Didier TAUZIN

Colonel Jean Louis CHANAS

Il voto italiano al Global Compact for Refugees.

Articolo FLASH  che parte da considerazioni legate al voto italiano all’ONU, favorevole, sul Global Compact for Refugees, meno grave di quello relativo al Global Compact for migration,che deve essere votato dal parlamento “de noartri” ma che lascia le porte aperte a certe situazioni potenzialmente pericolose, come quelle dei migranti climatici.

Sappiamo che la misura è stata votata dall’ambasciatrice all’ONU  Mariangela Zappia, e non è ancora ben chiaro quali siano state le istruzioni che siano state ricevute dal Governo italiano a proposito. In attesa, proviamo a farci la domanda come mai un ambasciatore italiano possa firmare un accordo internazionale scavalcando il governo, e proviamo a darci una risposta.

Chiediamoci ad esempio chi è il marito della signora ambasciatrice. Casualmente è un diplomatico francese, Denis Joseph Marie Calliaux. Vicepresidente del fondo ONU per l’Infanzia, responsabile per l’Africa occidentale,  e precedentemente un funzionario della diplomazia francese presso l’ambasciata di Parigi in Etiopia.

Quindi abbiamo un bel mix familiare: diplomatico italiano, e diplomatico ONU e Francese. Poteva la signora Zappia votare diversamente? Evidentemente no….. Se poi ricordiamo che l’ambasciatrice fu consigliera diplomatica di Renzi, ma giunse al limite della rottura perche non aveva il grado sufficiente per l’importante nomina ONU, abbiamo un quadro completo. Ora possiamo scommettere su una prossima Legion d’Onore: il buon lavoro deve essere premiato

fonte https://scenarieconomici.it/il-voto-italiano-al-global-compact-for-refugees-fatevi-delle-domande-e-datevi-delle-risposte/

GLOBAL COMPACT ON REFUGEES, LA VERITA’ NASCOSTA

In un innegabile e dimostrabile totale silenzio mediatico e istituzionale, Lunedì 17 Dicembre 2018, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (Italia compresa) ha votato a favore della risoluzione Global Compact on Refugees.
Voti a favore 181, contrari 2 (Stati Uniti e Ungheria) e astenuti 3.

Il testo ufficiale in inglese è disponibile su https://www.unhcr.org/gcr/GCR_English.pdf

La premessa (Background) del Patto Globale è l’esistenza, si scrive, di problemi di carattere umanitario, di principi fondamentali di umanità e solidarietà internazionale verso decine o centinaia di milioni di persone nel mondo che, si scrive, versano in stato di rifugiati.

Si ripete in più parti nel testo il termine di human rights (diritti umani) riferendosi solo a quelli dei rifugiati.

Si pongono in prima linea, ripetutamente nel testo, i bambini, le donne, i giovani, i disabili e gli anziani.

Salvo però poi aggiungere un contenuto ben diverso, infatti per rifugiati si intendono non solo quelli di guerra, le persone State less (senza Stato), le persone oggetto di discriminazione sessuale, di persecuzioni ad ogni titolo, ma un ambito amplissimo che ricomprende anche i migranti climatici (è scritto nell’ Introduzione, paragrafo D : “…climate, enviromental degradation and natural disasters increasingly interact with the drivers of refugee movements” = ”…il peggioramento del clima, dell’ambiente e i disastri naturali interagiscono fortemente con gli spostamenti dei rifugiati”). A ciò si aggiungono gli “humanitarian visa” previsti a pag. 19, che dopo essere usciti dalla porta, rientrano dalla finestra.
Andando quindi, di fatto, ben al di là dei principi e degli obiettivi della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951.

E questo cambia tutto, a questo punto chiunque può rientrare nel concetto di rifugiato, tanto più che è sufficiente una richiesta di stato di rifugiato e in nessuna parte del testo si parla di loro riconoscimento effettivo o selezione.
Si procede unicamente alla registrazione dei rifugiati in entrata con rilievi biometrici (vengono prese le impronte digitali), presso i punti di entrata ai confini o dopo il loro arrivo, al fine di identificare e separare i combattenti (terrorismo).

Nonostante si dichiari che il Global Compact non sia vincolante, in altri parti del testo si rimanda ad obblighi per gli Stati, nascenti da norme internazionali o regionali (come potrebbe essere per noi una normativa UE).

Alla luce di quando scritto, mettere come baluardo del Global Compact le categorie di bambini, donne, giovani, disabili e anziani (le parole del politically correct capaci di convincere l’opinione pubblica a non opporsi, salvo sentirsi degli infami) assume il sapore di false flag (falsa bandiera) dietro cui nascondere un esodo di massa epocale, numericamente senza precedenti, di cui si tacciono gli stravolgimenti sociali ed economici.

Questo esodo di massa sarà supportato a livello logistico ed economico dagli Stati e dai c.d. “relevant Stake holders”, definiti nell’Introduzione capitolo A, n. 3 : organizzazioni internazionali dentro e fuori le Nazioni Unite, altri attori umanitari, istituzioni finanziarie internazionali e regionali, esperti, il settore privato, la società civile, i media, i rifugiati ospitati, organizzazioni non governative e il World Bank Group (specificati in note 30 e 31 a pag. 13) .

Obiettivi dichiarati sono l’ingresso dei rifugiati in Host Country, lo Stato che accoglie, che può chiedere i supporti citati e che dovrà effettuare l’ immissione dei minori in circuiti di formazione e gli adulti in lavori definiti “decent”.
Obiettivo chiave è inoltre la redistribuzione di rifugiati in altri Stati rispetto ai primi Stati ospitanti, secondo quella che viene definita “The three-years strategy on resettlement”, la strategia triennale di ricollocamento previsto tra il 2019 e il 2021.

Del tutto secondario, di fatto, l’obiettivo di rimpatri volontari dei rifugiati.

Il testo si pone il problema di come attuare una pacifica coesistenza tra cittadini nativi e rifugiati, sottolineando il solo aspetto di combattere tutte le forme di discriminazione. (Mi domando in che modo, introducendo reati di opinione e mobilitando milizie, tipo Eurogendfor, in caso di contestazioni ?)

La volontà e il notevole spiegamento logistico ed economico per fare entrare persone straniere in Europa e in Italia è evidente, come è evidente la volontà di svuotare il Continente Africano.

A questo punto sorgono legittime delle domande sul perché.
Escluso l’intento di benefattori coinvolti quali le banche e il settore privato….

Sarà mica perché le multinazionali abbiano a disposizione mano d’opera a bassissimo costo, livellando al ribasso anche gli stipendi degli Europei ?
Sarà mica per aumentare il numero dei loro consumatori ?
Sarà mica per consentire a Francia e Cina di sfruttare indisturbati le risorse minerarie Africane ?
Sarà mica per creare un ristretto gruppo di padroni ricchi che dominano una massa di popolazione indebolita, instaurando la più grande dittatura della storia ?
Alla società le risposte.

Valentina Lucarelli
Consulente legale, specializzata in Diritto alimentare, blogger e speaker radiofonica

fonte https://scenarieconomici.it/global-compact-on-refugees-la-verita-nascosta/


Il nuovo mondo che verrà

colonialismo dei secoli scorsi

All’inizio di un saggio del 1986 per The Nation Gore Vidal diede la sua ricetta sul moribondo impero statunitense, dall’economia un tempo ineguagliata e ora raggiunta da Tokyo e Pechino. “Affinché gli USA sopravvivano economicamente nel futuro mondo sino-giapponese”, scrisse, “un’alleanza coll’Unione Sovietica è una necessità. Dopotutto, la razza bianca è una razza minoritaria con molti nemici ben precisi, e se le due grandi potenze dell’emisfero settentrionale non si uniscono, finiremo per diventare agricoltori o, peggio, meri passatempo per più di un miliardo di asiatici trucemente efficienti”. Inutile dire che l’impero non seguì il consiglio. I russi rimasero una “minaccia esistenziale” fino alla caduta dell’Unione Sovietica, quando la NATO (alias Washington) partì per la sua marcia belligerante verso est. La marcia è ancora veloce: il Montenegro veniva inghiottito nel giugno dello scorso anno, mentre Ucraina, Georgia e Macedonia sono state etichettate come “aspiranti membri”. Ucraina e Georgia ebbero la promessa di diventare membri futuri nel 2008. L’ispezione della mappa dell’Europa dimostra perché le persone sensate ne sono preoccupate. Allo stato attuale, tre paesi, Norvegia, Estonia e Lettonia, hanno la speciale distinzione di condividere il confine con la Russia e di appartenere a un’alleanza militare apertamente ostile alla Russia. Ucraina e Georgia, se la NATO dovesse rimediare alla promessa, li porterebbe a cinque. L’occidente non è pronto a riposare fin quando la Russia non sarà completamente circondata. I recenti conflitti militari in Georgia e Ucraina (tutta colpa di Mosca, naturalmente) possono essere compresi solo in tale contesto. Per chi non può avere a una mappa, o il cui cervello è permanentemente danneggiato dalla propaganda degli Stati Uniti, un rapido pensiero. Supponiamo che un’alleanza militare a guida russa, che si espande costantemente verso ovest negli ultimi venti anni, bombardando e smembrando Paesi sulla strada, includa la maggior parte dell’America centrale e pensi ad annettersi Canada e Messico. Supponiamo, inoltre, che questa ipotetica entità sia in procinto di circondare gli Stati Uniti con un sistema di intercettatori missilistici. Infine, supponiamo che la Russia abbia la brutta abitudine d’invadere unilateralmente e attaccare Paesi sovrani, e un budget militare undici volte più grande di quello degli Stati Uniti “. Sareste perdonabili (1) sentendovi sconcertati e (2) concludendo che la Russia era uno Stato fuorilegge guidato da una banda di teppisti temerari, ponendo una grave minaccia non solo agli Stati Uniti ma all’intero pianeta. E gli Stati Uniti potrebbero essere perdonati per aver fatto tutto ciò che in loro potere per proteggersi dal comportamento malevolo della Russia, ne avrebbero un obbligo, infatti.
La situazione inversa è quella in cui ci troviamo ora. C’è un’altra Guerra Fredda, solo senza la parità che caratterizzava la primo: oggi non c’è equivalenza tra potenza statunitense e russa (ricordate: il Patto di Varsavia fu sciolto nel 1991), né qualsiasi tra azioni ed intenzioni. Washington vuole il dominio del mondo; Mosca vuole la sicurezza nazionale e un ordine mondiale multipolare. La Russia non è un rivale, per non parlare minaccia, degli Stati Uniti. La Cina, d’altra parte, lo è. Dopo aver già superato gli Stati Uniti come prima economia del mondo, Pechino può ora sfidare la pretesa dell’impero statunitense sul primato globale. Nessun dirigenti cinese incarcerato cambierà ciò. Il che significa che le parole di Vidal sono più pertinenti che mai, oltre trent’anni dopo. Se gli Stati Uniti intendono mantenere lo status di maggiore potenza, è essenziale una relazione più amichevole con la Russia. (È anche essenziale se intendiamo evitare lo scambio nucleare, ma a nessuno sembra importargli molto). Demonizzare e provocare la Russia è una perdita di tempo controproducente: servirà solo ad avvicinare Mosca a Pechino, così come altri piccoli Paesi vittime di bullismo da Washington.
Considerate l’Iran, alla cui economia Washington ha ancora una volta dichiarato guerra. L’Europa può essere abbastanza spietata da giocarci, ma quale incentivo avrebbe Mosca a smettere di commerciare con Teheran? Proprio alcuno. Come notava George Galloway dopo che il Venezuela (anch’esso sotto attacco economico) annunciava che non avrebbe più usato il dollaro, non ha senso per Paesi come Iran, Cina e Russia cambiare dollari quando tale valuta viene usata contro loro. Hanno tutti i motivi per respingere gli Stati Uniti e, per estensione, il petrodollaro. Sanzionando chiunque gli capiti, gli Stati Uniti minano i propri interessi contribuendo al proprio declino. Non contate sul fatto che i capi di Washington lo capiscano. Sono decisi a farsi più nemici possibili. Il gemello malvagio di Caspar Milquetoast, l’onorevole John Bolton (THJB), lo dimostrava in un discorso che illustrava la nuova politica del regime di Trump nei confronti dell’Africa, avvertendo, THJB, che gli Stati Uniti respingeranno le “pratiche predatorie” di Cina e Russia nel continente. Secondo THJB, “la Cina usa tangenti, accordi oscuri e uso strategico del debito per tenere legati gli Stati africani a desideri e richieste di Pechino. Le sue iniziative di investimento sono corrotte e non rispettano gli standard ambientali o etici dei piani di sviluppo degli Stati Uniti”.
La strategia di Trump per contrastare ciò? Il ricatto. “Gli Stati Uniti non forniranno più assistenza indiscriminata in tutto il continente, senza focus o priorità”, aveva detto THJB. “E non appoggeremo più le missioni di pace ONU improduttive, infruttuose e non responsabili”, continuando, aggiungeva: “Vogliamo qualcosa di più da mostrare per i dollari sudati dai contribuenti statunitensi”, come ad esempio gli insediamenti illegali israeliani. In altre parole, l’Africa deve scegliere tra l’essere sfruttato dalla Cina e sfruttato dagli Stati Uniti. Questo continente non è abbastanza grande per due stupratori geopolitici. Quindi scegli e scegli con saggezza, oppure puoi salutare le tue missioni di pace. Un bell’esempio di “standard etici” impeccabili di Washington.
Sui russi, THJB dice che esportano armi ed energia in Africa in cambio di voti alle Nazioni Unite che mantengono “uomini forti al potere, minano la pace e la sicurezza, e vanno contro gli interessi del popolo africano”. Il regime di Trump, inutile dire che è contrario agli uomini forti, a favore della pace e della sicurezza, e ha a cuore gli interessi del popolo africano. Questo trio di principi spiega il nostro intervento umanitario in Libia, ora Stato fallito afflitto da violenze, terrorismo e traffico di esseri umani. C’è anche AFRICOM, l’oscura operazione del Pentagono nell’Africa occidentale. Lo scopo dichiarato di AFRICOM è, avete indovinato, combattere il terrorismo e garantire la sicurezza regionale (fa un grosso lavoro). Nel 2008, tuttavia, il Viceammiraglio Robert Moeller fece cadere un granello di verità: uno dei “principi guida” di AFRICOM è facilitare “il libero flusso di risorse naturali dall’Africa al mercato globale.” Scioccante!
La Cina, ci dicono, usa “tangenti, accordi oscuri ed uso strategico del debito” per ottenere ciò che vuole in Africa. Gli Stati Uniti usano soldati. Africa, preferiresti essere strangolato o pugnalato? I gangster di Washington evidentemente pensano di poter avere l’intero continente africano per se. Questo è la delusione su cui operano gli Stati Uniti. Più si diventa vulnerabili, più si è convinti dell’invulnerabilità. Man mano che ci si esaurisce, si accelera. È un caso acuto di verleugnung (negazione della realtà). Siamo nel campo di Norma Desmond a questo punto. L’impero è sul letto di morte: morirà e sarà una brutta morte. Cioè, a meno che non ci svegliamo nella realtà ovvia che il mondo non è più nostro e che per ammorbidire il colpo del nostro imminente collasso, dobbiamo fare amicizia coi vecchi nemici. Possiamo iniziare con i russi. Dopotutto, secondo THJB, i loro hobby sono puntellare i dittatori, violare pace e sicurezza e approfittare dei Paesi del terzo mondo. Andremmo d’accordo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

fonte http://aurorasito.altervista.org/?p=4116

La principessa cinese Meng Wanzhou

L’arresto del 1 dicembre da parte delle autorità canadesi, a Vancouver, della chief financial officer di Huawei Technologies, Meng Wanzhou, su mandato degli Stati Uniti, rappresenta la draconiana applicazione extraterritoriale di una dubbia legge statunitense e della pretesa violazione di Huawei delle sanzioni all’Iran. Meng fu arrestata all’aeroporto internazionale di Vancouver, mentre di passaggio cambiava aereo. Meng è accusata dall’amministrazione Trump di aver utilizzato Skycom, filiale di Huawei di Hong Kong, per eludere le sanzioni statunitensi all’Iran tra il 2009 e il 2014. Un giudice della British Columbia concesse la cauzione a Meng, fissata a 7,4 milioni di dollari USA. Le fu richiesto di consegnare il passaporto alle autorità canadesi. Sebbene Meng sia accusata dal Procuratore degli Stati Uniti di Manhattan di violare le sanzioni commerciali statunitensi all’Iran e di mentire alla HSBC Bank a sostegno delle presunte violazioni delle sanzioni, Donald Trump diceva a Reuters che potrebbe usare l’arresto di Meng come merce di scambio con la Cina sugli attuali negoziati commerciali tra Washington e Pechino. Essenzialmente, Trump ritiene che Meng sia un suo ostaggio da barattare con Pechino nella guerra commerciale sino-statunitense. I commenti di Trump che suggerivano che Meng sia una pedina politica, mettevano in discussione la legalità del caso degli Stati Uniti contro Meng attirando aspre critiche dal primo ministro canadese Justin Trudeau, il quale affermava che il Canada avrebbe rispettato lo stato di diritto e non “quello che succede in altri Paesi”. A giugno, Trump minacciò di sanzioni la ZTE, società di telecomunicazioni cinese, che avrebbe venduto prodotti ad Iran e Corea democratica. Le aziende statunitensi che forniscono componenti a ZTE avrebbero dovuto affrontare possibili licenziamenti e bancarotta se ZTE fosse stata sanzionata.  L’applicazione extraterritoriale delle leggi statunitensi sulle sanzioni all’Iran, dettate dalla potente lobby israeliana a Washington, oltre al ruolo del Canada come bravo di Washington nel sequestrare Meng, non aggrada la Cina. Il Ministro degli Esteri cinese richiamava l’ambasciatore statunitense Terry Branstad e quello canadese John McCallum avvertendoli che l’arresto di Meng è “illegale, immotivato e infame”. La Cina arrestava Michael Kovrig, ex-diplomatico canadese in Cina e Hong Kong, come risposta all’arresto di Meng. Kovrig era in Cina per conto dell’International Crisis Group, un’organizzazione non governativa collegata da anni alla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti.  Il Viceministro degli Esteri cinese Le Yucheng avvertiva Branstad del “modo vile” con cui, Meng, figlia del fondatore di Huawei Ren Zhengfei, veniva arrestata in Canada e il Ministro degli Esteri cinese aveva anche detto all’ambasciatore McCallum di inoltrare a Ottawa la richiesta d’immediato rilascio di Meng che era, fino al 2009, residente in Canada. L’arresto di Meng rappresenta un’insolita applicazione extraterritoriale della legge statunitense su un cittadino straniero, in un Paese terzo, il Canada. L’estradizione di Meng negli Stati Uniti per i legami commerciali di un’impresa cinese coll’Iran è assai dubbia secondo il diritto internazionale.
L’arresto di Meng segna la fine anche della tregua del G20 recentemente approvata da Trump e Xi Jinping a Buenos Aires. A peggiorare le cose, Trump cenava con Xi a Buenos Aires mentre Meng veniva arrestata in Canada. I cinesi comuni ne erano così indignati, che apertamente parlano di guerra agli Stati Uniti. Trump avvertiva i Paesi che aderiscono al JCPOA che la sua amministrazione li avrebbe sanzionati con le loro compagnie se avessero continuato i legami finanziari coll’Iran dopo che gli Stati Uniti avevano imposto unilateralmente nuove drastiche sanzioni il 4 novembre. Un’altra nazione che potrebbe risentire dell’ira di Washington è l’Algeria. La sua compagnia petrolifera statale Sonatrach assegnava alla China National Petroleum Corporation (CNPC) un contratto da 420 milioni di dollari per rinnovare la raffineria di Algeri. Parte del contratto, aggiudicato il 6 novembre, due giorni dopo le sanzioni “secondarie” statunitensi imposte a terzi con legami commerciali coll’Iran, era per Huawei fornitrice dei servizi di telecomunicazione.  Un’altra nazione preoccupata dalle intenzioni dell’amministrazione Trump è la nazione dell’Africa occidentale del Benin. Huawei v’installa una rete a fibra ottica, garantita da un pacchetto di aiuti finanziari da 80 milioni di dollari della cinese Eximbank. I funzionari dell’amministrazione Trump avvertivano anche la Corea del Sud sul possibile contratto di Huawei per l’installazione di una rete wireless a banda larga nel Paese.
 Nel 1909, il famoso giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Oliver Wendell Holmes, sostenne che le leggi statunitensi non potevano essere applicate ad altri Paesi. Questo principio, noto come “presunzione contro l’extraterritorialità”, veniva ridotto dalle recenti amministrazioni statunitensi. Questa erosione della presunzione contro l’extraterritorialità fu particolarmente vista nell’attuazione dagli Stati Uniti nei confronti di terzi delle sanzioni contro l’Iran e dell’embargo a Cuba. Gli Stati Uniti agivano non solo da poliziotti del mondo, ma anche da giudice, giuria e spesso boia.

La cosa migliore del presidente degli Stati Uniti Donald Trump è la sua trasparenza. Ha aiutato immensamente la comunità mondiale negli ultimi due anni di turbolenze a vedere la vera faccia degli USA. Dietro il velo dell’”eccezionalismo”, gli statisti nordamericani fino a Barack Obama si preoccupavano di camuffare intenzioni e motivazioni. Ma Trump non spreca fiato fingendo false pretese sull’eccezionalismo e lo stato di diritto degli USA. Le ultime osservazioni di Trump nell’intervista a Reuters lo testimoniano. È franco sul clamoroso arresto di Meng Wanzhou, vicepresidente del gigante cinese degli smart phone Huawei, a Vancouver, in Canada, il 1° dicembre, dove era in transito, su accuse dei pubblici ministeri statunitensi di violare le sanzioni statunitensi contro l’Iran e chiedendone l’estradizione negli Stati Uniti. Reuters citava Trump che potrebbe intervenire nel caso Meng, Chief Financial Officer di Huawei e figlia del proprietario di Huawei, la società hi-tech di punta con fatturato di 92,55 miliardi di dollari nel 2017, collegato al Partito Comunista Cinese. Trump aveva detto, “Qualunque cosa sia buona per questo Paese, la farei. Se penso che sia positivo per ciò che sarà sicuramente il più grande accordo commerciale mai fatto, una cosa molto importante, ciò che è buono per la sicurezza nazionale, interloquirei certamente se pensassi fosse necessario”. Trump aveva anche detto che la Casa Bianca aveva parlato col dipartimento di Giustizia del caso, così come coi funzionari cinesi. “Loro (i cinesi) non mi hanno ancora chiamato. Parlano alla mia gente. Ma non mi hanno ancora chiamato”, aveva detto quando gli fu chiesto se avesse parlato col Presidente Xi Jinping del caso. In effetti, Trump aveva introdotto l’Arte degli affari collegando il caso Meng con le trattative USA-Cina sulla controversia commerciale. Tale collegamento demolisce la posizione dei funzionari statunitensi secondo cui il caso Meng non è politico e non ha “niente a che fare con la guerra commerciale”.
Un aspetto interessante è che la detenzione di Meng coincide esattamente coll’incontro assai pubblicizzato tra Trump e il Presidente Xi in Argentina. Stranamente, Trump espresse grande ottimismo dopo l’incontro con Xi in una serie di tweet: “Il mio incontro in Argentina col Presidente Xi è stato straordinario. Le relazioni con la Cina hanno fatto un grande balzo in avanti! Succederanno cose molto buone. Abbiamo a che fare con una grande forza, ma anche la Cina ha molto da guadagnare se e quando un accordo viene completato. Livella il campo!” (3/12/2018)
“Il presidente Xi e io abbiamo una relazione molto forte e personale. Lui e io siamo le uniche due persone in grado di produrre un cambiamento massiccio e molto positivo sul commercio e molto altro, tra le nostre due grandi nazioni. Una soluzione per la Corea del Nord è una grande cosa per la Cina e TUTTI!” (3/12/2018)
“Segnali molto forti inviati dalla Cina una volta tornati a casa dal lungo viaggio, comprese le fermate, dall’Argentina. Non per sembrare ingenuo o altro, ma credo che il Presidente Xi abbia inteso ogni parola di ciò che ho detto nel nostro lungo e, si spera, storico incontro. Su TUTTE le materie discusse!” (5/12/2018)
“Dichiarazione della Cina: “I team di entrambe le parti ora hanno comunicazioni fluide e buona cooperazione. Siamo fiduciosi che un accordo possa essere raggiunto nei prossimi 90 giorni”- Sono d’accordo!” (6/12/2018)
“I colloqui in Cina vanno molto bene!” (7/12/2018)
“Conversazioni molto produttive in corso con la Cina! Guardate certi annunci importanti!” (11/12/2018)
Una notizia del New York Times della scorsa settimana affermava che quando Trump era a cena con Xi Jinping in Argentina per organizzare la “tregua” nella guerra commerciale USA-Cina, in realtà ignorava l’arresto inaudito a Vancouver. Reuters, in un rapporto che citava funzionari statunitensi, affermava che Trump in effetti non sapeva dei piani per arrestare la CEO di Huawei. Tuttavia, un funzionario statunitense ammise che mentre è opera del dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti e all’insaputa della Casa Bianca, l’arresto di Meng potrebbe complicare gli sforzi per raggiungere un accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina, ma che non necessariamente danneggerebbe il processo.
Meng fu rilasciata su cauzione l’11 dicembre. Ma Meng è una principessa cinese, classificata al 12° posto nella classifica delle maggiori imprenditrici cinesi di Forbes, e le sue condizioni per la libertà comprendono una cauzione di 10 milioni di dollari (di cui 7 in contanti). Inoltre, Meng deve rimanere in casa dalle 23:00 alle 6:00, e nella regione di Vancouver (ma lontano dall’aeroporto di Richmond), consegnare i passaporti, indossare un monitor GPS da caviglia e obbedire ai dettagli della sicurezza che la seguono ogni volta che lascia una delle sue case da milioni di dollari a Vancouver, dove deve risiedere a proprie spese. L’intenzione sembra sia umiliare l’orgoglio nazionale cinese e avere concessioni commerciali. Un commento di VoA citava Ming Xia, professore di scienze politiche e affari globali alla City University di New York, soddisfatto dell’arresto di Meng come altro esempio di come i membri della squadra commerciale di Trump sanno usare mosse molto precise per dare alla Cina una lezione. “Questa è una delle molte tattiche e strumenti statunitensi usati nella loro guerra commerciale con la Cina per massimizzare i vantaggi. L’arresto di Meng Wanzhou, credo, dovrebbe essere visto nel contesto della guerra commerciale sino-americana”, aveva detto Ming. Oggi, infatti, una parte consistente non solo dell’amministrazione di Trump, ma dello “Stato profondo” della burocrazia dell’intelligence USA e dei legislatori di punta sembrano istigare una politica aggressiva contro la Cina. L’ex-consigliere politico di Trump, Steve Bannon, elogiava l’arresto di Meng come parte di un approccio “governativo” per contrastare la Cina. “Sotto Trump”, aveva detto Bannon al quotidiano Financial Times, “state vedendo per la prima volta tutte le forze del potere statale statunitense unirsi per affrontare la Cina”. Le parole di Bannon facevano eco a un recente studio del Pentagono sulla base industriale della Difesa statunitense, che chiedeva un approccio “di tutta la società” per prepararsi al conflitto con la Cina.

fonte http://aurorasito.altervista.org/?p=4085

La secessione dell’Unione Europea

Il Mercato Comune della Comunità Europea aveva permesso d’instaurare la pace in Europa Occidentale. Il suo successore, l’Unione Europea, ne distrugge l’eredità, mettendo i Paesi membri gli uni contro gli altri.

Le popolazioni dell’Unione Europea non sembrano essere consapevoli delle nuvole che si stanno addensando sopra le loro teste. Hanno individuato i gravi problemi della UE, ma li affrontano con disinvoltura e non capiscono cosa c’è in gioco con la secessione britannica, la Brexit. Si stanno inoltrando lentamente in una crisi che potrebbe risolversi solo con la violenza.

L’origine del problema

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, i membri della Comunità Europea hanno accettato di piegarsi al volere degli Stati Uniti e hanno ammesso gli Stati dell’Europa Centrale, benché non rispondessero affatto ai criteri logici di adesione. Imboccata questa strada, hanno adottato il Trattato di Maastricht, che ha fatto scivolare il progetto di un coordinamento economico degli Stati europei verso l’idea di uno Stato sovranazionale. Si trattava di creare un vasto blocco politico che, con la protezione militare degli Stati Uniti, si sarebbe avviato insieme a loro sulla via della prosperità.

Questo super-Stato non è per niente democratico. È amministrato da un consesso di alti funzionari, la Commissione, composta da un delegato per ogni Stato dell’Unione, designato dal capo di Stato o di governo del proprio Paese. Mai nella storia si è visto un impero funzionare così. Il modello paritetico della Commissione ha partorito molto presto una gigantesca burocrazia paritaria, dove alcuni Stati sono “più uguali di altri”.

Il disegno di uno Stato sovranazionale si è dimostrato inadeguato al mondo unipolare. La Comunità Europea (CE) era nata dalla branca civile del piano Marshall, di cui la NATO era l’ambito militare.
Le borghesie dell’Europa occidentale, che si sentivano minacciate dal modello sovietico, sostennero la CE sin dal congresso convocato nel 1948 all’Aia da Winston Churchill. Dissolta l’URSS, non avevano più interesse a continuare su questa via.
Gli Stati dell’ex Patto di Varsavia esitavano tra imbarcarsi nell’Unione Europea o allearsi direttamente con gli Stati Uniti. La Polonia, per esempio, acquistò aerei da guerra USA, che utilizzò in Iraq, con il finanziamento della UE per la modernizzazione dell’agricoltura.

Oltre a istituire una cooperazione di polizia e giudiziaria, il Trattato di Maastricht diede vita anche a una moneta e a una politica estera uniche. Tutti gli Stati membri avrebbero adottato l’euro non appena la loro economia lo avesse permesso. Solo Danimarca e Regno Unito intuirono i problemi che sarebbero sorti e ne rimasero fuori. In un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti, la politica estera sembrava non porre problemi.

Considerate le differenze all’interno della zona euro, gli Stati piccoli divennero in breve preda di quello più grosso, la Germania. La moneta unica, che al momento della messa in circolazione era stata allineata al dollaro, si trasformò progressivamente in una versione internazionalizzata del marco tedesco. Non in grado di competere, Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna erano emblematicamente definiti dai mercati finanziari PIGS (maiali). Mentre saccheggiava le loro economie, Berlino propose ad Atene di ristabilirne l’economia in cambio della cessione di parte del suo territorio.

Accadde che l’Unione Europea, pur perseguendo una crescita economica globale, fosse superata da altri Stati il cui sviluppo economico era di parecchie volte più rapido. L’adesione all’Unione Europea, vantaggiosa per i Paesi ex membri del Patto di Varsavia, divenne invece una palla al piede per gli europei dell’Occidente.

Facendo buon uso di quanto insegnato dal fallimento, il Regno Unito decise di ritirarsi dal super-Stato (Brexit) per potersi consociare con gli alleati storici del Commonwealth e, se possibile, con la Cina. La Commissione temette che l’esempio britannico potesse aprire la strada ad altre defezioni, nonché alla fine dell’Unione, pur conservando il Mercato Comune. Decise perciò di stabilire condizioni d’uscita dissuasive.

I problemi interni del Regno Unito

Poiché l’Unione Europea è al servizio dei ricchi contro i poveri, contadini e operai britannici hanno votato per uscirne, il settore terziario per rimanervi.

Come negli altri Paesi europei, anche nella società britannica vi è un’alta borghesia che deve il proprio arricchimento all’Unione Europea, ma, diversamente dagli altri Grandi d’Europa, nel Regno Unito vi è anche una potente aristocrazia. Prima della seconda guerra mondiale essa già godeva dei vantaggi ora procurati dalla UE, nonché di una prosperità che Bruxelles non le può più assicurare. L’aristocrazia ha perciò votato contro l’alta borghesia, ossia per la Brexit, aprendo una crisi all’interno della classe dirigente.

Alla fine, Theresa May fu scelta come primo ministro, pensando che potesse garantire gli interessi degli uni e degli altri (Global Britain). Non è andata così. – In primo luogo, May non è riuscita a concludere un accordo preferenziale con la Cina e incontra difficoltà con il Commonwealth, con cui i legami si sono col tempo allentati. – In secondo luogo, May deve fare i conti con le minoranze scozzese e irlandese, a maggior ragione perché la sua maggioranza include protestanti irlandesi aggrappati ai loro privilegi. – Infine, May deve far fronte alla rimessa in discussione della «relazione speciale» che legava Regno Unito e Stati Uniti.

Il problema che l’avvio della Brexit ha fatto emergere

Dopo aver inseguito invano diversi aggiustamenti dei trattati, il 23 giugno 2016 il Regno Unito ha democraticamente votato per la Brexit. Sorpresa dall’esito del referendum, l’alta borghesia ha tentato immediatamente di rimettere in discussione il risultato. Si parlò di organizzare un secondo referendum, come avvenne con la Danimarca per il Trattato di Maastricht. Poiché questo non è possibile, ora si fa distinzione tra una “Brexit dura” (senza nuovi accordi con la UE) e una “Brexit flessibile” (con la salvaguardia di parecchi impegni). La stampa sostiene che la Brexit sarà una catastrofe economica per i britannici. In realtà, studi anteriori al referendum, nonché a questo dibattito, dimostrano che i primi due anni dopo l’uscita dall’Unione saranno di recessione, ma che il Regno Unito non tarderà a ripartire e a sorpassare l’Unione. L’opposizione al risultato del referendum – nonché alla volontà popolare – vuole dilatare i tempi di applicazione. Il governo ha notificato il ritiro britannico alla Commissione con nove mesi di ritardo, ossia il 29 marzo 2017.

Il 14 novembre 2018 – ovvero due anni e quattro mesi dopo il referendum – Theresa May si è arresa e ha accettato un cattivo accordo con la Commissione Europea. Però, quando lo sottopone al suo governo sette ministri si dimettono, fra cui l’incaricato della Brexit, che evidentemente non conosceva elementi dell’accordo che invece il primo ministro gli attribuisce. Il testo dell’accordo comprende una clausola del tutto inaccettabile per qualunque Stato sovrano: viene fissato un periodo di transizione, la cui durata non è stabilita, in cui il Regno Unito non sarà più considerato membro dell’Unione, ma dovrà sottostare alle sue regole, comprese quelle che saranno adottate in detto periodo.

Dietro questo stratagemma ci sono Germania e Francia.

Appena conosciuto il risultato del referendum, la Germania prese coscienza che la Brexit avrebbe provocato una caduta del PIL di diverse decine di miliardi di euro. Il governo Merkel si applicò quindi non ad adattare l’economia tedesca, bensì a sabotare l’uscita del Regno Unito dall’Unione.

Quanto al presidente francese, Emmanuel Macron rappresenta l’alta borghesia europea, quindi è per sua natura contrario alla Brexit.

Chi c’è dietro i politici

La cancelliera Merkel può contare sull’appoggio del presidente dell’Unione, il polacco Donald Tusk. Effettivamente costui non occupa il posto in quanto ex primo ministro di Polonia, ma per queste due ragioni: la prima è che durante la Guerra Fredda la sua famiglia, che apparteneva alla minoranza casciuba, preferì gli Stati Uniti all’Unione Sovietica, la seconda perché è un amico d’infanzia di Angela Merkel.

Tusk ha iniziato il lavorio d’appoggio alla Merkel ponendo il problema dell’impegno britannico in programmi pluriennali dell’Unione. Se Londra dovesse sborsare quel che s’è impegnata a finanziare, non potrebbe lasciare l’Unione se non versando un indennizzo che oscilla tra i 55 e 60 miliardi di sterline.

L’ex ministro e commissario francese Michel Barnier è stato nominato capo negoziatore con il Regno Unito. Barnier si è già fatto solide inimicizie alla City, che ha maltrattato durante la crisi del 2008. Per di più, i finanzieri britannici sognano di gestire la convertibilità dello yuan cinese in euro.

Barnier ha accettato come sua vice la tedesca Sabine Weyand. È lei in realtà a condurre i negoziati, con l’obiettivo di farli fallire.

Contemporaneamente, l’artefice della carriera di Emmanuel Macron, l’ex capo dell’Ispezione Generale delle Finanze, Jean-Pierre Jouyet, è stato nominato ambasciatore della Francia a Londra. È amico di Barnier, con cui ha gestito la crisi monetaria del 2008. Per far fallire la Brexit, Jouyet si appoggia al leader conservatore dell’opposizione a Theresa May, il presidente della Commissione degli Esteri alla Camera dei Comuni, il colonnello Tom Tugendhat.

Jouyet ha scelto come sua vice la moglie di Tugendhat, l’enarca Anissia Tugendhat.

La crisi si è cristallizzata al summit del Consiglio Europeo di Strasburgo di settembre 2018, in cui Theresa May ha presentato l’accordo che era riuscita a ottenere a casa propria, e che molti altri Paesi avrebbero interesse a prendere come esempio, il piano dei Chequers: mantenere tra le due entità il Mercato Comune, ma non la libera circolazione dei cittadini, dei servizi e dei capitali; non dover più sottostare alla giustizia amministrativa europea del Lussemburgo. Donald Tusk lo respinge bruscamente.

A questo punto è necessario fare un passo indietro. Gli accordi che posero fine alla rivolta dell’IRA contro il colonialismo inglese non hanno risolto le cause del conflitto. Si è avuta la pace solo perché l’Unione Europea ha permesso di abolire la frontiera tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Ora Tusk pretende che, per evitare il rinfocolarsi di questa guerra di liberazione nazionale, l’Irlanda del Nord sia mantenuta nell’Unione Doganale, il che implica la creazione di una frontiera controllata dalla UE, che divide il Regno Unito in due, separando l’Irlanda del Nord dal resto del Paese.

Alla seconda riunione del Consiglio, davanti a tutti i capi di Stato e di governo, Tusk ha fatto chiudere la porta in faccia a May, lasciandola fuori da sola. Un’umiliazione pubblica che non potrà non avere conseguenze.

Riflessioni sulla secessione dell’Unione Europea

Tutte queste manovre di basso conio indicano l’inclinazione dei dirigenti europei all’inganno. In apparenza, rispettano le regole d’imparzialità e decidono collettivamente per servire l’interesse generale (anche se questo concetto è rifiutato dai soli britannici). In realtà, alcuni difendono gli interessi del proprio Paese a scapito dei loro partner, mentre altri difendono quelli della classe sociale d’appartenenza, a scapito di tutte le altre. Il peggio è certamente il ricatto nei confronti del Regno Unito: che sottostia alle condizioni economiche di Bruxelles, in caso contrario ricomincerà la guerra d’indipendenza dell’Irlanda del Nord.

Questo comportamento finirà col risvegliare i conflitti intra-europei, che già hanno causato le due guerre mondiali; conflitti che l’Unione sul proprio territorio ha mascherato, ma che, irrisolti, persistono fuori dell’Europa.

Lo Stato sovranazionale è diventato a tal punto autoritario che durante i negoziati per la Brexit sono sorti altri tre fronti. La Commissione, su richiesta del parlamento europeo, ha aperto due procedure sanzionatorie contro la Polonia e l’Ungheria, accusate di violazioni sistematiche dei valori dell’Unione; procedure il cui obiettivo è costringere questi due Stati in una posizione analoga a quella cui si vuol costringere il Regno Unito durante il periodo di transizione: essere vincolati al rispetto delle regole dell’Unione, senza tuttavia partecipare alla loro definizione. Inoltre, infastidito dalle riforme che si vogliono attuare in Italia, che contrastano con la sua ideologia, lo Stato sovranazionale rifiuta a Roma il diritto a un bilancio che le permetta di attuare la propria politica.

Il Mercato Comune della Comunità Europea aveva permesso d’instaurare la pace in Europa Occidentale. Il suo successore, l’Unione Europea, ne distrugge l’eredità, mettendo i Paesi membri gli uni contro gli altri.

Thierry Meyssan

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

fonte http://www.voltairenet.org/article204000.html

Obbligo vaccinale

Restando sul tema che ha motivato la sospensione di questo blog, ho seguito con interesse le risposte date dall’onorevole Stefano Patuanelli, capogruppo M5S al Senato, al pubblico di una trasmissione locale andata in onda il 26 ottobre scorso a proposito del disegno di legge n. 770, che porta la sua firma. Il DDL, che si candida a sostituire la legge Lorenzin in tema di vaccinazioni obbligatorie e il cui testo è oggetto di audizioni in Senato in questi giorni, è già stato qui criticato in quanto, collocandosi in perfetta continuità con la norma varata dal governo precedente, ne moltiplica i difetti e ne amplia la forza sanzionatoria, la portata, i destinatari.

Ai lettori – fortunatamente pochi – che ancora si interrogano su quanto sia giustificata l’attenzione ormai quasi esclusiva che dedico al nuovo obbligo vaccinale, dovrebbe bastare il fatto che in tutta la storia d’Italia – inclusa, quindi, quella caratterizzata da ondate epidemiche oggi sconosciute – non si era mai assistito a un’imposizione farmaceutica di massa di queste proporzioni e alla collegata limitazione dei più elementari diritti sociali. Come è logico aspettarsi, la riduzione dei casi di malattie infettive si era invece accompagnata, fino all’anno scorso, a un progressivo allentamento dei già blandi obblighi di vaccinazione senza peraltro incidere negativamente sulle coperture. O dovrebbe ancora prima bastare l’altrettanto inaudita pressione ricattatoria esercitata sui professionisti della sanità che – lo ripetiamo: per la prima volta nella storia nazionale – devono oggi temere provvedimenti disciplinari qualora, in scienza e coscienza, fornissero ai propri assistiti il «consiglio di non vaccinarsi». Ho descritto gli intuibili effetti che questa militarizzazione del personale sanitario sta producendo sull’indipendenza dei medici e quindi sulla fiducia dei pazienti – e quindi sulla loro salute – nel libro Immunità di legge. Gli stessi allarmi erano stati lanciati, tra gli altri, dal prof. Ivan Cavicchi in un lucido editoriale del settembre scorso. Più recentemente l’autorevole rivista medica La revue Prescrire ha denunciato come l’obbligo plurivaccinale che da quest’anno colpisce anche i piccoli francesi sia frutto dell’«incapacità di sostenere gli operatori sanitari nel loro ruolo di mediatori, fornendo dati non influenzati dalle opinioni per quantificare i rischi e i benefici».

Se da un lato è risibile che l’aumento della minoranza presunta «novax» abbia cagionato le presunte epidemie di morbillo (il calo 2014-2016 ha interessato i duenni, pari nei tre anni a un sovrastimato – perché al netto di ritardatari, recuperati ed esentati – 0,09% della popolazione complessiva, laddove l’età mediana dei contagiati è stata di 27 anni, mentre non esiste alcuna correlazione tra coperture e contagi a livello regionale), dall’altro non è spiegabile perché l’eventuale outbreak di una malattia – quasi certamente non eliminabile con la profilassi in uso – debba giustificare la vaccinazione perentoria contro altre undici malattie, poi ridotte a nove. In compenso, sappiamo da recenti studi europei che l’obbligatorietà non è uno strumento efficace per promuovere una maggiore adesione del pubblico alla profilassi.

Che cosa resta, quindi? Come minimo, l’ennesimo esercizio di mercimonio dei diritti al consumo, la confermata fiaba di un mercato «libero» predicato solo a chi non se lo può permettere per consegnare ai grandi i comfort di un mercato coatto e schedulato dal legislatore. Ma, molto più gravemente, anche un inedito esperimento di subordinazione dei diritti sociali a una somministrazione continuativa, massificata e forzosa di prodotti farmaceutici. Da qui nasce una concorrenza tra diritti ugualmente fondanti: da un lato quello all’inviolabilità della persona (Costituzione, art. 13) la cui cessione eccederebbe ampiamente la misura dei«limiti imposti dal rispetto della persona umana» (art. 32) perché non motivata da malattia, incapacità o urgenza, dall’altro quello allo studio (art. 34), al lavoro (art. 4) e, nelle intenzioni mai sopite della prima bozza Lorenzin, addirittura alla genitorialità (art. 30). Da irrevocabili, i diritti sociali diventano così un premio da riservare a coloro che si piegano a una disciplina di massadefinita da confini non prevedibili né negoziabili dall’assemblea del popolo (art. 1) perché dettati da commissioni tecniche che si pretendono al servizio di una reificata e insindacabile «scienza». Come già altre imposizioni tecniche, anche questa trarrebbe forza dal raggiungimento di soglie percentuali e totemiche (le coperture) il cui nesso con l’obiettivo asserito è postulato e indiretto: perché non misurano lo stato di salute o di immunità dei soggetti ma la loro compliance, la sottomissione al comando, sicché tendono ossessivamente a una quasi-totalità (il novantacinque per cento, successore del tre per cento economico) in onta a ogni criterio analitico. Questo esperimento, se riuscisse come è già in parte riuscito, ci avvicinerebbe a grandi passi ad altri e solo apparentemente lontani modelli di condizionalità dei diritti come quello dei crediti socialirecentemente introdotto in Cina.

Giacché i diritti sociali sono anche i pilastri su cui si fonda una comunità coesa, è anche naturale attendersi che il disegno di legge, qualora approvato nel suo testo base, acuirebbe ulteriormente gli effetti divisivi e persecutori già innescati dalla legge Lorenzin, con una minoranza renitente – e prevedibilmente sempre meno minoritaria, con l’aumento degli interessati e degli obblighi – spinta ai margini della società e tra le fauci feroci del gregge, a rinverdire anche fuor di metafora i fasti della manzoniana caccia all’untore. In altre sedi, riferendomi alle esclusioni scolastiche dei minori non conformi ai piani vaccinali, ho impropriamente evocato un’analogia con l’ignobile regio decreto legge n. 1390 del 5 settembre 1938 che vietava ai giovani ebrei la frequenza delle «scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale». Impropriamente, perché pochi giorni dopo i fascisti avrebbero stabilito, con il regio decreto n. 1630 del 23 settembre 1938, che «le comunità israelitiche possono aprire… scuole elementari, con effetti legali, per fanciulli di razza ebraica», mentre oggi si mobilitano i funzionari dello Stato per scovare e chiudere eventuali «asili abusivi» dove i piccoli sottratti all’iniezione potrebbero – distolga il Cielo! – giocare, cantare filastrocche, coltivare una vita sociale.

L’ipotesi migliore è che chi ha redatto il disegno di legge non abbia minimamente calcolato le sue conseguenze sociali. Facciamo un conto: con gli attuali e ben più blandi requisiti della legge Lorenzin, già oggi il 12,6% degli studenti delle scuole dell’obbligo in Lombardia non è in regola con il calendario vaccinale. Proiettando il dato campionario (che non include gli over 16, pure inclusi nel provvedimento), i minori irregolari sarebbero almeno 133.384 nella regione e 846.143 nella nazione. A questi corrisponderebbero più di 1 milione e 200 mila genitori a cui possono aggiungersi nonni, parenti e conoscenti «solidali». Anche assumendo il massimo effetto persuasivo dell’obbligo, con la nuova legge si metterebbero comunque a rischio centinaia di migliaia di carriere scolastiche (per dirne una: dopo cinquanta giorni di assenza, la bocciatura è d’ufficio) generando caos, dispersione scolastica ed emarginazione a livelli difficili da immaginare, perché mai registrati. E che dire degli «esercenti le professioni sanitarie» citati all’art. 5, comma 1 del provvedimento? E degli «operator[i] ed educator[i scolastici]» che, pur non menzionati nel testo, appaiono tra i destinatari auspicati sia nell’intervista di Patuanelli (minuto 14:12) sia nel corso dell’audizione in Senato del 30 ottobre, a una domanda rivolta al rappresentante dei presidi? Se gli insegnanti hanno già scaldato i motori della protesta alla mera ipotesi di un’estensione della Lorenzin, per i sanitari è sufficiente sommare la scarsa propensione di molti di loro a vaccinarsi – se non alle vaccinazioni tout-court – con le violente proteste esplose in Emilia Romagnaquando la Regione ipotizzò di imporre la MPR al personale di pochi reparti ospedalieri. Da questi segnali non è difficile preconizzare che un obbligo molto più ampio e severo scatenerebbe una mobilitazione tale da paralizzare a oltranza entrambi i settori, e quindi il Paese.

Scrivo che questa è appunto l’ipotesi migliore perché costringerebbe le autorità a ritirare il provvedimento, forse già prima della sua approvazione. Se invece questi esiti fossero stati previsti, se qualcuno li avesse già messi in conto, ciò dimostrerebbe la volontà di perseguire l’obiettivo nell’unico modo possibile, subordinando cioè al suo raggiungimento un lungo corredo di diritti non solo acquisiti ma anche costituzionali, sulla scorta di quanto si sta sperimentando oggi con i i più intoccabili – i piccolissimi. Infatti, se non dispiegando la forza pubblica, occorrerebbe persuadere i renitenti con la minaccia di perdere un diritto: ad esempio con il licenziamento, il demansionamento o una mancata assunzione, il decurtamento di benefici fiscali, pensioni e contributi da cui dipendono specialmente i più deboli (ad esempio così, o così), il negato rilascio o rinnovo di patenti e licenze, il divieto di accedere a strutture e mezzi pubblici, la sospensione delle prestazioni sanitarie gratuite (sì, è stato detto), l’aumento dei premi assicurativi sanitari o l’esclusione dalle polizze, la revoca della responsabilità genitoriale fino alla sottrazione dei figli, procedimenti penali e altro che lascio alla speculazione dei lettori. In breve, le declamate urgenze sanitarie servirebbero a smontare l’edificio dei diritti sociali e delle libertà individuali e a realizzare ciò che era solo in parte riuscito al loro simmetrico predecessore, il «fate presto» economico, segnando così il fronte sinora più avanzato e violento dell’attacco «tecnico» all’ordine sociale.

Preoccupa infine, naturalmente, l’esito operativo di questo esperimento: la totalitarizzazione di un consumo farmaceutico imposto a chiunque e ripetutamente nel tempo, senza scampo e senza passare dal «via» dell’autodeterminazione propria o del dibattito di chi ci rappresenta. Questo esito non deve soltanto far temere le conseguenze in scala universale di eventuali effetti avversi – imprevisti o taciuti – di una o più formulazioni (gli esempi non mancano nella storia della farmaceutica, anche recente), né soltanto, nei casi dubbi, l’impossibilità di far valere la precauzione o il riconoscimento del danno nei confronti di una classe medica schiacciata dall’imperativo della vaccinazione («lei ha ragione, ma se firmassi un’esenzione mi ritroverei domani gli ispettori della ASL in ambulatorio», mi riferiscono testimoni), ma più ancora gli usi a cui può prestarsi un’infrastruttura parenterale fortissimamente desiderata e promossa che raggiunge ogni singolo organismo di ogni singolo membro della popolazione, con cadenze sempre più fitte, per introdurvi prodotti su cui è persino vietato interrogarsi. Escludere che questa infrastruttura non sia, né sarà mai in futuro, utilizzata per scopi diversi da quelli dichiarati richiede un atto di fede nei tecnici incaricati di decidere, sorvegliare e produrre che non tutti – legittimamente – sono disposti a sottoscrivere. Anche in questo caso, l’estensione di un potere così pervasivo, invasivo, ingiustificato e irrecusabile segnerebbe un primato assoluto nella pur tormentata storia dei rapporti tra cittadini e autorità.

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Fa quindi una certa tenerezza ascoltare dalla voce dell’on. Patuanelli che «probabilmente c’è un eccessivo parlare di vaccini» (minuto 9:00). Suvvia. Come se si stesse davvero parlando «di vaccini» e non, come si è visto, del più ambizioso esperimento mai osato di subordinazione dei diritti alla discrezionalità dei non eletti. Da persona onesta qual è, il senatore ce lo conferma in diretta: «[se] la commissione tecnica ci dirà che non c’è necessità di prevedere un obbligo vaccinale, non ci sarà alcun obbligo vaccinale» (minuto 4:50). Ecco. Sarebbe difficile trovare una definizione più perfetta e coincisa di tecnocrazia, dove i tecnici dettano appunto alla politica («ci dirà») non già gli elementi per decidere, ma la decisione stessa (la «necessità di prevedere un obbligo»). Una definizione e una procedura di cui non c’è ovviamente traccia nella seconda parte della nostra Costituzione, per motivi che i suoi estensori, provenendo da una dittatura, avevano ben compreso e vissuto.

Oltre che onesto, il capogruppo pentastellato appare anche persona di buon senso, ad esempio nel prendere le distanze dall’infantilismo epistemologico de «la scienza dice questo» (minuto 9:05). Ma in luogo di consolare, questa lucidità non fa che rendere più penoso l’ossessivo convergere verso la tesi imposta – la messa in ostaggio dei diritti sociali a un obbligo sanitario universale e tecnoguidato – nello sforzo di fingerne l’ineluttabilità, anche secondo logica. Ascoltiamolo al minuto 12:33: «O decidiamo che i vaccini non servono… se invece riteniamo che la massima copertura vaccinale [in realtà nella proposta si parla di copertura minima per raggiungere l’immunità di gruppo, N.d.P] sia l’obiettivo per garantire la salute pubblica… dobbiamo anche dire che… l’accesso anche [!] scolastico deve essere limitato se uno, senza motivazione apparente, decide di non vaccinarsi». Più avanti (minuto 14:38) riformulerà il concetto: «O i vaccini non sono un valore, sono inutili e anzi sono dannosi – cosa che noi non riteniamo – e allora vanno bene tutti i ragionamenti “come è possibile allontanare ecc.”… oppure decidiamo che invece dobbiamo arrivare alla massima copertura».

Queste costruzioni dialettiche offrono un esempio classico di argumentatio ex post, dove premesse e sviluppo non servono a selezionare la conclusione ma si assoggettano fin dall’inizio a una conclusione già stabilita, a cui devono fornire un’impalcatura pseudo-razionale su cui poggiare. In punto logico, nulla infatti implica che se «i vaccini [quali?]» sono «un valore» si debba «arrivare alla massima copertura» e non, ad esempio, raccomandarli e promuoverli nei soggetti più a rischio. Men che meno c’è una necessità logica che lega il riconoscimento della massima copertura come «obiettivo per garantire la salute pubblica» al suo perseguimento mediante la limitazione dell’«accesso anche scolastico». Da molti anni i governi promuovono campagne per sensibilizzare i cittadini verso i rischi del fumo e dell’abuso di farmaci, o i benefici dell’attività fisica, di un’alimentazione corretta e dell’igiene personale, senza però sognarsi di restringere i diritti scolastici, lavorativi o di altro tipo, di chicchessia. Eppure il «valore» sanitario sotteso a queste raccomandazioni si quantifica in decine di milioni di morti evitabili – e anche, indirettamente, nella mancata contrazione di malattie infettive che metterebbero a rischio altre vite. Non in poche unità, o in nessuna.

Da una fallacia così enorme può passare tutto, e quindi anche la manovra orwelliana, l’inversione totale del messaggio elettorale. Scopriamo così al minuto 10:35 che le prescrizioni del decreto Lorenzin sarebbero «idiozie». Forse perché discriminano i bambini? Nossignore. Perché non discriminano tutti. Perché con quel testo «limito [l’obbligo] alla fascia dell’infanzia e non vaccino l’operatore sanitario, oppure non faccio andare a scuola i bambini zero-sei perché posso farlo, e invece dai sei anni in su, anche se non è vaccinato, pago la multa… e questa è un’idiozia totale». Sembra così di vedere plasticamente la staffetta, il testimone che passa intonso dalle mani dei cambiati a quelle dei cambiatori, affinché si compia l’opera iniziata.

Appare allora evidente che sul tema l’on. Patuanelli, come quasi tutti i suoi colleghi di governo e di opposizione, debba misurarsi non tanto con logica, coerenza e buon senso – di cui certamente non difetta – ma con un convitato di pietra da compiacere, o più precisamente un cadavere: il cadavere gettato nel pozzo della democrazia dal governo precedente. Di quel cadavere marcescente non può liberarsi, neanche se lo volesse. Lo deve anzi alimentare. Perché lì deve restare, inchiodato sul fondo, e lì deve gonfiarsi fino ad avvelenare ogni fonte, a dispetto di tutto e di tutti: della logica, delle sue conseguenze, dell’opportunità politica, delle proteste degli elettori, dei mal di pancia degli stessi decisori. Perché? Per volontà di chi? Non ce lo spiega nessuno, né evidentemente può farlo. E questo fa paura.

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Quale sarà il destino del DDL n. 770? Sarà approvato con tutti i suoi corollari tossici o aleggerà come una finestra di Overton per farci accettare ciò che deve venire, una sua versione ammorbidita o, alla meglio, la già abominevole e ingiustificata norma in vigore, come una liberazione? Si tratta in tutti i casi di esiti pericolosi che – così mi auguro di avere dimostrato ai pochi lettori – giustificano l’attenzione non tanto al tema, ma al tentativo in corso di mutare la pelle di un vincolo esterno reso più feroce e più audace dalla sua metamorfosi, irriconoscibile sotto nuove bandiere,

che continua a vivere e a lottare contro di noi.

Fonte http://ilpedante.org/post/il-cadavere-nel-pozzo